16 DICEMBRE 2020

Recensione a cura di

Edoardo Goi

 

Aspettavo da lungo tempo questo nuovo album degli svedesi NECROPHOBIC. No, non parlo dei due anni intercorsi fra questo nuovo DAWN OF THE DAMNED e il precedente, ottimo, “Mark Of The Necrogram” del 2018. La mia attesa durava dal ben più lontano 1999, anno di pubblicazione del loro terzo lavoro, “The Third Antichrist” ,primo album a non vedere più in formazione, nemmeno sotto forma di guest, lo storico chitarrista e fondatore David “Blackmoon” Parland (corresponsabile anche della forgiatura del magnifico e impareggiato sound dei primi Dark Funeral,toltosi la vita nel 2013), ma ancora pregno della magia che avvolgeva la musica dei nostri nei primi due storici lavori, l'insuperabile debutto “The Nocturnal Silence” del 1993 e l'ottimo follow up “Darkside” del 1997.

A questo primo trittico di straordinaria bellezza erano seguiti, con cadenza piuttosto regolare, altri cinque full lenght, tutti di pregevole fattura, ma privi di quella scintilla di pura magnificenza che aveva contraddistinto le prime release della band. Ci sono voluti ben ventuno anni, ma finalmente l'attesa è finita: “The Third Antichrist” ha finalmente il successore che si meritava. Forti di una formazione invariata dal 2016 (con la sola eccezione del nuovo bassista, Allan Lundholm, entrato in formazione nel 2019 e già visto in azione con Interment e Convulsion), che vede l'ultimo membro fondatore rimasto, il batterista Joakim Sterner, circondato dai fidi Anders Strokirk alla voce, Sebastian Ramsted alla chitarra e Johan Bergeback all'altra ascia, i Necrophobic si sono chiusi nei Chrome Studios di Stoccolma insieme al produttore Fredrik Folkare (al lavoro con la band fin dal 2006) per partorire un molok di black/death metal melodico svedese da manuale, sottolineato dall'ennesima, meravigliosa, copertina realizzata dall'altrettanto storico Necrolord, confezionando così un pacchetto completo capace di trasportarci in un istante ai meravigliosi anni 90, quando questo genere spopolava e partoriva i suoi migliori lavori. La sensazione è suffragata anche dalle scelte fatte in fase di produzione, grazie a suoni che, pur suonando assolutamente al passo con i tempi, riescono ad esaltare in modo stupefacente le radici puramente 90's del suono dei nostri, risultando estremamente organici e abrasivi e conferendo al tutto la spinta decisiva per elevarsi allo status di “classico moderno” per il genere intero, oltre che la possibilità, per la band, di sedersi su un trono rimasto troppo a lungo senza un padrone. Tutto questo, però, non sarebbe stato possibile senza un songwriting di livello clamoroso che, pur non discostandosi minimamente da quanto proposto dalla band nel corso dell'intera sua esistenza, ritrova qui la famosa scintilla di magnificenza di cui si parlava prima; scintilla che permette a tutti i colori della tavolozza stilistica a disposizione dei nostri di brillare come non mai. Ecco così che tutto appare portato ai massimi livelli: le parti aggressive suonano ancora più impattanti e feroci; gli intrecci melodici suonano ancora più incisivi, funzionali e calibrati; gli spunti thrashy ancora più trascinanti; le vocals, ancora più scarnificanti. L'impressione di trovarsi di fronte a qualcosa di davvero sostanzioso si avverte fin dai primi secondi dell'intro strumentale APHELION; una cascata di note di chitarra ci dischiudono da subito un mondo vividissimo e terribile, magnifico e diabolico, dove fumi di zolfo ammantano scenari di solenne maestosità, splendidamente raffigurati dalla già menzionata cover art. L'enfasi epica, suggellata da un implacabile crescendo atmosferico, genera una tensione assolutamente irresistibile, che solo il deflagrare della successiva DARKNESS BE MY GUIDE può spezzare, brutalizzandola con una bordata black/death da antologia. Il sound della band, pieno e meravigliosamente sfaccettato, ma al contempo anche molto diretto e impattante, esplode dalle casse con una veemenza incontenibile, guidato da un drumming martellante e decisamente “vecchia scuola” e da chitarre affilatissime, capaci di tratteggiare scenari black melodici di grande intensità; tutto ciò prepara in modo perfetto il