14 Agosto 2019

Nocturnus A.D., Paradox, review, Insane Voices Labirynth Official

Recensione a cura di Edoardo Goi

 

NOCTURNS A.D. - "PARADOX"

 

Se, come il sottoscritto, avete lasciato i padiglioni auricolari tra i solchi di quel The Key che, nel 1990, aveva scioccato la nascente scena death metal grazie alla sua commistione di brutalità e visioni futuriste donate da un uso (per i tempi) avveniristico delle tastiere in tale contesto, sarete sicuramente entrati in fibrillazione alla notizia che la band, pur nella sua versione guidata da Mike Browning dopo lo split dai rimanenti membri nel 1992 e sotto il monicker NOCTURNUS AD (dicotomia già utilizzata nel 1999 per identificare la band nella sua primigenia formazione datata 1987 ma priva del membro fondatore Vincent Crowley e rispolverato in occasione del ritorno in pista del gruppo floridiano nel 2013), sarebbe uscita con un nuovo platter che le dichiarazioni volevano nuovamente vicino, per sound, a quello del suo succitato capolavoro.
Difficile infatti quantificare il peso storico del debutto sulla lunga distanza della band di Tampa, così come l'impatto avuto sull'intera scena;
allo stesso modo, è difficile quantificare la delusione dei più per il fatto che tale monumento sonoro non avesse mai avuto (almeno finora) un degno successore, data la pretenziosa e a conti fatti stancante ampollosità del secondo album, Thresholds, e alla poco convincente evoluzione del terzo album, quel Ethereal Tomb che sancì la fine del monicker “Nocturnus”.
Sarebbero riusciti i Nocturnus AD a riappropriarsi di quelle sonorità in modo convincente, dopo così tanto tempo e dopo essere passati attraverso una carriera quantomai travagliata, passata attraverso cambi di monicker, dispute sul copyright, carriere parallele e numerosi cambi di line up ?
Ma soprattutto, sarebbero riusciti a farlo senza risultare datati o semplicemente auto-citazionisti?
La risposta a queste domande è arrivata perentoria il 24 maggio di questo 2019, giorno di pubblicazione (su etichetta Profound Lore Records) di questo PARADOX, ed è, per chi scrive, senza dubbio affermativa per entrambi i quesiti.
Forti di una line up nuovamente guidata dallo storico batterista e cantante Mike Browning e completata dai membri degli After Death (altra incarnazione dei Nocturnus attiva dal 2000 sotto la guida di Mike Browning, parallelamente a quella degli ai tempi rifondati Nocturnus guidati dai rimanenti membri originari che cacciarono Mike dalla band da lui fondata dopo la pubblicazione di Thresholds) Daniel Tucker al basso (che ricordiamo presente negli Xecutioner, prima incarnazione dei celeberrimi Obituary, coi quali registrò anche lo storico primo album Slowly We Rot), Belial Koblak e Demian Heftel alle chitarre e Josh Holdren alle tastiere, i Nocturnus AD ci consegnano fra le mani quello che sarà senza dubbio uno dei dischi più eclatanti di questo 2019.
I richiami a The Key sono evidenti fin dalla copertina, affidata a Timbul Cayhono e strettamente legata all'iconica illustrazione realizzata ai tempi da Dan Seagrave, e diventano veppiù palesi quando le prime note dell'opener SEIZING THE THRONE iniziano a diffondersi dalle casse dello stereo;
un tappeto di tastiere dai toni siderali fa da introduzione alla batteria di Mike, preludio all'esplosione di un riff a dir poco torrenziale, splendidamente memore della prima incarnazione della band nella sua perfetta fusione tra death metal old school e atmosfere tanto futuristiche quanto cupe e inquietanti, affidate come da tradizione al lavoro delle tastiere ma anche a un guitar riffing straordinario per efficacia ed incisività, così come incisivi e azzeccati risultano gli schizzati intarsi di chitarra solista chiamati a creare il climax adatto all'esplosione del riff portante del brano, deliziosamente retrò.
A contribuire alla sensazione di tuffo nel passato contribuiscono, oltre all'approccio strumentale dei nostri, decisamente lontano dalle esasperazioni tanto tecniche quanto dal punto di vista della velocità di un certo tipo di death metal attuale, anche le scelte fatte in sede di produzione (realizzata presso i New Constellation Studios da Jarrett Pritchard), con suoni grassi, opprimenti e non eccessivamente lavorati, benché tutto risulti molto definito, nel mixing finale.
Il risultato è un sound potente, granitico, atmosfericamente pregno e coinvolgente e, soprattutto, molto naturale e “in your face”, semplicemente perfetto per le sensazioni che l'album si ripromette di evocare.
Ma non di sole sensazioni datate vive questo platter, tutt'altro.
