24 FEBBRAIO 2021

Recensione a cura di

Edoardo Goi

 

22 gennaio 2021, i LABYRINTH sono liberi. Liberi di non essere più “solo” quelli del best seller “Return To Heaven Denied” , pietra miliare del power metal europeo datata 1998. Liberi di poter rivendicare un'identità musicale tanto sfaccettata negli ingredienti che la compongono quanto originale nella spinta creativa che la sottende. Liberi di rivendicare una musicianship fra i suoi componenti che pochissime altre realtà possono vantare, profondamente radicata nel trinomio (inscindibile, per i die-hard fan della band toscana) Roberto Tiranti (voce)-Olaf Thorsen (chitarra)-Andrea Cantarelli (chitarra), in questa occasione supportati alla grande dai confermatissimi Nik Mazzucconi (basso) e Oleg Smirnoff (tastiere) e dal nuovo arrivato Matt Peruzzi (batteria), talentuoso drummer subentrato al celebre John Macaluso, che si era occupato delle parti di batteria nel precedente album, “Architecture Of A God”, del 2017. Fu proprio quell'album, giunto a distanza di ben sette anni dal precedente “Return To Heaven Denied Pt.II-A Midnight Autumn's Dream” (album che sembrava aver chiuso un cerchio, per la band, e che, a un certo punto, sembrava quasi destinato a diventarne l'epitaffio), a segnare la rinascita della band, mostrandoci una compagine finalmente libera dai fantasmi di un passato così ingombrante e travagliato e vogliosa di esplorare ogni aspetto della propria creatività con coraggio e rinnovato entusiasmo. Quasi a suggellare questo percorso, ecco quindi giungere questo nuovo album, intitolato WELCOME TO THE ABSURD CIRCUS (ancora una volta pubblicato dalla nostrana Frontiers Records), lavoro che riprende il medesimo approccio compositivo del precedente, ma rivedendolo, questa volta, in una chiave più cupa e distopica, come splendidamente sintetizzato dalla bellissima copertina (opera di Federico Mondelli). Se mai ci fossero stati dei dubbi residui sulla solidità di questo album e di questa nuova incarnazione dei Labyrinth (dubbi parzialmente sollevati dalla natura decisamente polivalente del precedente lavoro che, sebbene bellissimo, vedeva la band cambiare spesso registro da un pezzo all'altro, facendo perdere un po' di compattezza al risultato complessivo), ci pensa immediatamente la (quasi) title track THE ABSURD CIRCUS a spazzarli via nel giro di poche note. Introdotto da una scarica di colpi fulminei del nuovo arrivato Matt, il brano esplode sull'onda di un up tempo massiccio, graziato dalla consueta bellezza degli intrecci chitarristici della coppia Thorsen-Cantarelli e dalla mai abbastanza rimarcata capacità del tastierista Oleg Smirnoff di sapersi calare alla perfezione in tutte le realtà in cui è chiamato a collaborare (lo ricordiamo già con i prog masters Eldritch e con gli alfieri dell'horror metal Death SS) non solo per la sempre interessante scelta dei fraseggi, ma anche in virtù di una straordinaria capacità nella scelta dei suoni, sempre intriganti e mai scontati, nonché per la sua abilità nel creare ambientazioni sonore di grande spessore, fautore com'è di un lavoro tanto oscuro quanto determinante all'interno dell'impasto sonoro complessivo. Il brano alterna momenti al limite del power-thrash ad altri contrassegnati dal prog elegante e melodico di marca Labyrinth, dominato in lungo e in largo dall'inconfondibile voce di Roberto (che in alcuni momenti, grazie anche a un sapiente uso degli effetti, raggiunge vette di “perfidia” raramente lambite in passato) e sorretto da una sezione ritmica potente e fantasiosa (col basso di Nik a ritagliarsi uno spazio non indifferente all'interno dello spettro sonoro). Splendida la porzione dei soli, costruita su un tappeto dapprima soffuso e arioso (in cui si respirano sentori di un certo art-pop tipicamente anni 80), quindi via via più intenso e aggressivo grazie a un crescendo a dir poco entusiasmante, mentre vale la pena rimarcare ancora una volta l'ormai conclamata capacità della band di costruire linee melodiche ed arrangiamenti sempre di grandissimo gusto tanto nei fraseggi musicali quanto in quelli vocali, qui suggellati da un refrain di gran pregio, catchy e ricercato allo stesso tempo. Nota di merito per la splendida produzione, realizzata in co-produzione fra la band e l'ormai più che celebre produttore e musicista Simone Mularoni (chitarrista dei power /Prog metallers DGM): potente ma al contempo elegante, capace di esaltare tanto i momenti più impattanti quanto quelli più melodici e ricercati del sound dei nostri. Semplicemente perfetta. La band spinge a fondo sull'acceleratore nella successiva LIVE TODAY, brano in cui i nostri si riappropriano della loro anima più prettamente power grazie a una composizione che, benché attualizzata alla realtà dei Labyrinth odierni, non può non rimandare ai loro primi lavori (RTHD in primis, ma anche No Limits e il tribolatissimo Sons Of Thunder). Il brano è una sciabolata fatta e finita, velocissimo ma anche zeppo di gustosissime intuizioni (come stacchi puliti e splendide aperture a base di