1 Novembre 2020

Recensione a cura di

Edoardo Goi

 

Succede, a volte, che band molto valide e con una storia importante alle spalle, ma che, per un motivo o per l'altro, sono sempre state viste come “di seconda fascia” e riservate a un pubblico più limitato e a un seguito “di culto”, se ne escano di punto in bianco con album talmente clamorosi e perfetti da ridare lustro a un intero genere. Era già successo, nel corso di questo strano 2020, agli statunitensi Cirith Ungol, capaci di tornare sulla scena dopo anni e anni di silenzio discografico con il miglior album di epic metal da decenni a questa parte, e succede di nuovo con i thrashers inglesi ONSLAUGHT, che con questo GENERATION ANTICHRIST mettono a segno uno dei colpi più clamorosi della loro comunque leggendaria carriera, nonché uno dei migliori dischi thrash degli ultimi anni. Consegnati alla storia del genere grazie ai primi due album (gli straordinari “Power From Hell” del 1985 e “The Force” del 1986), gli Onslaught si sono resi protagonisti di una carriera più che dignitosa che, benché interrotta dal lungo split durato dal 1991 al 2004, si è comunque mantenuta su ottimi livelli e all'insegna di un sound molto riconoscibile e all'insegna della (loro) tradizione, fatta di thrash furente e assassino, capace di mediare la pura ferocia, ai limiti del metal estremo, del thrash teutonico più classico, con l'affilatezza del thrash di matrice statunitense più tagliente (Exodus, Slayer e primi Death Angel su tutti), senza dimenticarsi di insaporire il tutto con una spruzzata di hardcore-punk, alveo d'origine della band, e influenze più monolitiche ed evocative al limite del U.S. power più cupo (e qui non si può non chiamare in ballo i Sanctuary e gli Jag Panzer). Guidati con pervicacia dall'unico membro originale rimasto in formazione (lo storico chitarrista Nige Rockett), e freschi orfani dell'altrettanto storico cantante Sy Keeler (in seno alla band fin dal 1986), gli Onslaught si sono ritrovati a presentarci non solo un nuovo album, ma anche una nuova voce (quella di David Garnett) chiamata a sostituire una voce che era diventata ormai un tratto distintivo della loro proposta, aggiungendo non poca curiosità a quella relativa alla pubblicazione del nuovo full-lenght. Ma la band non si è fatta assolutamente intimorire e, forte di una formazione completata da Jeff Williams al basso, Wayne Dorman alla chitarra e James Perry alla batteria, si è ripresentata sul mercato più agguerrita e compatta che mai con un album che, fin dalle prime preview date in pasto al pubblico, ha dimostrato lo stato di forma strepitoso di una band più in palla e carica che mai. Ma bando alle ciance, e spingiamo “play” senza ulteriori indugi. E' il roccioso riff di RISE TO POWER a darci il benvenuto fra le spire dell'album, intimorendoci con le insinuanti e tetre melodie di cui è intarsiato, prima di cedere il passo a un mid-tempo arrembante e tellurico e alla voce di David, che si distingue subito per la sua capacità di risultare tagliente e mordace al punto giusto (una sorta di via di mezzo fra Rob Dukes e Tom Angelripper, ma con alcuni accenti meno spigolosi che richiamano alla mente un po' anche l'Hetfield più feroce e caustico), per un brano molto breve che si rivela essere, più che altro, un'introduzione al primo vero pezzo dell'album, la devastante STRIKE FAST STRIKE HARD, inaugurata da un accattivante riff capace di coniugare i Metallica più cupi e pessimisti (quelli di And Justice For All, tanto per capirci) e gli Exodus più pungenti. Il brano è un fiume in piena che non conosce ne argini ne ostacolo alcuno, aiutato da una produzione pressoché perfetta (opera del top producer Daniel Bergrastrand), capace di valorizzare il lavoro di ogni singolo musicista senza rinunciare all'impronta grezza e sanguigna indispensabile per far rendere al massimo la musica degli Onslaught; colpisce duo, a fondo e senza pietà, senza lasciare all'ascoltatore un attimo di respiro e finendolo con un refrain belligerante che richiama alla mente (ancora una volta) il teppismo da strada dei primi, meravigliosi, Exodus. Tutto funziona alla perfezione, compreso lo splendido