5 GIUGNO 2020

Recensione a cura di Edoardo Goi

 

Prima o poi doveva succedere.
A forza di portare in giro la musica degli Emperor, anche solo come live band priva dell'intenzione di scrivere nuova musica, il buon Vegard Sverre Tveitan (meglio conosciuto col suo pseudonimo IHSAHN) ha sentito di nuovo la fascinazione per il genere musicale che ha visto il suo battesimo come compositore, ed è tornato al black metal.
Non che questa forma espressiva abbia mai abbandonato la tavolozza del musicista norvegese, nel corso della sua fortunata carriera solista dal taglio spiccatamente progressive e avant-garde, ma mai prima d'ora Ihsahn si era imbarcato in un progetto così dichiaratamente votato al recupero delle sue radici culturali e musicali come in questa coppia di ep (di cui il presente TELEMARK rappresenta la prima parte).
Tutto, in questo lavoro, trasuda recupero della propria identità da parte del talentuoso compositore norvegese, a partire proprio dal titolo (Telemark è infatti la contea norvegese che ha dato i natali a Ihsahn), per continuare con la bellissima immagine di copertina e concludere con l'utilizzo esclusivo della voce scream per l'interpretazione delle liriche, interamente scritte in norvegese (per quanto riguarda i brani originali: l'ep si compone infatti di tre pezzi nuovi di zecca più due cover, l'inaspettata “Rock And Roll Is Dead” di Lenny Kravitz e la più classica “Wratchild”, degli Iron Maiden).
Ma, come sempre quando si parla di Ihsahn, è soprattutto la musica a parlare, e ciò che ci dice la prima traccia, intitolata STRIDIG (“Combattendo”, in norvegese) è che il musicista di Notodden è un artista che alle parole fa sempre seguire fatti più che concreti.
Pur non rinunciando, infatti, alle peculiarità del percorso sonoro portato avanti fin qui, il buon Vegard ci sprofonda fin da subito in un immaginario di gelida e oscura fierezza (reso altrettanto bene dal video realizzato per questo brano), supportato dal batterismo potente e preciso del fido Tobias Andersen (batterista degli Shining norvegesi ed ex batterista dei Leprous, con Ihsahn fin dai tempi del tour di “After”), mentre tutti gli altri strumenti sono suonati da Ihsahn stesso, come d'abitudine.
Il mélange sonoro proposto sembra partire da dove il percorso si era interrotto col precedente, straordinario, “Amr” del 2018, per spostarsi in territori avant-garde black metal più spiccati, avvicinandosi così ai territori sonori cari a acts quali Solefald e Dodheimsgard, ma senza perdere il classico marchio groovy e prog cui Ihsahn ci ha da tempo abituati, pur se applicato ad un brano piuttosto diretto, nella sostanza, benché assai dettagliato nella forma, in cui l'atmosfera avvolgente e incalzante la fa da padrona, sopportata e rafforzata da un'interpretazione vocale feroce e viscerale come da tempo non se ne sentiva su un album del nostro, adagiata su un mid-tempo circolare che non si fa mancare momenti moderatamente più spinti o aperture dove l'emotività prende il sopravvento.
Se con l'opener si può parlare di continuità col precedente lavoro di Ihsahn, con la successiva NORD l'avvicinamento al black metal duro e puro si fa decisamente più evidente, grazie a una partenza che, suono “rotondo” e moderno a parte, non può non rimandarci alle origini del genere, grazie a un mid tempo penetrante che ci ricorda tutto l'amore di Ihsahn per l'insegnamento dei Bathory di “Under The Sign Of The Black Mark” e “Blood, Fire, Death”;
insegnamento che il nostro rivede in modo, come sempre, molto personale, anche grazie all'aiuto dell'ospite di lunga tradizione Jørgen Munkeby (mente dei già citati Shining norvegesi) al sassofono, come sempre abilissimo nel donare un tocco deliziosamente avanguardistico alla musica di Ihsahn, ma che qui riesce nell'impresa di impreziosirla anche con un tocco arcano ed epico assolutamente splendido.
E' spettacolare, infatti, come in questo brano tradizione e innovazione vadano a braccetto, magistralmente coniugati dal talento innato di Ihsahn nel riuscire a dare vita a una musica altamente immaginifica, in cui tutte le sue influenze e aspirazioni artistiche confluiscono per dare vita a un impasto sonoro unico, capace di rapire l'ascoltatore grazie ad aperture melodiche di altissima fattura ed elevatissimo gradiente emotivo, così come di trascinarlo in gelidi paesaggi di vertiginosa bellezza che tanta ispirazione hanno elargito agli artisti nativi delle medesime lande.