curatissime armonizzazioni chitarristiche) che ancora una volta mettono in risalto la classe cristallina della band, capace di coniugare la propria anima heavy e quella prog con una naturalezza tanto innata quanto prodigiosa, capace di ammantare di infinita eleganza i brani più feroci così come di donare il giusto peso specifico a quelli più raffinati e complessi. Un refrain semplicemente perfetto e una prestazione strumentale complessiva da urlo chiudono il cerchio di un brano destinato a spiccare fra i migliori dell'intero album. Una gustosissima sassata. Quasi a voler presentare un'ipotetica panoramica sul proprio ventaglio di soluzioni sonore, dopo un'opener potente e solidissima e un secondo brano all'insegna della velocità e dell'intensità, i Labyrinth, nella successiva ONE MORE LAST CHANCE ci propongono il loro lato più prog e ricercato, con una composizione che fa della sapienza melodica e dell'eleganza degli arrangiamenti i suoi punti cardine. Una costruzione decisamente progressiva, che passa dagli iniziali toni da ballad crepuscolare a gustose aperture heavy prog di gran pregio, sostrato a un crescendo vocale strepitoso, culminante in un refrain dove l'amore dei nostri per il class prog di band quali i Queensryche del periodo d'oro o Crimson Glory (nonché per soluzioni vicine all'aor e al pop “colto”) esplode in tutta la sua contagiosa penetratività emotiva. Il costrutto musicale è talmente perfetto e cesellato da poter essere preso come manuale del perfetto pezzo metal prog, fra cambi di registro, atmosfera e intensità, il tutto supportato da un gusto eccelso nella scelta dei molteplici riff, delle melodie e delle soluzioni ritmiche. Un brano raffinato e cangiante, capace di fare breccia fin dal primo impatto, ma di cui solo successivi e reiterati ascolti sapranno svelare la reale grandezza. Da standing ovation. Il pezzo successivo, intitolato AS LONG AS IT LASTS, sebbene contraddistinto da un inizio più heavy e d'impatto sull'onda di un mid-tempo quadrato e molto catchy, vive più o meno degli stessi contrasti umorali del brano precedente, con la band impegnata a coniugare al meglio momenti più ariosi e delicati, contraddistinti da una malinconia di fondo dalla grande resa emotiva, a momenti più trascinanti ed elettrici. E' proprio la malinconia a fare da trait d'union fra le varie parti del brano (da applausi a scena aperta la melodia intrecciata dalle due chitarre a metà brano, così come il lavoro determinante delle tastiere lungo l'intera composizione), grazie a scelte sonore capaci di donare più di un brivido lungo la schiena dell'ascoltatore, contrassegnando in modo deciso un pezzo che vede la band prediligere soluzioni più catchy rispetto a quanto sentito fin'ora, puntando forte (e in modo vincente) sul proprio lato più umorale. Nonostante il titolo piuttosto aggressivo, la successiva DEN OF SNAKES vede i Labyrinth confezionare un brano fra i più melodici, briosi e catchy dell'intero lotto. Un gradevole up-tempo heavy/rock in cui la band da fondo a tutta la sua classe e a tutto il suo gusto melodico, senza per questo rinunciare alla densità atmosferica che sottende all'intero album, risultando anche in questo caso convincente su tutta la linea. Un brano che, nella sua facilità d'ascolto, riesce a rendere ancora più netta la cifra stilistica dei Labyrinth, la cui capacità di dare vita ad arrangiamenti complessi e brani strutturati trova la sua massima conferma proprio nella capacità di risultare convincenti ed emozionanti anche quando i brani sono spogliati da costruzioni osate e sovrastrutture che, nel caso di band meno capaci o ispirate, potrebbero essere usate per nascondere eventuali lacune, piuttosto che essere il frutto di una reale spinta creativa. Gli intrecci chitarristici dell'altrettanto briosa WORLD MINEFIELD, graziata da un refrain fra i più catchy dell'intero album, ci riporta ancora una volta indietro nel tempo, ricordandoci (per costruzione) cavalli di battaglia del passato dei nostri quali Haeven Denied, State Of Grace o Kathryn. Come già accaduto in precedenza nell'album, la band si dimostra anche in questo caso bravissima nell'evitare anacronismi e auto-tributi grazie a una palpabile freschezza ed attualità compositive, capaci di fare al contempo risuonare nel ascoltatore tanto le corde del passato quanto quelle del presente facendo leva su una personalità spiccatissima. Brano metal/prog capace di coniugare potenza e grazia in modo impeccabile. Si torna a picchiare duro, dopo una fase centrale dell'album decisamente ricercata e raffinata, con la devastazione sonica della potentissima THE UNEXPECTED, bordata power-thrash ante litteram (rievocante passati capolavori quali Thunder o Seve Me, tanto per dare delle coordinate stilistiche chiare) cui il lavoro meraviglioso di Oleg alle tastiere conferisce qua e là un tono quasi futuristico, mentre batteria e basso viaggiano come treni (pur senza farsi mancare alcune chicche di pregevole fattura, con un Matt Peruzzi a prendersi il proscenio in più di un frangente).