terreno per l'irrompere della voce di Anders, più feroce e scarnificante che mai. Ci troviamo al cospetto di un'opener sontuosa (non a caso scelta come singolo apripista dell'album), violentissima e al contempo estremamente catchy, grazie ai suoi stacchi thrashy d'alta scuola, a un refrain riuscitissimo e, in generale , a una gestione dinamica e melodica che la qualità dei singoli riff e fraseggi non fa che aumentare a dismisura, sottolineandone in modo incontrovertibile l'eccelsa qualità. Se non è perfezione, poco ci manca. Nonostante un inizio inquietante e avvolgente, la violenza non accenna a diminuire nemmeno nella successiva MIRROR BLACK, brano che mette in evidenza in modo ancora più marcato il lato “black” della musica dei Necrophobic, almeno nella strofa; è infatti la melodia trasversale e sfavillante a dominare bridge e refrain, in una successione strutturale che, se da un lato si rivela certamente molto canonica, dall'altra mantiene altissima l'attenzione dell'ascoltatore in virtù di una qualità intrinseca nel songwriting che non teme passaggio a vuoto alcuno, e che viene a sua volta esaltata da una successiva strutturazione un po' più complessa e intrigante, sottolineata da un uso (qua e la) più declamato delle voci e implementata da un gradiente di oscurità e melodicità decisamente spiccato. Una martellata in faccia portata con una sapienza e una forza penetrativa incontrastabile. Non c'è tempo di riprendersi da queste prime due legnate di incontenibile magniloquenza, perché la successiva TARTARIAN WINDS esplode implacabile e furibonda fin dalle sue prime battute, guidata da un blast beat massacrante e da un riffing incisivo come non mai, salvo poi aprirsi in scenari meno parossistici e più maestosi, rivelando ben presto la sua natura di brano dai connotati più contenuti e avvolgenti, contrassegnato da riff oscuri e arrembanti e da un costrutto melodico e atmosferico di primissimo ordine, meravigliosamente esaltato da uno dei brani più dinamici e vari del lotto. E' infatti magistrale il modo in cui la band passa con scioltezza da incisivi mid-tempo a solenni aperture di rara intensità, da stratificazioni chitarristiche pregne di oscura melodia a accelerazioni anfetaminiche e annichilenti, mettendo in mostra un lavoro di arrangiamenti notevolissimo. Se a tutto questo non diamo le stimmate della perfezione, è solo perché la perfezione arriva dopo, sulle note della clamorosa THE INFERNAL DEPTHS OF ETERNITY. Non è possibile definire altrimenti questo brano spaventoso;  una cascata di emozioni black/death che, a partire dall'ammaliante intro acustica, per proseguire con la debordante accelerazione che la segue, non lascia un attimo di pausa ai sensi dell'ascoltatore, bombardato da ogni dove da mitragliate sensoriali sotto forma di riff affilatissimi e ammalianti e scudisciate di batteria dai sadici intenti. Il muro di suono generato dalla band è totalizzante, stordente e straordinariamente affascinante, ammantato com'è da un onnipresente atmosfera oscura, epica e infernale, costruito da una band che infila una porzione memorabile dietro l'altra (straordinari anche i vari interventi solistici che si intrecciano alle trame intessute) e che trova il suo massimo compimento nello straordinario finale; forse la cosa più epica mai sentita nel genere fin dai tempi di “Thorns Of Crimson Death”, dei mai abbastanza osannati Dissection. Da standing ovation. Ci si ritrova totalmente sopraffatti dalla magnificenza, e siamo solo a metà album. Quasi a voler ribadire una supremazia ormai più che conclamata, la band piazza subito lì un altro brano splendido, la title track DAWN OF THE DAMNED. Rispetto al fiume in piena del brano precedente, qui ci troviamo al cospetto di una composizione più canonicamente aderente ai dettami del black/death melodico più classico dove la veemenza, pur presente in abbondanza, risulta maggiormente mediata da soluzioni melodiche più in primo piano e da aperture contraddistinte da tempi meno parossistici, come accade nel declamato e azzeccatissimo refrain. Sono forse brani come questo, decisamente classici nello sviluppo e nella concezione, a dare la misura di questo nuovo album degli svedesi; laddove, infatti, acts