3 APRILE 2020

Recensione a cura di Edoardo Goi

 

Ci sono album che vanno molto oltre la semplice espressione artistica: a volte, sono il suono di una rinascita.
Fu così per i Metallica con il plumbeo “And Justice For All” dopo la tragica morte dell'indimenticato bassista Cliff Burton, scomparso in un tragico incidente stradale nel 1986 durante il tour della pietra milare “Master Of Puppets”.
Fu così per i Rush con lo splendido “Vapor Trails” dopo il periodo di sbandamento seguito alla doppia tragedia occorsa nel giro di un anno al leggendario batterista Neil Peart, che perse prima la figlia in un incidente stradale e quindi la moglie a causa di un male incurabile.
Allo stesso modo, anche questo THE GHOST OF ORION, quattordicesimo album in studio dei death/doomsters inglesi MY DYING BRIDE, rientra senza dubbio nella medesima categoria, benché qui, fortunatamente, la rinascita sia successiva a un auspicato lieto fine.
Sono infatti note le vicissitudini che hanno colpito la famiglia del cantante Aaron Stainthorpe, alla cui figlioletta di cinque anni, nel 2017, venne diagnosticato un tumore dal quale, per fortuna, è poi guarita, con grande sollievo per tutte le persone coinvolte, compresi i fan della band che non hanno mai fatto mancare il proprio supporto al cantante durante il lungo periodo in cui l'attività della band è stata, ovviamente, messa in pausa.
Alla gioia per la felice conclusione di quella angosciosa situazione si è aggiunta, per gli affezionati del combo di Halifax, anche quella per la notizia della ripresa dei lavori di Aaron in seno alla band, che ne frattempo aveva portato avanti autonomamente il processo di scrittura dei brani che avrebbero poi formato il nuovo platter.
Una vicenda simile però non poteva non riflettersi tanto nel mood sonoro dell'album quanto, soprattutto, nelle liriche e nell'interpretazione che il cantante avrebbe ad esso donato; ecco quindi che l'intero lavoro risulta ammantato da un profluvio di emozioni e stati d'animo vividissimi, che vanno dalla totale disperazione, alla più intima introspezione, dall'espiazione alla più sincera elaborazione del dolore e dello smarrimento che, sebbene certamente non nuovi nell'universo My Dying Bride, mai prima d'ora avevano toccato questi livelli di “messa a nudo” dell'artista di fronte al suo pubblico (lambendoli forse nei brani del precedente platter “Feel The Misery” dedicati alla memoria del padre di Aaron, ai tempi recentemente scomparso).
Il fatto che l'evento scatenante di un tale tumulto umorale si sia concluso con un liberatorio lieto fine, peraltro, non intacca minimamente l'esperienza totalizzante riversata dal cantante all'interno dell'album, che ha evidentemente usato la sua sensibilità artistica come valvola di sfogo e, allo stesso tempo, catarsi salvifica contro il mostro che stava divorando l'amata figlia e, con lei, la sua vita e la sua famiglia.
Dopo una tale premessa, sembra quasi insignificante addentrarsi fra le note tecniche del disco, annotando la nuova fuoriuscita dello storico chitarrista Calvin Robertshaw in favore del subentrato Neil Blachett e l'ingresso in formazione del nuovo batterista Jeff Singer, per una line up completata dai confermatissimi ( a parte il già più volte nominato Aaron alla voce) Shaun Macgowan al violino e alle tastiere, Lena Abé al basso, Andrew Craighan alla chitarra e con il fondamentale apporto della guest musician Jo Quail al violoncello, ma siamo qui per parlare d'arte e musica, e quindi è comunque doveroso accreditare gli artisti artefici di questa opera, a tutto tondo fin dalla splendida copertina, realizzata dal celebre Eliran kantor, e prodotta da Mark Mynett, capace di dare alla musica della band quello che è forse il suono più bello, profondo e organico di tutta la sua carriera.
Le premesse per dare vita a un lavoro memorabile c'erano quindi tutte, ma sarà stata la band in grado di concretizzare un simile humus creativo senza farsi sopraffare dal coinvolgimento emotivo, usandolo invece per valorizzare al massimo lo sforzo creativo?
Come probabilmente già intuibile fra le righe di questa lunga premessa, la risposta non può che essere un enorme, perentorio: SI.
Basta infatti premere il tasto “play” e fare partire la prima traccia (la già nota YOUR BROKEN SHORE, scelta per diventare il singolo oggetto del primo video promozionale realizzato per l'album), per trovarsi immediatamente sopraffatti dalla portata emotiva e dalla ricchezza sonora di questo che si rivela fin da subito come un monumento musicale inscalfibile.
È imponente l'impatto che l'intreccio chitarristico iniziale, ottimamente bilanciato fra il sound più classico e datato dei nostri e lo spiccato sviluppo melodico dell'ultimo Feel The Misery, riesce a sprigionare, sprofondando immediatamente l'ascoltatore nell'immaginario plumbeo, sospeso e drammatico del brano; drammaticità che raggiunge vette ancor più struggenti allorquando, preceduta da un'incisiva linea di violino, la voce di Aaron irrompe nel brano in modo tanto delicato quanto emotivamente impattante, araldo di una disperazione disarmata e disarmante, dove il senso di vuoto e lo smarrimento la fanno da padroni incontrastati.
La band colpisce durissimo i sensi dell'ascoltatore, grazie a una stratificazione sonora finemente cesellata che, lungi dall'appiattire gli elementi portanti del brano sotto quintali e quintali di svolazzi sovraprodotti, riesce allo stesso tempo a catturare l'essenzialità dell'idea sonora e ad esaltarla al massimo livello di profondità e impatto, passando senza soluzione di continuità dall'imponente refrain del brano, interpretato da Aaron col suo inconfondibile e scurissimo growl, all'ammaliante e totalizzante intreccio strumentale centrale senza che alcuna parte risulti meno curata o valorizzata.
Un brano clamorosamente bello, opener di un album che promette davvero meraviglie.
A bissare subito un tale dispendio di energie e poesia, ecco giungere subito la strepitosa TO OUTLIVE THE GODS, delicata canzone d'amore in classico stile My Dying Bride, in cui le liriche impregnate di romanticismo sensuale declamate da Aaron fanno da Cicerone all'ascoltatore attraverso lo sviluppo dinamico di un brano leggermente meno aggressivo e giocato sui contrasti del precedente, dove la band punta decisamente tutto sulla costruzione di atmosfere dense e avvolgenti grazie al lavoro delle chitarre, splendidamente armonizzate e costantemente impegnate a intessere riff e fraseggi doom d'altissima scuola, e ai toccanti interventi di archi (il modo in cui il violoncello riesce a donare profondità alla musica dei nostri è assolutamente strepitoso), per un connubio capace di toccare vette di lirismo armonico straordinarie.

