28 DICEMBRE 2020

Recensione a cura di

Edoardo Goi

 

Questo è il disco death metal dell'anno. Compratelo. Scherzi a parte, se state leggendo questa recensione è probabile che siate fan della band statunitense fondata da John NcEntee nel lontano 1989 (e, quindi, probabilmente non avreste avuto bisogno nemmeno delle due righe di cui sopra, per convincervi all'acquisto), o comunque fan del death metal in generale, e che quindi sappiate benissimo cosa vi trovate di fronte, senza bisogno di tante presentazioni o giri di parole.

Ciò che invece giunge, forse inaspettatamente, è la portata di questo lavoro che, seppur seguendo un filotto di album di ottima fattura come “Vanquish In Vengeance” (2012), “Dirges Of Elisium” (2014) e “Profane Nexus” (2017), se ne distacca in modo piuttosto netto dal punto di vista della resa finale complessiva.

Non che gli INCANTATION abbiano cambiato alcunché nella loro ricetta a base di old school death metal cupo, furente e sulfureo, spesso screziato da mastodontici rallentamenti di stampo death/doom ammantati da sinistri sentori;

è semplicemente il risultato finale a risultare fresco, accattivante e “perfetto” come non mai, proiettando questo nuovo SECT OF VILE DIVINITIES (pubblicato su etichetta Relapse) dritto dritto nel novero dei grandi capolavori della band, in compagnia di album come “Onward To Golgotha” o “Diabolical Conquest”.Tutto, in questo nuovo platter, trasuda perfezione:dalla meravigliosa copertina, opera del celebre Eliran Kantor, al suono, opera dell'altrettanto celebre e celebrato Dan Swano, fino ai brani messi sul piatto dall'agguerrita formazione (composta, oltre che dal già citato membro fondatore John McEntee alla chitarra e voce, da Sonny Lombardozzi alla chitarra solista, Chuck Sherwood al basso e Kyle Severn alla batteria), tutto combinato in un pacchetto di assoluta eccellenza.

Eccellenza che traspare fin dalle prime note dell' opener RITUAL IMPURITY (SEVEN OF THE SKY IS ONE), che ci accoglie sotto forma di bordata death metal vecchia scuola, furiosa e dinamica, graziata da un sound che riesce a essere cupo e, al contempo, “cristallino” (soprattutto per quanto riguarda le chitarre, il cui lavoro risulta sempre perfettamente distinguibile, anche nei momenti più oscuri e belluini, per di più arricchito da sentori “thrashy” davvero gustosi).

Il riffing risulta, com'è marchio di fabbrica da sempre della band originaria del New Jersey, feroce e ricco di trame, tanto cupo quanto brioso e poco “monolitico”, così come i loro brani che, pur potendo contare su una notevole “monoliticità” finale, risultano (come accede anche in questo caso) estremamente dinamici nel loro dipanarsi, costruiti come sono su frequenti cambi di tempo e di registro, pur mantenendo inalterata la coerenza stilistica e atmosferica sottesa alla loro concezione.

In questo caso particolare, ci troviamo al cospetto di un brano improntato, come spesso accade alle opener, su stilemi decisamente furiosi e urgenti, dove gli sparuti rallentamenti non sono altro che frangenti funzionali al rendere i momenti feroci ancora più intensi e impattanti, con risultati a dir poco entusiasmanti.

Un opener dal peso specifico notevole, bissata in modo clamoroso dalle splendide e arcane melodie intrecciate che danno il via alla successiva PROPITIATION, brano dall'andamento inizialmente death/doom (da antologia) che si trasforma, nella sua seconda parte, in un arrembante assalto death metal tanto aggressivo quanto dinamico.

La band è caricata a pallettoni, e si dimostra clamorosamente in palla in ogni frangente musicale messo sul piatto, così che anche le chitarre gemelle chiamate ad arricchire con le loro splendide melodie la parte finale del pezzo risultano a dir poco magnifiche, conferendo al tutto un sentore arcaico e mistico assolutamente favoloso.

