29 MAGGIO 2020

Recensione a cura di Edoardo Goi

 

Per chi scrive, i NAGLFAR sono una delle più grandi occasioni mancate della storia del black metal.

Non furono in pochi, infatti, a predire un futuro da top act assoluto per la band, all'indomani della pubblicazione del primo, straordinario, album “ Vittra” nel 1995 (e, fra questi, anche il vostro umile scribacchino).

Come non farsi prendere dall'entusiasmo di fronte a tale magnificenza a base di black-death melodico con frequenti incursioni nel metal classico, per chi seguiva con ardore da fan la dirompente scena guidata ai tempi dagli insuperabili (e insuperati) Dissection di Jon Nodtveidt (che nel medesimo anno avrebbero suggellato il loro dominio pubblicando il clamoroso Storm Of The Light's Bane) ?

Assolutamente impossibile.

Ciò che rendeva, ai tempi, fare facili previsioni riguardo al futuro della band era, oltre alla qualità pazzesca delle composizioni, anche la straordinaria maturità, unita a una personalità debordante, che tracimava da quei solchi.

Purtroppo, tutti sappiamo come quelle previsioni di gloria siano poi presto naufragate a causa delle divergenze musicali interne alla band, che portarono dapprima alla fuoriuscita dell'iconico cantante Jens Ryden e quindi all'abbandono dello stile variegato e composito che aveva contraddistinto i primi passi della band in favore di un black metal melodico più feroce e “ortodosso”, sebbene comunque di ottima fattura.

A trascinare la band nel novero delle realtà “di culto” e un po' dimenticate contribuì poi la rarefazione, da un certo punto in poi, delle uscite discografiche (a riprova di questo, basti vedere il lasso di tempo intercorso fra questo nuovo album e il precedente “Teras”, uscito ben otto anni fa, il quale, a sua volta, era uscito a cinque anni di distanza dal suo predecessore “Harvest”), che più di una volta hanno fatto pensare a una band ormai pronta allo split ufficiale, soprattutto negli ultimi anni.

Le cose, per fortuna, sono andate diversamente e, dopo una serie di tour utile a far girare di nuovo il nome della band dopo tanti anni di silenzio, eccoci giungere tra le mani questo nuovo CERECLOTH, sotto egida Century Media.

Come sempre arroccati attorno al triumvirato composto dal cantante Kristoffer W. Olivius e dai due chitarristi Andreas Nillson e Marcus E. Norman, qui coadiuvati dai guest members A. Impaler al basso e Efraim Juntunen alla batteria, gli svedesi ritornano sul mercato con quello che è forse il disco più cupo e asfissiante della loro carriera, oltre che uno dei più violenti (a differenza del penultimo “Teras”, che invece puntava sul lato più atmosferico del loro sound), aiutato in questo dalle scelte fatte dalla band in fase di produzione;

registrato negli studi The Wolf Lair di proprietà del chitarrista Marcus E. Norman, l'album punta infatti su suoni molto oscuri ed opprimenti, piuttosto lontani dai suoni cristallini e molto pompati che vanno per la maggiore al giorno d'oggi, catapultandoci direttamente in un epoca in cui il suono del metal estremo era meno codificato e omologato e gli album, pur con i loro difetti, possedevano una loro personalità unica.

Non fa eccezione questo “Cerecloth”:

i suoni sono un po' impastati, le frequenze basse forse troppo spinte, le chitarre potrebbero avere un peso maggiore, eppure l'album trasuda una sua atmosfera unica, calando l'ascoltatore nel suo immaginario fin dalle primissime note della sua opener, la title track CERECLOTH.

Scelto come primo singolo apripista, si tratta di uno dei brani più feroci dell'intero lavoro, contraddistinto da da un riffing che più “swedish black metal” non si può e, come tradizione impone, sorretto da un impianto melodico tanto oscuro quanto fondamentale nella sua economia.

Due cose balzano subito all'orecchio:

l'interpretazione come sempre ferocissima di Olivius dietro al microfono e l'ormai conclamata capacità della band nel costruire brani estremamente solidi e performanti, autentiche “canzoni”, e non semplici collezioni di riff uno in coda all'altro.

Può sembrare banale,ma è un'arte sempre più rara, nel metal estremo odierno.

Il pezzo si rivela, infatti, estremamente godibile ed incisivo nella sua capacità di essere feroce e catchy allo stesso tempo, oltre che estremamente credibile nel rinverdire una tradizione sonora che, dai suoi tempi d'oro, ha ricevuto più tributi che vera linfa vitale.

I tempi si fanno, almeno parzialmente, più contenuti con la successiva HORNS, inizialmente costruita su un mid-tempo accattivante e su riff molto avvolgenti, com'è tradizione per la band, che recupera in questo pezzo il mood più controllato e atmosferico del suo penultimo platter, salvo irrobustire il tutto con sparute accelerazioni qua e là, utilissime nel dare al brano il necessario dinamismo.