Le chitarre sparano riff indiavolati e fraseggi da urlo a profusione, mentre Roberto tira la sua voce allo spasimo per conferire la giusta foga a un brano dal tiro micidiale, che promette di buttare letteralmente giù i muri negli (auspicati) futuri live.

Brano incontenibile, reso ancora più impattante dalla grande varietà stilistica che contraddistingue l'andamento complessivo dell'opera.

Poteva mancare, parlando di Labyrinth, una celebrazione musicale degli anni 80 (periodo musicale da sempre ispirazione dichiarata della band)?

Assolutamente no; ecco quindi giungere la riuscita cover (opportunamente “Labyrithizzata”) della celebre DANCING WITH TEARS IN MY EYES degli inglesi Ultravox, resa in modo assolutamente convincente da una band che già in passato aveva dimostrato grande dimestichezza con questo genere di operazioni (ricordiamo la doppia versione inglese/italiano di “Ti Sento” dei Matia Bazar, o la celebre versione del brano dance “Feel” dei Cenith X -Legend B remix-presente su RTHD). Un brano synth-pop reso magistralmente in versione heavy/rock, senza che nulla dell'originaria spinta melodica vada perduto, con un Roberto Tiranti sugli scudi grazie alla sua da tempo conclamata versatilità vocale. Decisamente riuscita. Tastiere dai toni siderali ci accolgono all'inizio della tenebrosa e onirica SPLEEPWALKERS, brano che, nonostante un costrutto di base comunque decisamente potente, risulta al contempo estremamente avvolgente. A spiccare, in questo caso, sono Oleg Smirnoff, autentico mattatore sonoro di un brano che fa dell'ambientazione sonora il suo punto di forza, Nik Mazzucconi, che fa risuonare le corde del suo basso con deliziosa prepotenza e Roberto Tiranti,autore di una prova ancora una volta maiuscola dietro al microfono, che vede il suo culmine nel trascinante e clamoroso refrain, autentica gemma di un brano assolutamente centratissimo. L'atmosfera si fa soffusa e carezzevole nella splendida ballad A REASON TO SURVIVE, dove delicati arpeggi e splendidi arrangiamenti tastieristici di stampo prog (con qualche contrappunto di stampo più classico) fanno da tappeto all'accoratissima interpretazione di un Tiranti come sempre straordinario anche quando si tratta di calarsi in territori prettamente melodici. Un brano bucolico e dolcissimo, autentico barlume di speranza all'interno di un album dai connotati decisamente cupi e tenebrosi, che si conclude sulle intense note della trascinante FINALLY FREE, roboante cavalcata power/prog (vicina, sotto alcuni aspetti, alla celebre Die For Freedom, che chiudeva il pluricitato best seller RTHD) che, tra riff al fulmicotone, porzioni vocali pregiatissime, melodie di grande presa, raffinate strutturazioni e prestazioni tecnicamente ineccepibili di tutti i componenti della band, chiude come meglio non si potrebbe un album pieno zeppo di input, che ci riconsegna una band al massimo della forma, solida e compatta come non mai, ormai perfettamente a suo agio nel gestire le molteplici sfumature stilistiche maturate dai vari componenti nel corso di una carriera ormai pluridecennale in modo sempre centratissimo, focalizzato e vibrante.

Un album che trasuda sincerità e creatività da ogni singolo solco, capace di far trasparire l'assoluta gioia creativa ed esecutiva spigionata dai musicisti coinvolti in modo quantomai lampante e contagioso e di convincere anche l'ascoltatore più scettico, in virtù di una perizia musicale e di un'ispirazione che pochissime band possono vantare.

Questo album è qui per ricordarci che ci troviamo al cospetto di una delle più grandi metal band di tutti i tempi, e lo fa in modo dannatamente convincente. Inimitabili.

90/100