Si tratta di uno dei brani più variegati, nonché uno dei più memorabili, dell'intero platter, capace di far drizzare da subito le orecchie all'ascoltatore, coi suoi sentori di “capolavoro in vista”. E, siccome qui di “capolavoro” si sta parlando, ecco giungere un terzo macigno, a nome ENTRAILS OF THE HAG QUEEN. Quasi a volerci dare un assaggio di tutte le armi a loro disposizione, gli Incantation, dopo un primo brano estremamente furioso e un secondo molto variegato, ci propongono un terzo che, sebbene inizialmente molto feroce (ferocia che farà capolino, qua e la, anche nel resto della composizione), trova la sua massima espressione e centratura nei frequentissimi rallentamenti death/doom che ne costellano l'ossatura; frangenti in cui la band mette in mostra tutta la sua capacità di risultare assolutamente focalizzata e convincente anche quando i tempi si abbassano (e si mantengono a lungo bassi) grazie a un riffing sempre ispiratissimo e a un costrutto atmosferico di primissimo ordine, costruito in primis su un lavoro di chitarre semplicemente straordinario, ma anche su una sezione ritmica di assoluto valore, capace di evitare ogni possibile staticità anche nei momenti più pachidermici. Da rimarcare anche la prova dietro al microfono del buon John, da sempre temibile e rantolante cantore del cupo universo evocato dagli Incantation. Brano strepitoso, non a caso scelto (insieme a “Fury's Manifesto”, che troveremo più avanti in scaletta) come singolo apripista dell'intero lavoro. Sono cupi ed evocativi arpeggi quelli che ci accolgono sulla soglia della successiva GUARDIANS OF THE PRIMEVAL, ma è una calma che dura pochissimo, presto spazzata via dalla ferocia belluina di quello che è uno dei pezzi più furibondi dell'intero lavoro, sebbene non manchino sparuti rallentamenti qua e là.La durata esigua (non si arriva ai due minuti e mezzo) è esplicativa di quanta intensità e di quanta poca voglia di tirarla per le lunghe la band palesi in questo brano, impazzita scheggia di death metal di gran pregio e infinita perfidia. Sebbene l'inizio della successiva BLACK FATHOM'S FIRE lasci presagire un brano sulla falsariga del precedente (anzi, se possibile, ancora più feroce e maligno, grazie a un riffing sulfureo come non mai), basta attendere qualche istante per renderci conto di avere invece fra le mani un pezzo estremamente dinamico che, fra arrembanti porzioni up-tempo, furibonde accelerazioni e mastodontici rallentamenti, fa della sua capacità di tratteggiare in modo vividissimo i suoi scenari immaginifici il suo punto di forza, aiutato da splendidi intrecci di chitarra che, soprattutto nella seconda metà, lo arricchiscono in modo sostanziale nonché determinante.

E sono proprio gli intrecci di chitarra, tratteggianti arcane e oscure melodie, a prendersi il proscenio nella successiva IGNIS FATUS, composizione che avanza lenta ed evocativa, ma inesorabile, nelle orecchie dell'ascoltatore.

Death/doom di altissima scuola reso assolutamente memorabile da chitarre evocative come non mai, tanto nel susseguirsi dei pachidermici riff quanto (e soprattutto) nella tessitura delle magnifiche trame che marchiano a fuoco questa (ennesima) gemma oscura.

