20 OTTOBRE 2020

Recensione a cura di

Edoardo Goi

 

Se l'intento dei NAPALM DEATH era quello di terrorizzare i propri fan, nel presentare le prime preview del nuovo album, ci sono riusciti benissimo.Basta infatti dare una veloce scorsa alle varie pagine web dove i metalhead sono adusi confrontarsi su nuove e vecchie uscite per rendersi conto di quanto timore aleggiasse attorno al contenuto di questo THROES OF JOY IN THE JAWS OF DEFEATISM. La band ci ha proditoriamente messo del suo, pubblicando dapprima la piuttosto classica “Backlash Just Because”, e poi facendogli seguire due singoli come “Amoral” e “ A Bellyful Of Salt And Spleen” che definire spiazzanti è puro eufemismo.Se, infatti, da un lato i Napalm Death ci hanno abituato fin dai tempi dello splendido “Time Waits For No Slave” del 2009 (per lo meno) al loro flirtare con sonorità acid-industrial e electro-alternative (con più di un riferimento al lavoro di band quali Killing Joke, Mogway e Ministry, solo per fare qualche nome), mai prima d'ora si erano spinti al punto da pubblicare non uno, ma ben due singoli in cui queste influenze prendono il sopravvento totale sulla composizione, azzerando quasi del tutto (se non azzerandolo proprio in toto) il sound grind/death cui il nome “Napalm Death” viene abitualmente associato.Il dibattito sui social è stato molto acceso, con i fan degli ultimi lavori della band che si sono dimostrati più che altro incuriositi da questo modo di muoversi e quelli più legati agli album più datati pronti a seppellire sotto una cascata di improperi un'eventuale virata troppo marcata verso la direzione musicale palesata nei due singoli “incriminati”.A porre fine al “processo alle intenzioni” scatenatosi sul web è arrivata finalmente la pubblicazione dell'album, datata 18 settembre 2020.Eccoci quindi finalmente qui, album fra le mani e dito pronto a premere play sul tasto del lettore, pronti a svelare l'arcano mentre ammiriamo la splendida copertina (opera di Frode Sylthe) dell'album, il cui taglio tanto moderno quanto vivido e spietato ci fa fin da subito intuire che i timori per una svolta totalmente industrial/alternative della band erano piuttosto infondati.A toglierci ogni possibile dubbio residuo, ecco esplodere, preannunciata da null'altro che un paio di secondi di silenzio, l'opener FUCK THE FACTOID, violentissimo assalto death/grind che subito mette in chiaro come la furia di questa band, il cui nome stesso è diventato, negli anni, sinonimo di radicale incorruttibilità, non si sia niente affatto affievolita.A essere cambiato è, semmai, il ventaglio di colori musicali cui la band attinge per mettere in scena la sua feroce pantomima di denuncia delle storture del mondo modern, che nel corso degli anni si è via via ampliato in modo sostanziale, arricchendo non poco il songwriting di una band (anche qui composta da Mark “Barney” Greenway