5 GIUGNO 2020

Recensione a cura di Edoardo Goi

 

La notizia della sospensione delle attività da parte della band, datata dicembre 2017 e successiva a un infausto effetto domino originato dallo slittamento di alcune date dovuto a un infortunio occorso al secondo chitarrista Roger Öjersson, aveva mandato nel panico legioni di fan di quello che , ormai, si può ritenere un top act assoluto della scena metal mondiale, sicché, quando nel gennaio del corrente anno i KATATONIA hanno annunciato la pubblicazione di un nuovo album per la primavera, non sono stati in pochi a tirare un bel sospirone di sollievo.
Difficile pensare davvero a una scena priva di una delle band più influenti degli ultimi decenni, capace di rinascere dalle proprie ceneri dopo il cambio di stile forzato (causato a problemi alle corde vocali del cantante Jonas Renske, impossibilitato da allora cantare usando il growl) reinventandosi da band death-doom a band progressive/dark/doom attraverso un'evoluzione tanto costante quanto qualitativamente e artisticamente interessante.
Se, infatti, la succitata evoluzione ha portato molti fan della prima ora ad abbandonare la band (un po' come accaduto ai sodali di lunga data Opeth), dall'altra parte gli ha garantito un seguito via via crescente di fan maggiormente open-minded disposti a seguire la stessa attraverso la sua continua ricerca di nuovi stimoli, garantendogli lo status di cui attualmente gode e dandogli la possibilità di travalicare i generi per giungere ad un pubblico davvero eterogeneo.
Ancora solidamente nelle mani del duo Jonas Renske/Anders Nyström (aka Blakkheim), rispettivamente cantante e chitarrista fondatori, e con una line up confermata rispetto al precedente, fortunato, “The Fall Of Hearts” del 2016, che vede Niklas Sandin al basso e Daniel Moilanen alla batteria, con l'aggiunta in pianta stabile del già citato secondo chitarrista Roger Öjersson, i Katatonia si ripresentano a noi in questo strano 2020 con un album che ne conferma l'indole sperimentale e che prosegue l'alternanza che, fin dai tempi di Viva Emptiness, vede la band realizzare un disco maggiormente complesso e ostico seguito da un album più accessibile e immediato.
E' infatti innegabile come questo nuovo CITY BURIALS, magistralmente prodotto dalla coppia Renske/Nyström, pur se riccamente stratificato e finemente cesellato, si riveli fin da subito molto più immediato all'ascolto rispetto al suo predecessore, che invece aveva un'indole più ostica e inscalfibile e necessitava ripetuti ascolti prima di essere apprezzato pienamente.
Che questo album sia un lavoro dai contrasti nettamente più marcati rispetto a The Fall Of Hearts è lampante fin dalla sua veste grafica in bianco e nero, e si conferma ancor di più quando la prima traccia, intitolata HEART SET TO DIVIDE, inizia a diffondersi dagli altoparlanti;
adagiata su un tappeto di elettronica dai toni molto dark-wave, è l'avvolgente voce di Jonas ad accoglierci sulla soglia di questo nuovo lavoro, prima che un riff di chitarra dapprima molto dilatato e rarefatto ci sprofondi in un freddo e oscuro gorgo di smarrimento allorquando il brano esplode definitivamente, sull'onda di un progressive/alternative doom di classico stampo Katatonia.
È proprio su questa duplice dicotomia che l'intero brano si dipana, fra momenti di vuoto e pieno sapientemente concatenati da una band ormai maestra nella gestione delle dinamiche e dello sviluppo atmosferico dei propri brani, il tutto impreziosito dalla solita maestria del già citato Renske nel costruire e interpretare linee vocali di rara intensità.
È evidente fin da subito l'intenzione della band di donare alla classica stratificazione del proprio sound un taglio più crudo e marcato, rafforzando e irrobustendo le parti più elettriche e pesanti e, al contempo, donando più profondità e rotondità a quelle più rarefatte e intime, togliendo così quasi del tutto quel senso di sfumato che, nel precedente lavoro, tendeva invece a uniformare maggiormente le varie situazioni musicali e atmosferiche.