Siamo solo metà album, e già la band ha sciorinato meraviglie degne di intere discografie altrui; ma, lungi dall'esserne appagata, decide di continuare nella sua opera di annichilimento sensoriale afferrandoci alla gola con la brutale e minacciosa CHANT OF FORMLESS DREAD brano di grandissimo impatto sprofondato in un'atmosfera soffocante e claustrofobica assolutamente totalizzante. Il riffing è schizzato, e schizoidi risultano le vocals e gli interventi di chitarra solista (come sempre, decisamente tecnici ma mai fuori luogo), per un brano che non lascia respiro lungo l'intera sua durata e che, insieme alla successiva SHADOW-BLADE MASTERS OF TEMPEST AND MAESLTROM, sebbene più dinamica e variegata, costituisce un'accoppiata di brani di impattante old school death metal assolutamente da urlo. A spezzare la monoliticità dei due brani precedenti ci pensa la straordinariamente evocativa SCRIBES OF THE STYGIAN (titolo bellissimo), cantilenante e infernale pachiderma death/doom d'altissimo lignaggio capace di sprofondare all'istante l'ascoltatore in suggestioni di dantesca memoria dove fumi di zolfo e dannazione eterna la fanno da padroni. E' proprio in brani come questo, giocati su pochi cambi di riff e costruiti su tempi costantemente asfissianti, che si coglie la portata artistica, nonché la cifra stilistica, di questo album, parto di una band al massimo delle sue capacità.

E' infatti clamoroso il modo in cui, anche usando pochi ingredienti e puntando tutto sulla propria espressività, la band riesca a concepire un brano dal simile livello e dalla simile resa, capace di ammaliare e atterrire l'ascoltatore in modo così totale e appagante.

Non paga (scusate il gioco di parole), la band decide di rincarare la dose mettendo sul piatto quello che è il pezzo più lungo, variegato e complesso dell'intero lavoro, nonché uno dei suoi apici assoluti.Impossibile non ascrivere a tale novero la portentosa UNBORN AMBROSIA, ideale summa stilistica di questo “Sect Of Vile Divinities” nel quale la band da fondo a tutta la sua tavolozza espressiva e a tutta la sua capacità compositiva.

Ecco quindi evocative e arrancanti porzioni rallentate incastrarsi alla perfezione a repentine e assassine accelerazioni, il tutto ammantato da costruzioni atmosferiche di primissima scelta e graziato da un riffing semplicemente perfetto e accattivante, nonché da una prestazione vocale da standing ovation (sebbene la band si riveli, come sempre, molto poco incline a confezionare linee vocali catchy e facilmente memorizzabili, aspetto che, insieme alla endemica “incapacità” di confezionare “hit” trainanti, gli ha forse un po' precluso l'apprezzamento da parte di un pubblico più vasto e più incline ad alcune soluzioni più “in-your-face”, da quel punto di vista).

La struttura, fatta di crescendo e rilascio, non fa che amplificare a dismisura la potenza espressiva del brano, donandogli una circolarità di grande effetto e suggellandone a doppia mandata l'assoluta memorabilità.

Dopo un brano così appagante, ma anche decisamente impegnativo, l'assalto frontale della già citata FURY'S MANIFESTO ci sta davvero come il cacio sui maccheroni.

La linearità e l'impatto del brano sono davvero l'ideale per mantenere desta l'attenzione dell'ascoltatore sul finire di un album che, seppur non lunghissimo, si rivela davvero denso di spunti e situazioni che richiedono senza dubbio un approccio attento e privo di distrazioni, per essere assimilato e apprezzato nel profondo.

A suggello di quanto poc'anzi espresso, ecco giungere la conclusiva SIEGE HIVE, brano si d'assalto, ma anche estremamente vario e complesso nell'alternanza di soluzioni messe sul piatto, tanto immediato nel gradimento quanto capace di svelare solo dopo ripetuti e attenti ascolti tutta la sua grandezza. E' proprio questa, in estrema sintesi, la caratteristica peculiare di questo album grandioso: la sua capacità di suonare immediatamente splendido, alle orecchie dell'ascoltatore, ma anche di svelare infiniti dettagli e gemme ad ogni successivo ascolto. Una caratteristica propria dei grandissimi album, e questo lo è senza dubbio alcuno,

Come si diceva all'inizio, questo è il disco death metal dell'anno. Compratelo.  Non ve ne pentirete. Totalmente imperdibile.

 

95/100