alla voce, Shane Embury al basso, Mitch Harris alla chitarra, Danny Herrera alla batteria, con quello che ormai è il membro aggiunto, John Cooke, alla seconda chitarra) che, in un certo momento della sua carriera, sembrava incappata nell'impossibilità strutturale di evolvere la propria proposta oltre un certo limite.Ecco quindi spuntare, nella violenza senza freni di questa prima traccia, le dissonanze dai toni apocalittici,le stratificazioni vocali e l'effettistica cui la band ci ha da tempo abituato, qui usate forse con ancora più profondità e confidenza rispetto al passato il che, unitamente a un costrutto strutturale molto curato e relativamente complesso, va a costruire un moloch inscalfibile di brutalità dove tradizione e modernità convivono e si nutrono a vicenda in un connubio quantomai efficace, che ci lascia piacevolmente stampati al muro di casa.A questo risultato contribuisce anche la splendida produzione, realizzata ancora una volta presso i Parlour Studios da Russ Russell, potente e definita, capace di valorizzare tanto l'assalto death/grind della band quanto le sue pulsioni più moderniste in un melange sonoro perfetto e forse mai prima d'ora così chirurgicamente definito.Si spinge fortissimo anche nella già conosciuta BACKLASH JUST BECAUSE, brano maggiormente improntato al groove e permeato da un certo afflato post-hardcore interpretato dalla band con grande cattiveria e fiducia nei propri mezzi, arricchito da sinistri arpeggi dalla grande resa atmosferica, capaci di donare a un pezzo molto acido e caustico una profondità senza dubbio più spiccata e coinvolgente, mettendo così a segno un altro centro pieno.Si viaggia in territori più classici con la bordata death/grind di THE CURSE OF BEING IN THRALL, composizione ferocissima in cui i Napalm Death mettono momentaneamente da parte le loro influenze più recenti (pur senza rinunciare a dare un taglio affilato e moderno al pezzo) per lasciare andare a briglia sciolta la loro anima più feroce e selvaggia.Una badilata in faccia senza ritegno dove, fra schizzate accelerazioni grind e corposi rallentamenti dominati da un groove irresistibile, e unitamente a una costruzione dinamica e una ricchezza strutturale senza dubbio molto curate e vincenti (uno step compositivo, a torto, poco celebrato, quando si parla dei “nuovi” Napalm Death), la band mette a segno un colpo che promette di non fare prigionieri, in sede live.I tempi si fanno più contenuti nell'accattivante up tempo di CONTAGION, splendido brano in cui fanno capolino i Killing Joke più cupi (soprattutto all'altezza del refrain), senza che la band si faccia mancare opportune accelerazioni hard-core sfocianti a loro volta in gustosissime porzioni death/grind dal taglio decisamente classico, salvo poi imbastardirle con dissonanze azzeccatissime.Senza dubbio uno dei brani più ricchi e accattivanti dell'intero lotto.