Vale la pena di spendere due parole anche su un aspetto che spesso viene sottovalutato, quando si parla di doom metal, cioè quello della sezione ritmica, spesso poco considerata data la natura dilatata e ritmicamente poco pirotecnica del genere, ma che riveste, per chi scrive, un'importanza fondamentale nell'economia del sound delle band ad esso ascritte.
Se, infatti, parlando di generi più estremi, non è affatto facile reggerne i tempi senza andare fuori giri, in un genere così pesante e metronomicamente dilatato è altrettanto facile “sbagliare” approccio, ritrovandosi a cercare di riempire in modo eccessivo gli spazi o a lasciarli, al contrario, troppo scarni, così come è difficile fornire il necessario groove a pezzi nati per avvolgere e schiacciare l'ascoltatore in spire lente e soffocanti.
L'equilibrio dimostrato in questo album da Lena e Shaun è, invece, assolutamente perfetto, con la prima capace di fornire un sostrato solidissimo al lavoro delle chitarre e il secondo abilissimo nel fornire la giusta dose di pesantezza e dinamismo ai brani, valorizzandone il fluire con gusto invidiabile.
Il terzo brano, scelto come secondo singolo dell'album, si intitola TIRED OF TEARS, è quello in cui Aaron ha deciso di esorcizzare il dolore e la frustrazione provate durante la malattia della figlioletta attraverso un testo toccante e (in un modo quasi inedito per la band) diretto, ed è uno degli highlights assoluti del disco.
È straordinario infatti il modo in cui il cantante, coadiuvato da una band che fa sfoggio di una superiorità e di una personalità compositive quasi imbarazzanti, riesce a far toccare con mano all'ascoltatore le emozioni che intende trasmettere, e il connubio tra le sue parole e lo scorrere inesorabile e ammaliante delle trame sonore risulta talmente perfetto da rendere il contatto empatico fra quest'ultimo e i musicisti quanto mai profondo e privo di filtri.
Il brano avanza, lungo i suoi otto minuti abbondantissimi di durata, fra riff plumbei impietosi e straordinarie aperture melodiche dalla potenza espressiva disarmante; lento e avvolgente, palesa ancora una volta la natura “enciclopedica” di questo lavoro che, nonostante o proprio grazie all'abbandono di un membro storico come Calvin Robertshaw (che, ricordiamo, è stato un membro della band dalla sua fondazione fino al poco compreso “34,788% Complete”), sembra davvero una summa dell'intero percorso artistico della band, capace di far convivere l'anima più spigolosa e complessa dei My Dying Bride dei primi lavori con quella più elegiaca e raffinata sviluppata in seguito, innalzandole, al contempo, a un nuovo livello di espressività artistica, perfettamente riassunto e palesato in questo brano assolutamente splendido.
Dopo un inizio che mette davvero moltissima carne al fuoco, la band decide di far tirare un po' il fiato ai propri ascoltatori con la suadente e carezzevole THE SOLACE, piece costruita unicamente su avviluppanti intrecci di chitarre e archi (niente basso e niente batteria, in questo brano etereo e sognante) e affidata all'ammaliante voce di Lindy Fay Hella dei Wardruna, splendida interprete di questo brano che, tenendo fede al suo titolo ( “The Solace” significa, infatti, “Il Conforto”), rappresenta un'autentica isola di pace e speranza all'interno di un lavoro altrimenti votato alla messa in musica di sentimenti esasperati e profondissimi.
