24 Novembre 2019

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Recensione a cura di Edoardo Goi

MAYHEM - "Daemon"

Non deve essere affatto facile essere i (THE TRUE) MAYHEM.

 

Sono passati ormai ventisei anni dall'omicidio di Euronymous da parte di Varg Vikernes, e tutt'ora la band non può effettuare alcuna mossa senza essere sommersa dalle critiche, di qualunque natura questa mossa sia;

 

se la band pubblica un disco dai connotati di forte discontinuità rispetto a quello che, tutt'oggi, viene identificato come loro sound definitivo (cioè quello del monumentale De Mysteriis Dom Sathanas, pubblicato postumo alla morte di Euronymous nel 1994), viene accusata di non avere rispetto per l'eredità artistica di Oystein Aarseth (vero nome di Euronymous);

 

se, al contrario, la band si lancia in un lungo tour per celebrare il ventennale di quell'iconico album oppure decide di dare alle stampe alcune registrazioni di esibizioni live dell'epoca in cui, oltre ad Euronymous, era presente nella line-up anche il mai dimenticato cantante Dead (vero nome Per Yngve Ohlin, morto suicida nel 1991), allora viene accusata di voler lucrare sul suo leggendario passato, idem dicasi per ogni esternazione in sede di intervista riguardante i tempi della nascita del black metal, che li hanno visti in prima fila nel definirne coordinate musicali, ideologiche ed estetiche, così come quelli in cui, in Norvegia, imperversava il famoso quanto famigerato Inner Circle.

 

Dev'essere piuttosto frustrante per il bassista Necrobutcher (nonostante tutte le vicissitudini che hanno caratterizzato la storia della band gli abbiano consegnato nelle mani un brand dalle uova d'oro), a conti fatti il vero membro fondatore della band insieme al batterista di allora, Manheim (band che, ai tempi, si chiamava Musta), prima che l'ingresso in formazione di Euronymous e il cambio di nome in The True Mayhem ne indirizzassero il percorso verso la leggenda e la tragedia, non veder mai riconosciuta la propria importanza nella storia del gruppo, ne la legittimità con cui ne porta ancora in giro il glorioso nome;

 

e dev'essere anche piuttosto frustrante, ad ogni pubblicazione di un nuovo album, che il suo contenuto artistico venga spesso snobbato in favore delle ormai interminabili diatribe sull'opportunità di continuare a pubblicare dischi usando quel moniker, e si entri nel merito della musica in esso solo contenuta solo per ribadire come nulla di quanto fatto possa reggere il confronto con il leggendario passato del gruppo (come se ci fosse qualcuno al mondo capace di reggere un simile confronto, non solo in termini prettamente musicali).

 

Le cose si sono già ripetute (e continueranno a ripetersi) anche alla pubblicazione di questo nuovo DAEMON, sesto full-lenght della band norvegese, pubblicato il 25 ottobre sotto l'egida del colosso Century Media e preceduto dalle polemiche riguardanti la concessione dei diritti musicali per il controverso film Lords Of Chaos, basato sugli eventi dell'Inner Circle, nonché alcune discutibili, benché non nuove, dichiarazioni del summenzionato Necrobutcher riguardo a una sua presunta intenzione di uccidere egli stesso il chitarrista Euronymous, all'epoca.

 

Sull'opportunità (e l'opportunismo) di rilasciare simili dichiarazioni in contemporanea con la pubblicazione di un nuovo album se ne potrebbe discutere all'infinito, ma qui ci occupiamo di musica e solo la musica conta, quindi lasciamo da parte i gossip e tuffiamoci senza indugio nell'analisi di questo succulento platter.

