12 GIUGNO 2020

Recensione a cura di Edoardo Goi

 

Non deve essere facile essere una band che, praticamente da sola, ha ridefinito un genere, fornendo coordinate sonore e spunti concettuali destinati a influenzare miriadi di band a venire e creando uno stile che porta bene impresso il proprio nome.

E' questo il caso degli statunitensi NILE, band di Greenville, South Carolina, ormai assurta allo status di autentico archetipo musicale se è vero che, sebbene il debutto “Among The Catacombs Of Nephren-Ka” del 1998 non avesse, ai tempi, mosso più di tanto le acque all'interno della scena e si fosse fatto notare più per il concept egizio attorno cui girava già da allora l'immaginario della band, già con il secondo album (e relative, infuocate, esibizioni live) “Black Seeds Of Vengeance” del 2000 (bissato dall'altrettanto clamoroso “In Their Darkened Shrines” del 2002) il polverone sollevato fu di tale portata che ancora non si è diradato, se è vero che la band non ha perso un'oncia della sua nomea nonostante glia alti e bassi, sia a livello discografico che di stabilità interna, degli ultimi anni.

Certo, dopo un paio di album poco amati dalla fan base come il comunque buono “What Should Not Be Unearthed” del 2015 e, soprattutto, il da più parti bistrattato “At The Gate Of Sethu” del 2012, e dopo l'abbandono del membro storico Dallas Toler-Wade (presente in seno alla band fin dai tempi del sunnominato “Black Seeds Of Vengeance”), non erano in pochi a nutrire dubbi sul futuro dell'iconica brutal death metal band americana.

Fra questi, potete annoverare anche il vostro umile scribacchino.

Poi è arrivato il 21 settembre 2019.

Poco meno di un mese prima della pubblicazione ufficiale del nuovo album, il presente VILE NILOTIC RITES, i Nile sono calati in Italia per alcune date con la nuova formazione, e il 21 settembre chi scrive si è recato a vederli vicino a Venezia, con il cuore colmo di timori per le sorti di una band ormai arroccata attorno allo stoico membro fondatore Karl Sanders e al batterista di lungo corso George Kollias e desiderosa di rilanciarsi dopo un periodo un po' burrascoso.

Ma ciò che si è visto su quel palco quella sera è stata una band rinata, caricata a pallettoni e coesa come non si vedeva da tempo, trasformando fin dalle prime note i dubbi in sorpresa esaltazione, veppiù rinfocolata dall'esecuzione di alcuni nuovi brani molto promettenti.

Inutile dire che, dopo quella sera, l'attesa per il nuovo album si fece spasmodica, alimentata dal desiderio di constatare se le ottime impressioni di quella sera avrebbero retto alla prova del full lenght, e se i nuovi arrivati Brad Parris al basso e Brian Kingsland alla chitarra sarebbero riusciti a suonare altrettanto profondamente integrati ai membri storici anche in studio di registrazione.

Ebbene, possiamo tagliare senza dubbio la testa al toro immediatamente rispondendo con un grande, enorme “SI”.

Quello che ci troviamo fra le mani è senza dubbio alcuno il miglior disco dei Nile da molti anni a questa parte, come minimo fin dai tempi di “Those Whom The Gods Detest” del 2009 e, per compattezza, riesce addirittura a riportarci ai grandi classici della band sebbene, per forza di cose, privo della pura genialità che contraddistingueva una band ancora alla ricerca della propria dimensione.

Questo è un album maturo, calibrato e straordinariamente compatto, figlio di una band dall'esperienza ormai quasi trentennale (essendosi formata nel lontano 1993), reso grandioso da una voglia di rivalsa e riaffermazione che trasuda da ogni singola nota.

Che ci si trovi di fronte a un album destinato a colpire a fondo è evidente fin dalle prime note dell'opener LONG SHADOWS OF DREAD.

Ad accoglierci, troviamo il solito riffing tecnico e frenetico che è da sempre marchio di fabbrica della band di Sanders, innestato su una struttura sonora non dissimile da quella che ha contraddistinto gli ultimi lavori del gruppo (cioè ricca di cambi di tempo ed atmosfera ma, al contempo, anche molto compatta e improntata all'impatto frontale).

Ciò che fa da subito la differenza, però, è l'atmosfera del brano, che suona qui definita e focalizzata come non si sentiva da tempo, figlia di una band dalle idee chiarissime, capace qui di far suonare snello e accattivante un brano piuttosto complesso con una facilità disarmante, degna dei suoi giorni migliori.