Il risultato è una pasta sonora decisamente più incisiva e definita, che valorizza pienamente il rinnovato approccio compositivo, che trova nella successiva (già nota) BEHIND THE BLOOD un'ulteriore e ancor più marcata conferma della propria indole maggiormente diretta grazie a una composizione spigliata e vibrante (relativamente allo stile della band, ovviamente) che colpisce subito a fondo con i suoi riff hard rock/metal dai connotati piuttosto classici che ci ricordano un po' i tempi di Discouraged Ones e Tonight's Decision, sebbene rinvigoriti dal successivo percorso artistico della band (fulminata, per sua stessa ammissione, dalla rivoluzione portata all'interno del mondo del rock da band come Tool, A Perfect Circle e Porcupine Tree) e resi molto “urbani” e accattivanti da un approccio smaccatamente classic rock quasi sorprendente, per una band il cui nome evoca tutto tranne che il divertimento sbarazzino che spesso si associa a certe sonorità ( e che qui è comunque assente, visto che il gruppo usa qui queste sonorità per donare al brano un che di vizioso e metropolitano, e non certo per evocare atmosfere leggere).
Il pezzo si dipana sinuoso e accattivante, suonando un po' come una versione più oscura e rockeggiante dei Porcupine Tree del periodo Deadwing, risultando però quantomai incisivo e personale grazie alla disarmante sapienza e talento della band nel riuscire a far confluire anche le sue più smaccate influenze in un sound che suona sempre e comunque “Katatonia” al 100 %.
Dopo quello che è forse il brano più immediato e lineare dell'intero lavoro, la tracklist ci propone quella LAQUER che, scelta come primo singolo apripista dell'album, aveva mandato nel panico una larga fetta della fan-base della band, basata com'è interamente su una (come sempre) curatissima base di synth e batterie elettroniche sul quale la voce di Jonas ci guida nei meandri della tristezza più assoluta.
Si tratta di un pezzo che non sfigurerebbe nel songbook di acts quali Massive Attack o Portishead ma che la band riesce a non far suonare fuori contesto grazie alla già citata capacità di donare ad ogni colore della loro tavolozza artistica una sfumatura inconfondibilmente personale, sicché anche questo brano, inserito nel contesto di un lavoro che, per il resto, non si discosta molto dal classico “Katatonia sound”, risulta comunque vincente, accattivante e arricchente.
Si torna su territori più classici con la successiva REIN, brano che ci riporta un po' alle atmosfere lattiginose e malinconiche di Dead End Kings nel suo alternare momenti di rassegnato abbandono e robuste sferzate elettriche senza che mai venga meno la cappa di implacabile spleen in cui l'intero brano sembra crogiolarsi con malcelato autocompiacimento.
Un brano diretto e lineare, in cui l'atmosfera domina sovrana.
Si prosegue con la più stratificata e darkeggiante THE WINTER OF OUR PASSING, ammantata di suggestioni che richiamano alla mente i Depeche Mode meno sintetici nell'andamento tanto brioso quanto insinuante delle strofe, salvo esplodere in puro “Katatonia style” nello splendido e azzeccatissimo ritornello (uno dei più avvincenti dell'intero lotto, il che non è poco, considerato il livello medio dell'album).
Si tratta di un brano in cui la dinamica la fa da padrone, grazie ad arrangiamenti tanto snelli quanto curati in grado di donare grande profondità a un brano strutturalmente ancora una volta piuttosto lineare, ma al contempo estremamente emozionante e comunicativo.
Si torna in territori più intimi e raccolti con la successiva VANISHERS, composizione in cui la band mette nuovamente in mostra tutta la sua fascinazione per la synth-wave più introspettiva e che trova la sua ciliegina sulla torta nell'interpretazione dell'ospite vocale Anni Bernard, chiamata ad un intensissimo duetto con un Renske come al solito estremamente a suo agio quando si tratta di esprimere le intime sensazioni che ormai sono un marchio di fabbrica per la band su questo tipo di sonorità.