E' infatti evidente come il tempo trascorso, e la maturazione della visione musicale del buon Mike, abbiano trovato finalmente la giusta focalizzazione e incisività (caratteristiche totalmente assenti, ad esempio, nel fallimentare successore designato Thresholds), permettendo all'evoluzione progressiva palesata dalla band nel periodo successivo a The Key di trovare qui piena realizzazione senza che questo intacchi minimamente l'impatto dei brani ma, anzi, aumentandone a dismisura la portata e la grandeur stilistica e dinamica.
E' esattamente quello che succede in questo primo brano, tanto deflagrante nel risultato quanto sfaccettato e complesso nel dettaglio, marchiato a fuoco da una prestazione strumentale di livello assoluto da parte dell'intera band, dalle vocals riconoscibilissime di un Mike Browning in stato di grazia ma soprattutto da un'ispirazione letteralmente debordante e da una capacità in sede di arrangiamento finora sconosciuta alla band, capace qui di legare insieme una quantità di riff e variazioni dinamiche incredibile con una fluidità semplicemente disarmante, il tutto portato a livelli di coinvolgimento da un'atmosfera assolutamente unica.
Un'opener a dir poco entusiasmante.
La successiva THE BANDAR SIGN si apre con un fraseggio di tastiera dai connotati quasi esoterici, seppur sempre intinti nell'onnipresente atmosfera spaziale che da sempre contraddistingue l'operato della band, prima di lasciare spazio a un brano leggermente meno devastante e più monolitico rispetto al precedente, almeno inizialmente, visto che la parte centrale si rivela essere un maelstrom futuristico di inusitata violenza (per gli standard già citati della band), prima di lasciare nuovamente strada a un andamento meno parossistico e maggiormente atmosferico, sempre contrassegnato dall'approccio sottilmente progressivo tanto nell'esecuzione dei singoli quanto nell'idea musicale generale del pezzo che ci da modo di apprezzare tanto la perizia e la cura posti in ogni singolo riff o passaggio musicale quanto l'assoluta, perfetta coerenza atmosferica che lega ogni frangente dell'album col precedente e il successivo, a creare un quadro d'insieme quantomai intenso e vibrante.
Non fa eccezione la successiva, splendida, PALEOLITHIC (titolo che rimanda, giocoforza, alla celebre Neolithic contenuta su The Key), brano tanto devastante nelle soluzioni quanto pervaso da una grandeur cosmica come non si sentiva dal lontano 1990 nel quale la band lascia parzialmente da parte (pur senza privarsene del tutto) la vena progressiva che aveva contraddistinto i primi due pezzi per sfornare un pezzo dall'impatto annichilente (non solo in quanto a pura brutalità, ma anche dal punto di vista dell'atmosfera generata) pur nella sua non indifferente complessità (i folli stop and go centrali sono da urlo, nella loro totale deviazione), che si eleva fin da subito come uno degli highlight assoluti dell'album.
Stessa storia vale per la successiva PROCESSION OF THE EQUINOXES, brano contrassegnato da un assalto frontale iniziale da orgasmo puro, per i fan dei vecchi Nocturnus, contrassegnato da riff puramente old-school dominati da tastiere tanto “enormi” ed evocative quanto lontane dalla tronfiaggine che spesso viene riversata su questo strumento nelle attuali evoluzioni del symphonic death metal, una strofa tanto classica quanto trascinante (anche nelle sue svisate dai connotati prog nei fraseggi di chitarra) e un refrain talmente magniloquente da togliere il fiato, prima che la vena più progressiva prenda le redini del pezzo, tra accelerazioni mozzafiato contrassegnate da fraseggi strumentali schizoidi e cibernetici, rallentamenti dall'evocatività straordinaria, passaggi in tempi dispari, splendidi intrecci solisti e un'atmosfera generale di cosmica inquietudine semplicemente disarmante, tanto risulta avvincente e “densa”.
Proposta (così come il brano precedente) come anteprima all'album, la successiva THE ANTECHAMBER si presenta come un brano che, pur legato strettamente al classico Nocturnus-sound, palesa altresì al suo interno l'evoluzione che quelle sonorità hanno subito nel tempo nella mente del loro creatore principale, Mike Browning.
E' strepitoso constatare infatti come le intuizioni che avevano reso leggendario The Key siano state qui affinate in modo sublime, rendendole attuali senza che nulla delle passate suggestioni sia andato perduto ma, anzi, le stesse risultino ancor più affilate e penetranti che mai, supportate da una creatività ai massimi livelli che rende difficile contenere l'entusiasmo ed analizzare il tutto in modo razionale e distaccato.