A questo contribuisce senza dubbio anche una scelta di suono molto marcata, con un approccio molto pulito e quasi “classico”, a differenza di alcune scelte passate che puntavano su suoni più compressi e cupi, che permette di godere appieno delle intricate trame chitarristiche, nonché del (come sempre) terrificante lavoro della sezione ritmica, senza doversi districare fra miscugli di frequenze tutte pompate allo stremo, garantendo un'esperienza di ascolto appagante in ogni singolo frangente del lavoro.

Non a caso, in precedenza, si è deciso di usare il termine “classico” per definire l'impatto sonoro dell'album:

questo termine si può infatti estendere non solo a mere constatazioni nell'ambito della produzione, ma anche più in generale all'approccio compositivo dell'album, le cui parti di chitarra in più di un'occasione risuonano di un simile approccio, sia nel riffing che che nelle frequenti armonizzazioni, donando al tutto un afflato “catchy” decisamente spiccato anche nei brani più complessi e conferendo una personalità ben definita ai singoli brani, caratteristica che permette al intero lavoro di fare un passo in avanti sostanziale dal punto di vista della riuscita.

A ulteriore conferma di ciò, ecco giungere la violentissima THE OXFORD HANDBOOK OF SAVAGE GENOCIDAL WARFARE che, col suo riffing iniziale che non può non ricordare l'approccio thrashy al brutal caratteristico dei primissimi Suffocation, ci sprofonda in un gorgo di cieca violenza apparentemente senza scampo, quand'ecco la band sciorinare splendidi riff thrash-death più classici e meno opprimenti, nonché opportuni (sebbene sparuti) rallentamenti cupamente epici in grado di donare grande dinamismo e appeal all'intera composizione che, sebbene non priva dell'ormai proverbiale complessità di fondo tipica della musica dei Nile, risulta maggiormente votata all'impatto frontale rispetto alla precedente e, esattamente come la suddetta, raggiunge pienamente il suo scopo.

Sebbene di durata comparabile al brano appena concluso, la successiva title track VILE NILOTIC RITES ci riporta ai Nile più complessi e cervellotici, benché l'inizio del pezzo di adagi su un mid tempo travolgente e ancora una volta screziato di thrash nel riffing e di metal classico nelle infiorettature melodiche, salvo trasformarsi in una brutale pioggia di riff contorti, brutali stop and go e variegate partiture ritmiche nella sua seconda parte, marchiata a fuoco da un solo ancora una volta di stampo classico capace di donare ancora più appeal a un pezzo già splendido di suo.

Dopo un trittico di tale spessore e impatto, la band decide di tirare un po' il fiato con la splendida e lunga (ma nemmeno lunghissima, rispetto ad alcuni passati episodi della sua discografia) e composita SEVEN HORNS OF WAR, brano in cui i Nile riversano tutto il loro amore tanto per le atmosfere epiche dallo smaccato afflato mediorientale e cinematico (pur senza risultare eccessivamente autoindulgenti) quanto per le composizioni più complesse e di ampio respiro.

In questo maelstrom sonoro troviamo, infatti, tutte le anime della band:

da quella più marziale e soffocante, a quella più brutale e intransigente, a quella più votata alla costruzione di maestose atmosfere, il tutto arricchito da una chiarezza di intenti evidente, da un'efficacia e un'attenzione nella costruzione dei singoli riff e da una capacità di gestire arrangiamenti di tale portata assolutamente di primissimo ordine.

Un pezzo che ci riconsegna in piena forma i Nile più “progressivi” (quelli di brani ormai entrati nella storia del genere come “Unas Slayer Of The Gods” o “To Dream Of Ur”), dei quali, a questi livelli di efficacia, si sentiva un po' la mancanza.

Uno degli highlights assoluti dell'intero album, senza dubbio alcuno.

Sono ancora le atmosfere mistiche riecheggianti terre lontane e passate ere a riecheggiare nelle gustose trame chitarristiche che aprono la successiva, soffocante (almeno inizialmente), THAT WHICH IS FORBIDDEN, altro ottimo brano (dalla struttura decisamente meno complessa rispetto al precedente) interamente giostrato sull'alternanza di parti pesantissime, lente e asfissianti, e accelerazioni fra le più brutali e incompromesse dell'intero album, per un risultato che schiacchia letteralmente l'ascoltatore sotto una cappa di oscurità inscalfibile, solo parzialmente mitigata da uno splendido lavoro melodico delle chitarre, nella seconda parte di questo pezzo che definire “annichilente” è puro eufemismo.