Ciò che contraddistingue il brano è però la vena cupamente epica e sulfurea che lo attraversa da capo a piedi, penetrante e accattivante al punto giusto, per un pezzo da cui è facile lasciarsi ammaliare pur in presenza di soluzioni stilistiche senza dubbio non innovative.

Questo trademark risulta ancora più esasperato nella successiva LIKE POISON FOR THE SOUL, giostrata più o meno sui medesimi stilemi del brano precedente, ma spinta ancora di più sul versante epico e atmosferico, benché in questo caso le atmosfere evocate siano più gelide e maligne e l'avvolgente quanto asfissiante impianto sonoro non venga qui alleggerito da accelerazioni degne di nota.

E' evidente come, in questo caso, la band abbia deciso di puntare su aperture melodiche più aperte e marcate per fare da contraltare al cupo incedere delle strofe, raggiungendo il suo obbiettivo con una semplicità niente affatto nuova per chi ne conosce le gesta.

Si torna a spingere forte sull'acceleratore con la terremotante VORTEX OF NEGATIVITY la quale, introdotta da un tenebroso arpeggio distorto, deflagra di li a poco in tutta la sua veemente carica black-death da antologia, sprofondandoci ancora di più nell'epoca d'oro del genere che questo album riesce ad evocare in modo così vivido.

La sezione ritmica è un treno in corsa, le chitarre sono taglienti e scandiscono riff e melodie di grandissimo spessore ed efficacia, mentre la struttura, molto lineare e collaudata, non fa che aumentare in modo considerevole l'incisività di un brano scelto non a caso come secondo singolo dell'album.

Da applausi a scena aperta la porzione centrale del brano, straordinariamente avvolgente e penetrante, costruita su intrecci melodici splendidi che ci rimandano un po' ai Naglfar di inizio carriera, prima che la brutalità prenda di nuovo il sopravvento.

Davvero un ottimo pezzo.

L'incedere si fa invece più cadenzato e pesante con la successiva CRY OF THE SERAFIM, caratterizzata da un riffing quadratissimo, benché sempre pronto ad arricchirsi di opportuni ricami melodici di gran gusto, e da un Kristoffer velenoso come non mai dietro al microfono, prima che il brano deragli sui binari di un black-death furioso e tipicamente “Naglfar”, reso estremamente dinamico da sulfurei quanto opportuni rallentamenti in cui la vena oscuramente epica della band fa nuovamente capolino, impreziosendo il tutto, prima che la furia belluina di THE DAGGER IN CREATION travolga tutto e tutti.

Si tratta di un assalto black-death all'arma bianca, implacabile e al contempo esaltante, in cui la band da sfogo a tutta la sua rabbia colpendo duro e senza pietà dal primo all'ultimo secondo, pur riservandosi uno splendido interludio melodico dai toni molto classic metal all'altezza del bellissimo solo centrale.

Un brano tanto “classicamente in stile” quando godurioso.

Si picchia ancora durissimo con la successiva A SANGUINE TIDE UNLEASHED, brano che spinge a fondo sulla componente black del sound dei nostri (benché questa affermazione vada inserita nel contesto di black metal di matrice svedese in cui i Naglfar si muovono, che prevede una componente di oscura melodia anche nei frangenti più estremi), che confezionano qui il pezzo più feroce dell'intero lotto, benché non privo di una componente catchy data tanto dal costrutto strutturale molto lineare quanto dalle gestione come sempre molto oculata del comparto atmosferico e melodico.

E' proprio questa capacità di dare compiutezza ad ogni singolo brano che rende i Naglfar una band in grado di elevarsi al di sopra del mare mostrum dell'attuale scena estrema, e questo pezzo ne è l'ennesima conferma.

Ad ideale suggello di quanto poc'anzi espresso, ecco giungere l'incedere lento ed estremamente avvolgente della successiva NECRONAUT, contraltare sonoro del pezzo che l'ha preceduta, col quale condivide, pur nella sua breve durata, il senso di “compiutezza narrativa” che contraddistingue l'estro compositivo della band, qui reso attraverso intrecci melodici di primissimo ordine e bissato in modo ancora più definitivo dal dipanarsi intenso e convincente della successiva (e conclusiva) LAST BREATH OF YGGDRASIL, brano dalla prorompente, oscura, epicità capace, in poco più di sei minuti, di far rivivere una volta di più lo spirito del black-death svedese dell'epoca d'oro senza per questo suonare anacronistico o nostalgico.

Si tratta di un up-tempo molto classico, splendidamente calato in un'atmosfera cupa e minacciosa dalla conclamata capacità del gruppo di costruire impianti melodici di grandissima presa, perfetto per concludere con tono solenne un album che, se da una parte non apporta nulla di nuovo dal punto di vista dello stile o del songwriting alla carriera dei Naglfar, dall'altra parte ne consolida in modo sostanziale lo status e la personalità, donandoci altre nove tracce di assoluta goduria black-death come in pochi sanno confezionare.

Consigliatissimo.

 

 

VOTO: 80/100