Come non farsi prendere dall'entusiasmo del fan nel seguire le straordinarie evoluzioni di questo pezzo, un autentico otto volante di emozioni, fra sfuriate old school, progressioni mozzafiato, aperture atmosferiche da urlo, brutalità pura, strutture tanto complesse quanto avvincenti, stratificazioni strumentali da applausi a scena aperta, intrecci di chitarra spettacolari e chi più ne ha più ne metta, il tutto legato dall'ormai conclamata capacità della band di supportare la propria creatività esplosiva con arrangiamenti semplicemente perfetti, dove nessuna della innumerevoli soluzioni messe in campo in fase di composizione risulta fuori posto o meno che funzionale alla riuscita finale del pezzo.
Un brano che può ergersi tranquillamente a manifesto del sound degli attuali Nocturnus AD, senza ombra di dubbio, finale liquido e siderale compreso.
Introdotta da uno splendido solo melodico di chitarra a stagliarsi su un riff epico e magniloquente, la successiva THE RETURN OF THE LOST KEY, a dispetto di un titolo che sembrerebbe voler donare al pezzo toni da amarcord si rivela, nonostante gli onnipresenti rimandi al glorioso passato della band, come un pezzo decisamente osato da punto di vista strutturale e strumentale, contrassegnato da numerosi stacchi dal flavour progressivo che lo rendono un brano dall'incedere nervoso e disturbante, nuovamente marchiato a fuoco da un superlativo lavoro delle chitarre e da parti di batteria tanto solide quanto fantasiose.
Non mancano parti più catchy, all'altezza delle strofe e soprattutto del riuscitissimo refrain, capaci di donare a un brano dall'andamento piuttosto spezzato un appeal comunque diretto e impattante, grazie anche a un finale torrenziale e travolgente, nel quale fanno capolino qua e là altre parti schizoidi a rendere il tutto più accattivante.
Altra gemma di un album che finora non ha riservato la benché minima caduta di tono.
Suoni dai rimandi cibernetici aprono la successiva APOTHEOSIS, brano dall'impatto più controllato e dal riffing leggermente più melodico di quanto sentito fino ad ora, salvo esplodere di li a poco in una furente colata di death metal cosmico come solo i Nocturnus sono riusciti a distillare, non privo di rimandi più classici all'altezza dei taglienti assoli di chitarra e contrassegnato da una porzione centrale rocciosa e pesante.
L'anima più progressiva ed estrosa dei nostri prende il sopravvento nella seconda parte, con uno sviluppo dinamico più variegato e una gestione delle atmosfere più vario e sfaccettato, prima che sia nuovamente la furia a regnare sovrana sul finale del brano.
La track list prosegue con l'arrembante AEON OF THE ANCIENT ONES (titolo che sottolinea una volta di più, casomai ce ne fosse stato bisogno, l'attrazione che la band da sempre ha nei confronti del pantheon mitologico creato dal visionario di Providence, H.P. Lovecraft ), altro brano in cui le soluzioni più datate della band convivono in modo semplicemente perfette con quelle più osate e progressive in un connubio dall'equilibrio assolutamente perfetto e dalla rara forza evocativa.
E' giunto infatti il momento di rimarcare come, proprio come accadeva con il plurinominato capolavoro The Key e ancor più con questo nuovo Paradox, le composizioni dei nostri riescano a sprofondare completamente l'ascoltatore all'interno del mondo da essi descritto e musicato con una semplicità e una profondità che ha del prodigioso, caratteristica che a conti fatti costituisce il vero valore aggiunto di questa (come di ogni altra) autentica opera d'arte.
A concludere l'album troviamo la bellissima strumentale NUMBER 9, senza dubbio il brano più arioso e melodico dell'intero lavoro, splendido affresco di cosmica maestosità chiamato a suggellare, con i suoi intrecci di tastiere e chitarra, un album destinato a incastonarsi in profondità nel cuore dei fan dei vecchi Nocturnus e a conquistare quello di molti nuovi supporter, grazie alla capacità già espressa in precedenza di risultare al contempo saldamente ancorato a un modo “retrò” di concepire il genere e attuale nella solidità e longevità delle composizioni.
Un nuovo, autentico capolavoro per una band che ci auguriamo possa avere finalmente una carriera lunga e ricca di soddisfazioni.
Per ora, godiamoci questa autentica delizia musicale.
In space, no one can hear you scream.
I veri Nocturnus sono tornati, e finalmente The Key ha avuto un degno successore.
Colossali.

 

VOTO: 100\100