Dopo un'accoppiata di brani dalle dinamiche più varie e dalle atmosfere più marcate, la band decide di colpire nuovamente senza pietà grazie alla breve e brutalissima SNAKE PIT MATING FRENZY, brano che recupera parzialmente lo stile del precedente album, sebbene rivitalizzato dalla sua parziale staticità grazie all'approccio al riffing più fresco e rifinito che caratterizza, come già precedentemente espresso, questa release, oltre che da un'ispirazione e un entusiasmo palpabili.

Una deliziosa mazzata nei denti.

Le atmosfere si fanno nuovamente cupe (e le partiture si fanno più intricate e tecniche) nella successiva REVEL IN THEIR SUFFERING, brano al contempo molto atmosferico ed estremamente brutale, in cui l'anima più feroce e nichilista dei “vecchi” Nile duetta alla perfezione con quella più melodica e “classica” venuta alla luce con questa nuova formazione, partorendo un pezzo semplicemente strepitoso nel suo riuscire a coniugare l'impatto devastante dei tempi di In Their Darkened Shrines con l'accattivante e incisiva immediatezza odierna, il tutto condensato in un brano complesso, estremamente dinamico e perfettamente centrato, ennesima gemma di una tracklist che, finora, non conosce cali di tensione di sorta.

Il folk mediorientale ammantato di marziale epicità dell'interludio THUS SAYETH THE PARASITES OF THE MIND ci permette di tirare un po' il fiato prima di lanciarci nell'impegnativo trittico finale dell'album, aperto dalla chiamata alle armi della devastante WHERE IS THE WRATHFUL SKY, splendida nel suo alternate mazzate brutal death metal di incontenibile potenza e aperture folk di grande resa atmosferica, il tutto impreziosito da opportuni quanto funzionali saliscendi dinamici capaci di donare appeal e profondità a un pezzo dai connotati piuttosto classici, per quanto riguarda la band.

Le cose si fanno decisamente più complicate con la successiva THE IMPERISHABLE STARS ARE SICKENED, brano da otto minuti che, come già accaduto in precedenza con la splendida “Seve Horns Of War”, ci ripresenta i Nile nella loro versione più “progressive” e osata, sull'onda di un brano dalle mille sfumature che, rispetto al succitato brano, indulge maggiormente in porzioni mid tempo dalla notevole pesantezza e si concentra maggiormente sull'atmosfera, pur non disdegnando alcune aperture più brutali, che di rado mancano nella musica dei nostri.

A farla da padrone però sono comunque i tempi medio lenti, sebbene arricchiti da complessi passaggi molto tecnici e da una capacità di gestire lo sviluppo dinamico e atmosferico del brano assolutamente rimarchevole, capace di mantenere vivo e vibrante il brano lungo tutti gli otto minuti della sua durata.

Colpisce ancora una volta (e qui ancora più a fondo, visto che in questo brano la band decide di puntare molto poco sull'ancora di salvezza donata in certi casi dall'uso della mera brutalità) la cura certosina messa dal gruppo nella definizione di ogni singolo riff, in modo da renderlo sempre il più memorabile ed efficace possibile;

un aspetto che troppo spesso viene tralasciato dalle moderne band dedite al versante più estremo del metal, e che qui vede invece rinnovata la sua importanza fondamentale.

Sono ancora i tempi medi e le atmosfere soffocanti e opprimenti a caratterizzare la conclusione dell'album, affidata all'ottima (e, ancora una volta, piuttosto lunga) WE ARE CURSED, brano molto dinamico e avvolgente, caratterizzato da sentori sinistri ed epicamente oscuri e da rallentamenti death-doom di grande resa, splendidi nel valorizzare l'andamento più brioso e incalzante del resto del pezzo (che solo nel finale vede la band sfoderare alcune accelerazioni brucianti, pur senza rinunciare all'epicità di fondo che ne caratterizza il dipanarsi) e nel conferire personalità a un pezzo che chiude più che degnamente un album da incorniciare, semplicemente disarmante nella semplicità con cui raggiunge l'eccellenza e che ci riconsegna finalmente una band affamata e desiderosa di riprendere un percorso evolutivo che sembrava essersi almeno in parte interrotto, negli ultimi anni.

Gli adoratori del pantheon egizio e dei Grandi Antichi hanno finalmente una nuova, splendida, colonna sonora con la quale accompagnare le proprie invocazioni, e i Nile sembrano finalmente in grado di rinsaldare la propria posizione su un trono che sembrava da lungo tempo scricchiolante.

Un ritorno oltre ogni più rosea aspettativa.

Prendete e godetene tutti.

 

 

VOTO: 90/100