Un brano intenso ed estremamente affascinante, com'era stato già per l'assimilabile “Laquer”, ma con un tocco ammaliante in più dato proprio dalla riuscita del suddetto duetto.
Avvolgente e carezzevole, pur nella tristezza di cui è ammantata.
L'incedere percussivo scandito dalla successiva CITY GLACIERS ci sprofonda in territori, se possibile, ancora più cupi e destabilizzanti, per nulla rischiarati dai frequenti momenti in cui la composizione si fa meno opprimente e più aperta, mentre il refrain è l'ennesima prova della grandezza di questa band per quanto riguarda la costruzione di melodie ed atmosfere di rara presa e bellezza.
L'onnipresente approccio “progressive” alla composizione (che caratterizza ormai ogni mossa degli svedesi) arricchisce il brano di interessanti scansioni ritmiche, le quali gli donano una maggiore profondità e una più spiccata penetrazione emotiva, caratteristica che lo accomuna alla successiva FLICKER, la quale, però, risulta maggiormente sbilanciata, pur se non in modo eccessivo, dal punto di vista della pesantezza, grazie a un riffing più marcato e a un'atmosfera più incisiva e meno rarefatta, sebbene i momenti di intimismo, sottolineati da un uso piuttosto acido e disturbante dell'elettronica, non manchino affatto.
Il brano è infatti composto come un continuo crescendo che, a partire da un inizio più dilatato, si dipana attraverso una continua implementazione della sua stratificazione sonora, che trova il suo culmine nello spettacolare (ancora una volta) refrain, grazie anche a un sapiente uso delle orchestrazioni.
Un brano davvero di grande intensità.
E' un delicato pianoforte a guidarci tra i meandri della malinconica LACHESIS, supportato dall'uso garbato dell'elettronica e impreziosito dall'accorata interpretazione di un Jonas Renske come sempre ispiratissimo, per questo breve preludio alla benpiù corposa NEON EPITAPH, brano in cui l'amore della band per band come Tool e A Perfect Circle deflagra in tutta la sua potenza, a partire dall'incisivo riff iniziale per poi dipanarsi lungo l'intera composizione, che si rivela come una delle più pesanti dell'intero lotto (con una band che si riavvicina allo stile che aveva contraddistinto lavori come The Great Cold Distance e Night Is The New Day), nonché una delle più immediate ed incisive, anche grazie al solito, splendido, lavoro fatto sulle linee vocali e alla cura posta nella resa atmosferica generale.
A tratti un po' derivativa, ma senza dubbio estremamente godibile e riuscita.
Il sipario su questo nuovo lavoro degli svedesi cala sulle note della splendida UNTRODDEN, brano maggiormente in linea con le ultime mosse artistiche dei nostri, così giocato su atmosfere sfumate, repentini saliscendi emotivi e un oculato uso delle dinamiche, la cui atmosfera di pacifico quanto rassegnato abbandono risulta assolutamente azzeccatissima per concludere degnamente un percorso sonoro in cui, come sempre, le emozioni la fanno da padrone, unitamente a una personalità unica ormai assurta a paradigma di un intero genere e a una capacità di scrittura che la sospensione delle attività non solo non ha intaccato, ma che ha contribuito a rinfrescare, donandoci una band ispirata e focalizzata come non mai, che con questo album aggiunge un nuovo tassello di inestimabile bellezza a una discografia assolutamente priva di cadute di tono.
Un album che i fan dei Katatonia più recenti non tarderanno ad amare e assimilare,e che, grazie a una fruibilità più spiccata, potrebbe anche riuscire a portare nuovi adepti fra le file dei die-hard fan della band.
Intenso e umorale, da ascoltare e ascoltare ancora.
Bentornati, Katatonia, e non fateci più simili scherzi.

 

 

VOTO: 88/100