 

Registrato in ben quattro studi diversi fra Svezia, Olanda e Norvegia e forte di una line-up invariata rispetto al precedente, ottimo, Esoteric Warfare del 2014 (che vede, oltre al già più volte citato Necrobutcher al basso, lo storico batterista Hellhammer dietro le pelli, i confermati Teloch e Ghul alle chitarre e il celeberrimo Attila Chsiar alla voce), l'album rivela fin dall'opener THE DYING FALSE KING un suono decisamente curato e pulito, benché piuttosto dinamico, e un approccio al songwriting decisamente meno stratificato e denso rispetto al suo predecessore, con più di un rimando al sound più classico della band ma arricchito in modo sostanziale da input nuovi in grado di rendere l'identità dell'album molto personale e priva di qualunque reflusso auto-celebrativo.

 

Ci troviamo al cospetto di una opener abbastanza classica, nel suo incedere veloce e di grande impatto, caratterizzata da un riffing glaciale, da un drumming al solito tanto chirurgico quanto devastante e da ottime parti vocali, che qui Attila imposta in modo più classicamente black ma senza rinunciare alla sua proverbiale espressività, il tutto arricchito da contrappunti di basso tanto lineari quanto efficaci nel donare al brano quel qualcosa in più dal punto di vista del quid atmosferico.

 

Ottimo il breve stacco atmosferico centrale, decisamente heavy e caratterizzato da vocals pulite declamate da un Attila in stato di grazia, mentre il finale è nuovamente all'insegna dell'impatto e della velocità.

 

Si prosegue con l'altrettanto intensa AGENDA IGNIS, contraddistinta da un approccio più brutale e meno gelido rispetto alla composizione precedente cui si alternano ampie porzioni in mid-tempo estremamente dinamiche ed atmosferiche, con un basso e una batteria in grande evidenza e splendide dissonanze chitarristiche a suggellare atmosfere tanto pesanti quanto avvolgenti.

 

L'apice atmosferico si raggiunge sicuramente nella seconda parte del brano, costruita su mid- tempo ancora più oscuri e pesanti di quelli precedenti, con l'ottimo riffing delle chitarre a suggellare un brano tanto penetrante quanto dinamico, splendida prova di come la band sappia trovarsi a suo agio anche in brani non interamente votati alla cupa violenza.

 

Si picchia ancora più duro con la successiva BAD BLOOD, furiosa ma anche gelida e asettica, quasi inanimata, che ricorda un po' i Thorns di Snorre W. Ruch (che, come sicuramente ricorderete, ha fatto parte della band nel periodo precedente alla morte di Euronymous e risulta complice di Varg nel suo omicidio) dell'album omonimo, resa più dinamica da aperture meno intransigenti dal punto di vista della velocità e arricchita da una porzione centrale sinceramente malsana e tenebrosa, marchiata a fuoco da un lavoro di chitarre nuovamente spettacolare;

 

chitarre che trovano anche il modo di ritagliarsi uno spazio solista dai connotati decisamente tecnici molto azzeccato nel valorizzare il mood del brano, che prosegue su fraseggi molto dinamici per poi concludersi all'insegna dell'algida ferocia iniziale.

 

Un trittico iniziale senza dubbio di grande impatto e qualità.

 

Si tira un po' il fiato, almeno inizialmente, con la successiva MALUM, con la sua apertura lenta ed evocativa, incentrata su lugubri arpeggi distorti che rimandano un po' alla celebre Freezing Moon e su vocalizzi bassi e sacrali dal grande impatto emotivo, prima che il riff portante, innestato su un andamento up-tempo molto heavy e dai rimandi nemmeno tanto velati all'altrettanto celebre brano della band intitolato Pagan Fears, esploda in tutta la sua potenza, preludio a un'ulteriore impennata di violenza sull'onda di un blast beat devastante e intenso.

 

Ciò che rende davvero spettacolare questo brano, altrimenti parzialmente inficiato da riferimenti alla passata produzione della band un po' troppo palesi, è la sua porzione centrale, lenta e funerea, resa indimenticabile dall'interpretazione vocale di un Attila in forma smagliante che ne sottolinea i connotati mortiferi e avvolgenti con stentorei vocalizzi puliti dai tratti sacrali di rara intensità, prima che una brutale accelerazione giunga a mettere la parola “fine” sulla composizione.