Si sprofonda nuovamente nell'abisso con la lunga e articolata THE LONG BLACK LAND, composizione dalla natura ambivalente che, a una prima parte estremamente pesante e monolitica nel suo andamento death/doom d'altri tempi, che ci rimanda immediatamente al periodo Turn Loose The Swans/The Angel And The Dark River, con un Aaron sugli scudi quale gran cerimoniere, fra linee vocali pulite dilatate e quasi psichedeliche e esplosioni in growl di grande efficacia, contrappone una seconda parte più rarefatta e introspettiva, ammantata da un'aura malinconica e raccolta dalla potenza espressiva disarmante, prima di lasciarsi andare a un finale in cui le due anime si compenetrano in modo splendido, generando una grandeur di cupo e rassegnato abbandono non scevra da una vena agrodolce che rende l'atmosfera del pezzo ancora più intrigante e multi sfaccettata.
Un brano bellissimo e ricco di spunti, i cui quasi dieci minuti di durata scorrono in modo davvero appagante, grazie a una capacità di arrangiamento davvero sopraffine.
Si tira nuovamente il fiato, dal punto di vista dell'esuberanza elettrica, con la title track THE GHOST OF ORION, breve interludio affidato a tristi e delicati intrecci di chitarre pulite e pianoforte in cui le linee vocali non sono che un sussurro lontano, prima che toccanti note di chitarra acustica ci introducano a un'altro degli highlights assoluti dell'album (forse il pezzo più bello in assoluto, per chi scrive, anche se è una scelta davvero ardua), intitolato THE OLD EARTH.
Ci troviamo di fronte al brano più lungo e complesso dell'intero lavoro, in cui, a fronte di una durata superiore ai dieci minuti, la band mette in campo tutta la sua potenza espressiva, passando da delicate parti acustiche estremamente intime a pesantissimi riff distorti che ancora una volta ci riportano alla mente i My Dying Bride del capolavoro Turn Loose The Swans; dai profondi abissi del death/doom più catacombale alle penetranti armonie di quello più elegiaco ed emozionale; da porzioni quanto mai dirette e frontali ad altre dal costrutto decisamente più criptico e impegnativo, il tutto sorretto da arrangiamenti solidissimi ed estremamente lucidi e da un'interpretazione vocale sempre puntuale ed accorata di un Aaron semplicemente perfetto nel dare voce alle sensazioni sprigionate dalla musica del combo albionico, sia quando si tratta di blandire l'ascoltatore con suadenti e penetranti linee pulite, sia quando si tratta di colpirne a fondo l'immaginario con incisive linee in growl e scream di grande impatto.
Si tratta di un brano che fa emergere velleità “prog” mai sopite, nella scrittura dei nostri (che anche nelle loro opere meno complesse non hanno mai mancato di rimarcare la propria propensione al non negarsi alcuna soluzione sonora al fine di raggiungere la ricercata profondità espressiva), che, grazie al grandissimo lavoro svolto in fase di arrangiamento, riesce a non cozzare con l'intento dichiarato della band di produrre un lavoro che potesse colpire con immediatezza, sotto ogni punto di vista, l'animo dei suoi fruitori, risultando estremamente godibile e focalizzato lungo l'intera sua durata nonché estremamente appagante per quegli ascoltatori maggiormente intrigati da brani per i quali solo ripetuti ed attenti ascolti possono svelare le infinite sfaccettature che li compongono.
Si tratta di una caratteristica, quest'ultima, che accomuna tutte le composizioni che vanno a costituire l'album (suggellato dalla conclusiva, strumentale, YOUR WOVEN SHORE) che, a fronte di una godibilità spiccatissima e immediata, risultano ricchissime di dettagli e spunti di interesse e che, insieme, vanno a creare un quadro sonoro dallo spessore e dall'espressività straordinarie, degno di essere inserito a pieno titolo fra i capolavori di una band che, per chi scrive, fa da sempre corsa a se all'interno del suo genere di riferimento grazie a una visione e una capacità di darvi forma assolutamente uniche e ineguagliate, qui nuovamente ribadite ed elevate.
Per chi scrive, album dell'anno senza se e senza ma, allo stato attuale delle cose (e sarà davvero difficilissimo per chiunque scalzarlo da tale posizione).

Pura emozione in musica.

Assolutamente imperdibile.

 

 

VOTO: 100/100