Il tono spiccatamente epico e progressivo di alcuni passaggi rimanda in qualche modo al lavoro dei conterranei Enslaved (quelli da Monumension in poi), con i quali Ihsahn condivide da sempre l'amore dichiarato per il proprio luogo d'origine (benché le due band non siano originarie della stessa zona della Norvegia, e benché Ihsahn non si sia mai dedicato alla divulgazione della mitologia e della storia norrene che invece sta da sempre alla base del concept della formazione guidata da Ivar e Gruntle) e, da parecchio tempo a questa parte, anche la fascinazione per i suoni progressive, anche se l'approccio di Ihsahn è da sempre più moderno e “post” rispetto a quello più 70's degli Enslaved.
Un brano assolutamente magnifico, ma il vero capolavoro di questo ep arriva col terzo e ultimo inedito presente, la title track TELEMARK.
Se già, infatti, Ihsahn ci aveva fin qui allietati con due brani splendidi e riccamente compositi, è in questo brano che la visione musicale che ha dato il via a questo progetto di riappropriazione delle proprie radici musicali raggiunge l'assoluta perfezione, a partire dai meravigliosi intrecci dal gusto al contempo arcano e progressivo che aprono il brano (anche in questo caso supportati dal sassofono di Munkeby), i quali mettono in mostra il chitarrismo solido, tecnicamente ineccepibile e profondamente ispirato del mastermind del progetto, per poi estendersi all'ampia gamma di situazioni musicali attraverso cui si dipana questa composizione spettacolare.
Splendidi crescendo umorali sfociano in intense porzioni black guidate da implacabili blast beat, per poi lasciare spazio a deliziose svisate prog e incisive melodie dai toni talvolta classici, talvolta più vicini al folklore nordico, in un continuo susseguirsi di moderno e arcano assolutamente grandioso, il tutto impreziosito da un'oculata gestione degli arrangiamenti e delle dinamiche, nonché da un gusto, al solito, sopraffino in fase solista che ci permettono, senza alcun dubbio, di incoronare questo pezzo come il migliore in assoluto di questo lavoro.
Esauriti i brani originali, si passa alle cover con l'inaspettata (per il contesto) ROCK AND ROLL IS DEAD che, oltre a risultare molto riuscita dal punto di vista musicale (nonostante lo straniamento nel sentire le strofe interpretate in scream, che non ne intacca comunque l'accattivante piglio rock and roll, reso ancora più gustoso dallo splendido lavoro del sax ), trova una sua precisa collocazione nel concept di questo ep grazie alla spiegazione, data dallo stesso Ihsahn, riguardo alla sua interpretazione, e cioè che la morte del rock and roll (preso come archetipo di ogni musica di “rottura”) si ha quando la sua indole più pura e antagonista viene tradita a favore di dinamiche di mercato che nulla hanno a che vedere con la sua anima, ne con la sua primeva scintilla creatrice.
Impossibile non concordare.
L'ep si conclude con la più canonica (come scelta musicale) WRATCHILD, cavallo di battaglia di primi Iron Maiden, qui resa in un modo leggermente più aggressivo dell'originale (anche a causa dell'uso dell'onnipresente scream per le parti vocali), ma soprattutto impreziosita (ancora una volta, ma qui in modo ancora più incisivo e preponderante) dal sax del buon Jørgen, autore di arrangiamenti clamorosamente belli quanto sorprendenti, capaci di suggellare in modo sostanziale una delle più belle e particolari cover dei Maiden che chi scrive abbia mai avuto modo di sentire, oltre che di porre in modo degno la parola “fine” su un ep dai molteplici spunti di interesse, capace di arricchire la carriera di Ihshan di un paio di brani splendidi e di almeno un vero capolavoro e di donare all'ascoltatore venticinque minuti di grande musica da parte di uno degli artisti più talentuosi che la scena estrema abbia mai partorito.
Ora non resta che aspettare la seconda parte di questa coppia di ep, che si preannuncia più vicina al classico “prog style” cui Ihsahn ci ha abituato in questi anni.
Nel frattempo, godiamoci questa perla ancora, e ancora.
Appassionante e ricercato.
Must have per tutti i fan di Ihsahn, e per tutti gli ascoltatori alla ricerca di musica di qualità che non hanno problemi con le asperità del metal estremo né con la complessità del progressive.

 

 

VOTO: 90/100