 

Con la successiva FALSIFIED AND HATED giungiamo a uno degli highlight assoluti dell'intero album.

 

Introdotta da un cupo rantolo demoniaco, la canzone deflagra con un assalto up-tempo guidato da una doppia cassa imponente (con rimembranze nuovamente vicine ai già citati Thorns) e raggiunge il suo apice di intensità esecutiva nelle furibonde sciabolate in blast beat di un Hellhammer posseduto e feroce come non mai, prima che un basso grezzo e tonante giunga a sottolineare gli splendidi stacchi con cui la band arricchisce la composizione (caratteristica, questa, che ritroviamo un po' in tutto l'album), dai connotati molto atmosferici e resi ancora più efficaci e penetranti dall'uso di gelidi synth dai toni quasi ambient in grado di conferire al pezzo un'aura cupa e sospesa assolutamente grandiosa.

 

Sono sempre i synth a sottolineare in modo decisivo anche la parte finale del brano, nuovamente assestata sui furiosi tratti che ne avevano contraddistinto l'inizio ma resa ancor più inquietante dall'uso dei medesimi, con rimandi stilistici che richiamano nuovamente i Thorns più “elettronici”, gli Odium dello splendido The Sad Realm Of The Stars e i pionieri dell'industrial black metal Mysticum.

 

Un brano davvero straordinario.

 

E' un arpeggio cupo e distorto ad aprire la successiva AEON DAEMONIUM, caratterizzata da un attacco tambureggiante dai contorni cupamente epici, con un Attila nuovamente sugli scudi per interpretazione, prima che un nuovo assalto di doppia cassa, meno brutale del precedente ma comunque molto trascinante, arrivi a scandire il tempo di una composizione cupa e avvolgente, brutalizzata da un'accelerazione di stampo death black di grande impatto e resa magistralmente atmosferica da splendide aperture dai connotati nuovamente epici guidate da un ottimo lavoro delle due chitarre e da un Attila che si conferma una volta di più come uno dei cantanti più espressivi e versatili dell'intera scena.

 

Un brano molto dinamico che conferma la tendenza di questa incarnazione dei Mayhem a puntare molto su atmosfera e dinamica, in fase compositiva, pur senza rinunciare all'estremismo sonoro e al nichilismo che da sempre contraddistinguono l'operato della band.

 

Nichilismo ed estremismo che ritroviamo dispensato a piene mani sulla successiva WORTHLESS ABOMINATION DESTROYED, canzone caratterizzata da un assalto continuo e spietato, tanto gelido quanto opprimente e plumbeo, splendidamente inserita nell'atmosfera generale di un album estremamente soffocante e claustrofobico, resa ancora più disturbante da linee vocali stranianti e declamatorie e da splendidi fraseggi chitarristici che, spesso in unisono, tratteggiano squarci raggelanti e alieni nel tessuto sonoro di un pezzo che solo nella sua parte centrale vede la band tirare leggermente il freno di un brano altrimenti oltranzista e implacabile come nessun altro all'interno dell'album con porzioni mid tempo comunque molto pesanti e opprimenti.

 

Brano dall'impatto devastante, ma anche certosinamente composta.

 

Di tutt'altro tenore si configura la successiva DAEMON SPAWN, costruita invece su un andamento generale lento, ipnotico ed estremamente evocativo, molto sperimentale sia per quanto riguarda il comparto musicale, dilatato e dissonante come non mai, che per quanto riguarda quello vocale, con un Attila ancor più libero di dare sfogo a tutta la sua follia tra urla soffocate, strepitii nervosi e parti corali dal fortissimo afflato epico.

 

L'atmosfera che ne deriva è tanto inquietante quanto maestosa, con la dinamicità del brano garantita, invece, da una progressiva accelerazione all'altezza della parte centrale del pezzo (così come nella parte conclusiva), reso ancor più impattante da un azzeccato stacco thrashy, prima che il brano rientri nel suo mood atmosferico dominante.