Si precipita in territori brutalmente sperimentali con la successiva JOIE DE NE PAS VIVRE, brano dominato da ritmiche di batteria incalzanti e un basso distorto e malatissimo sui quali la band costruisce un affresco industrial gelido e mortifero, con la voce distorta di Barney che, chiamata a dipanarsi su incursioni noise e effettistica varia, rievoca a tratti gli Strapping Young Lad più deviati.Un brano senza dubbio atipico, ma assolutamente in linea con l'atmosfera che sottende l'intero lavoro.Esperimento interessante e malato, che fa da perfetto apripista per l'altrettanto osata INVIGORATING CLUTCH, brano dai bpm decisamente bassi, per la media dei Napalm Death, che qui rispolverano parzialmente le sperimentazioni che tanto scalpore avevano generato ai tempi dell'album “Diatribes” del 1996, mettendo sul piatto un groove roccioso e ammorbante, ma arricchendo la ricetta con gli spunti che hanno contrassegnato l'ultima parte della loro carriera e ricavandone così un brano vincente, estremamente plumbeo e penetrante, donando nuovo lustro a intuizioni un tempo molto criticate.Si torna su territori relativamente più classici con la successiva ZERO GRAVITAS CHAMBER, brano dalla concezione senza dubbio molto tradizionale, ma dall'esposizione non così imbrigliata, che vede la band innestare nuovamente, su un costrutto death/grind molto in linea con la sua proposta “storica”, connotazioni più moderne e “futuristiche”, salvo farsi prendere (a tratti) la mano dalla loro indole più selvaggia e furibonda, partorendo così una composizione che è un continuo saliscendi di pura ferocia e pulsioni più algide che, unitamente a una strutturazione decisamente variegata e in continua evoluzione, va a definire un brano quantomai impattante e interessante.È un riffing molto moderno e graffiante quello che ci accoglie sulla soglia di FLUXING ON THE MUSCLE, brano che, nella sua prima parte, si dipana su un accattivante andamento in mid tempo alternate a contenute accelerazioni dal groove comunque molto spiccato, salvo trasformarsi in un pugnace assalto death nella sua seconda parte per poi sprofondare in abissi noise/industrial molto stranianti, salvo riassestarsi su groove e accelerazioni assassine sul finale,Un altro brano dalla strutturazione decisamente complessa, caratteristica comune un po' a tutti i brani di questo lavoro, ma che in effetti contraddistingue l'operato della band già da qualche tempo e non lascerà sicuramente sorpresi i fan più affezionati.Una sorta di rivalsa per una band a lungo considerata capace di esprimersi solo in modo scoordinato ed istintivo.Si giunge quindi alla prima “pietra di scandalo” delle previewm dell'album, con quella AMORAL che in tanti hanno additato (non a torto) come uno sconfinamento dei Napalm Death in puro territorio Killing Joke.Si tratta, in effetti, di un brano che potrebbe aver trovato tranquillamente posto su album come “Pandemonium” o “Democracy”, anche in virtù non solo di un groove tribaleggiante che più “Killing Joke style” non si può, ma anche di un uso delle voci riccamente stratificato e molto vicono a quello tipico del genio Jaz Coleman, tanto nelle strofe quanto nel riuscitissimo refrain.Un brano che fatica a non suonare come un palese tributo alla succitata band ma che, analizzato solo nel merito musicale, risulta estremamente godibile e perfettamente inserito nel concept generale dell'opera.Ma, quasi a voler ribadire la propria personalità, è la voce dilaniata di Barney a fare da apripista per la devastante, successiva, title track THROES OF JOY IN THE JAWS OF DEFEATISM, brano brutale e ferocissimo in cui la band da fondo a tutto il suo piglio death/grind per partorire un'autentica mazzata che sparute incursioni dal taglio più moderno e obliquo non fanno che conferire un tono ancora più pessimista e ferocemente antagonista.Ascoltandola, non stupisce affatto che si tratti della composizione scelta per dare il titolo all'album: estrema in tutto e per tutto, in ogni suo frangente, esattamente come i suoi creatori.Highlight assoluto.È un groove up-tempo molto coinvolgente e catchy quello su cui si adagia la successiva ACTING IN GOUGED FAITH, il cui piglio relativamente catchy viene spazzato via da una parte centrale capace di mescolare grind e alternative/industrial in modo pressoché perfetto, partorendo una delle composizioni più stranianti e, al contempo, efficaci dell'intero album.Un brano che, presentandosi come uno dei più catchy dell'intero album, si rivela invece esserne uno dei più complessi, piazzandosi senza dubbio fra i migliori in assoluto di un lotto che non contempla punti deboli.La seconda “pietra di scandalo” dei singoli che hanno preceduto la pubblicazione dell'album, l'effettivamente spiazzante A BELLYFUL OF SALT AND SPLEEN, si rivela essere lo straniante atto conclusivo dell'intero lavoro, e va detto che, in tale ottica, il suo afflato interamente noise/industrial, graziato da un refrain di rara intensità, va a ricoprire in modo più che egregio il ruolo di ideale “outro” di un album che fa delle atmosfere plumbee e della rabbiosa disperazione i suoi vessilli assoluti, consegnandoci un nuovo, entusiasmante capitolo nella storia di una band che ha saputo reinventare il proprio sound senza dover rinnegare nulla ne del suo passato, ne della sua personalità.Un album che suona più centrato rispetto al suo comunque buon predecessore, che vede una band più padrona dei propri mezzi e con le idee più chiare riguardo agli obbiettivi da perseguire e al modo in cui raggiungerli, specchio di una band vitale e con ancora moltissime cose da dire.Highlight assoluto di questa annata metallica, senza ombra di dubbio. Per chi scrive, il miglior album dei Napalm Death dai tempi di Time Waits For No Slave. Da avere assolutamente.

 

90/100