meno ispirati finirebbero per risultare pleonastici nella riproposizione di schemi già da lungo tempo codificati, i Necrophobic non perdono, invece, un'oncia della loro carica antagonista, sfornando un altro pezzo meraviglioso e avvincente, prima di buttarsi ancora di più sulle proprie radici più classicamente metal con la successiva, estremamente catchy, THE SHADOWS, brano in cui la band mette momentaneamente da parte la sua anima più furente per adagiarsi su un up-tempo decisamente lineare reso splendido da un lavoro melodico, ancora una volta, di primissimo ordine (efficacissimo e al contempo rifuggente ogni tipo di ridondanza). Il brano giusto al punto giusto, che permette all'ascoltatore di godersi qualche minuto di accattivanti fraseggi chitarristici e arrembanti riff metal in mezzo al profluvio di ammaliante ferocia messo in campo in questo lavoro. Si tratta di una pausa davvero breve, visto che, a stretto giro di posta, ci pensa la luciferina AS THE FIRE BURNS a ripiombarci nel maelstrom sonoro generato dai Necrophobic. Il blast beat di Joakim ritorna a martellarci implacabile a far da contraltare a chitarre sfavillanti, in vena di funambolici passaggi solisti, prima che un riff molto catchy e dai connotati quasi sacrali (non lontano dal sound dei conterranei Watain) prenda possesso della composizione, salvo cedere presto il posto a nuove accelerazioni al fulmicotone in un'alternanza davvero succulenta. Si tratta di un pezzo estremamente dinamico, in cui le chitarre sono spesso chiamate a prendersi il proscenio, tra riff taglienti e stacchi cromatissimi, che riporta in alto il gradiente del furore, nell'album, pur senza rinunciare a un'irresistibile indole “metallica”, ne senso più classico del termine. Con la successiva THE RETURN OF A LONG LOST SOUL la band mette invece sul piatto il brano più epico ed evocativo del lotto (nonché il più contenuto, dal punto di vista della velocità d'esecuzione). Inaugurato da una tetra introduzione, il brano vede splendide chitarre gemelle contendersi il proscenio con riff e melodie al profumo di zolfo, vocals penetranti e martellanti parti di batteria (che mettono in mostra le capacità di Joakim di gestire anche tempi così bassi e groove così “larghi” con grande capacità e inventiva), il tutto perfettamente amalgamato e messo al servizio di uno sviluppo atmosferico avvolgente e, manco a dirlo, riuscitissimo. La struttura in crescendo del brano non fa che aumentarne a dismisura la resa emotiva (la suggestiva parte centrale, splendidamente percussiva e marchiata a fuoco da splendidi arpeggi incrociati, nonché il lungo e riuscitissimo solo di chitarra, sono da applausi a scena aperta), trasformando una delle composizioni dal costrutto più impegnativo dell'intero lavoro in uno dei suoi highlight assoluti, in termini di presa sull'ascoltatore. E' tempo di potenza, furia e cammei sulla conclusiva, e stilisticamente piuttosto classica (nell'alveo del genere di riferimento dei Necrophobic) DEVIL'S SPAWN ATTACK, qui presentato con una predilezione spiccata per la sua componente più furiosamente thrash;

il terreno perfetto per far sentire a suo agio il prestigioso ospite chiamato a duettare con Anders dietro al microfono, cioè nientemeno che il celebre Schmier, cantante (e bassista) dei leggendari thrasher tedeschi Destruction.

Il pezzo si risolve in una bordata senza ritegno, tanto affilata quanto deliziosamente slabbrata, in certi frangenti, e conclude più che degnamente un album sul quale pare quasi inutile spendere ancora parole atte a descriverlo. Ci troviamo al cospetto con un capolavoro, ne più ne meno, e tutto quello che ci sentiamo di consigliare è di correre al più vicino negozio di dischi, fare vostro questo gioiello e goderne a più non posso a suon di ascolti reiterati e a pieno volume. Candidato a disco dell'anno, senza dubbio alcuno. Imprescindibile.

 

95/100

 

(P.S. Geniaccio di un Folkare; dopo aver contribuito alla rinascita di un colosso come i deathsters Unleashed, è riuscito a mettere lo zampino anche nel rifiorire di una band che, troppo a lungo, ha agito sottotraccia rispetto alle sue reali potenzialità come i Necrophobic … sentiti ringraziamenti)