 

Davvero un'altra perla nella tracklist di un album che non conosce davvero battute d'arresto.

 

Molto più classica si rivela la penultima traccia in scaletta, intitolata OF WORMS AND RUINS, caratterizzata lungo il suo intero sviluppo dall'alternanza fra incisive porzioni in doppia cassa ed altre scandite da un blast beat penetrante, benché non parossistico nel suo incedere.

 

Come sempre, la band infarcisce il brano con opportune porzioni mid-tempo che nulla tolgono all'impatto dello stesso, che si conferma come uno dei più feroci dell'intero album, benché non uno dei più distintivi.

 

L'album regolare si conclude con l'invece estremamente osata INVOKE THE OATH, col suo algido incedere iniziale dai toni black-industrial (genere che la band ha più volte dimostrato di gradire, nel suo percorso artistico post- De Mysteriis Dom Sathanas) e il suo andamento spezzettato in up- tempo caratterizzato da un'abbondante presenza di synth e da una spiccata dinamicità, nonché da un'evidente libertà compositiva, il tutto reso coerente e funzionale da una continuità atmosferica tanto penetrante e avvolgente quanto invidiabile.

 

Come si poteva preventivare, un brano dai simili connotati sperimentali permette ad un singer che ha fatto della sperimentazione la sua bandiera interpretativa lungo l'intero arco della sua carriera di esprimersi al massimo delle sue potenzialità, confezionando una prova superlativa che suggella in modo decisivo un brano tanto coraggioso quanto riuscito e, con esso, un album a dir poco riuscito.

 

Nella limited edition trovano spazio anche due bonus track che, seppur senza aggiungere nulla di sostanziale al lavoro, si dimostrano comunque di ottima qualità;

 

so tratta dei brani EVERLASTING DYING FLAME, molto classica nel suo incedere veloce quanto feroce, con un Attila decisamente vicino allo stile che aveva caratterizzato la sua discussa prova su DMDS e un tessuto sonoro innervato da splendide dissonanze di chitarra ed efficaci interventi di basso, e la più particolare BLACK GLASS COMMUNION, col suo andamento dai forti connotati black & roll decisamente heavy screziati da repentine accelerazioni total black, tanto catchy e vibrante (fatti i dovuti distinguo) quanto efficace ed estremamente godibile.

 

Si conclude così un album che farà senza dubbio, come sempre, discutere, ma sulla cui qualità intrinseca nessuno potrà avere nulla da obbiettare, fatta salva l'onesta intellettuale di ognuno.

 

Un album che presenta, per chi scrive, solo un paio di pecche, ravvisabili in una produzione che personalmente avrei gradito un po' più sporca , “carnale” e profonda, e in una certa linearità di fondo dei brani che suonerà come una parziale delusione per chi, come il sottoscritto, aveva gradito moltissimo la stratificazione estrema e disturbante del precedente lavoro.

 

Ma, come sempre, la band ha deciso di seguire la sua persona regola non scritta che non contempla la pubblicazione di album simili fra loro, e si ripropone a noi con un sound nuovamente rinnovato, per quanto ovviamente pregno dell'intero bagaglio di esperienze fin qui maturato.

 

Un lavoro davvero ottimo, privo di filler e decisamente ispirato e curato, che farà la felicità di tutti i fan che hanno fin qui apprezzato l'operato della band, andando oltre alle diatribe sull'opportunità della sua stessa esistenza (con questo moniker) dopo la morte di Dead e Euronymous, apprezzandone invece il coraggio e l'integrità artistica nel non volersi mai adagiare sugli allori (e il suono) del passato per produrre album sempre freschi e con una loro precisa identità, figli di una band che ancora sa scrivere pezzi come poche altre al mondo, alla faccia dei suoi detrattori che,spesso, si crogiolano nella vana illusione di saper fare di meglio.

 

Promossi senza esitazione alcuna.

 

 

VOTO: 90/100