rallentamento centrale e gli ottimi solos incrociati, capaci di risultare davvero funzionali al dipanarsi della composizione (fattore mai abbastanza rimarcato, soprattutto in ambito estremo). Tramortiti e deliziati da cotale profluvio di magnifico e debordante thrash d'assalto, veniamo poi annichiliti dalla doppia cassa terremotante dell'incalzante BOW DOWN TO THE CLOWNS, roccioso up-tempo velenoso e incazzatissimo dominato in lungo e in largo dalla calzante voce di David, che sigilla qui definitivamente la sua capacità di dominare la musica degli Onslaught con personalità e capacità, fra parti affilate come rasoi, cupi growl e scream al vetriolo. Non mancano gustose accelerazioni, entusiasmanti parti di chitarra e annichilenti stacchi di batteria, così come non manca un refrain catchy e slabbrato al punto giusto, per un brano accattivante, da godersi legnata dopo legnata, ma è con la title track GENERATION ANTICHRIST che si ha definitivamente la sensazione di trovarsi senza più ombra di dubbio davanti a un vero capolavoro. Introdotta da inquietanti samples declamanti, la composizione si dispiega su inquietanti atmosfere degne degli Slayer più tetri e ferali (quelli Season In The Abyss, per capirci) prima di deflagrare in una torrenziale accelerazione da mascella a terra, capace di mescolare in modo semplicemente perfetto ( o semplicemente Onslaught) i Sodom e gli Exodus più feroci e assassini, prima di assestarsi su un up tempo che non fa prigionieri, opportunamente stuprato da altre, opportune, accelerazioni e sfociante in un refrain declamato ed evocativo assolutamente spettacolare, il tutto eseguito con una tecnica e un'attitudine assolutamente top. Semplicemente, la perfezione. A rendere il tutto ancora più feroce e pugnace, fanno capolino anche le mai sopite influenze hardcore della band, autentica ciliegina sulla torta di un brano che, per chi scrive, è già un classico moderno del thrash. Da rimarcare poi come la strutturazione dei pezzi, mai eccessivamente complessa, è comunque molto curata (qui come nel resto del disco), e permette di valorizzare al massimo la capacità della band di scrivere delle vere “canzoni”, e non semplici agglomerati di riff aggressivi, aumentando così a dismisura la capacità della propria musica di colpire davvero a fondo nell'immaginario dell'ascoltatore. Ancora deliziati e scapoccianti, si casca senza più difese (e senza alcuna voglia di difendersi) nell'arrembante up-tempo di ALL SEING EYES, brano che mette in mostra la capacità della band di colpire duro anche senza dover ricorrere a furibonde scorribande (che, comunque, non si fanno mancare , nella parte centrale del brano, unitamente a battagliere schegge hardcore-thrash), grazie a un riffing semplicemente spettacolare e alla capacità di David di risultare un interprete di livello assoluto anche quando imposta le sue parti su connotazioni meno aggressive ed esasperate. Il brano suona alla grandissima, dinamico e impattante, mantenendo altissimo l'entusiasmo per un album che sembra non conoscere davvero passaggi a vuoto. A suffragare questa tesi, ecco esplodere dagli altoparlanti il riff affilatissimo della dirompente ADDICTED TO THE SMELL OF DEATH, brano che più di ogni altro ci mostra il lato più hard-core della band inglese, fra strofe slabbrate e “ignorantissime”, stacchi thrash furibondi e un'irrefrenabile rissosità di fondo che rendono il brano un assalto continuo, inarrestabile e assolutamente, deliziosamente, implacabile. Sarà davvero difficile non ritrovarsi subito a cantare a squarciagola l'ancora una volta azzeccatissimo refrain, ciliegina sulla torta di questa scheggia impazzita, prima che l'ormai consueta alternanza fra brani di puro assalto e brani più controllati ci consegni tra le braccia della rocciosa EMPIRES FALL, pesantissimo mid-tempo “da combattimento” che mette in mostra le influenze vicine allo U.S. power di cui si è già parlato in precedenza che, fra ritmiche al granito e accelerazioni molto calibrate, unitamente alla capacità della band di mantenere sempre molto alta la tensione grazie a una gestione atmosferica di prim'ordine, ci permette di gustarci a pieno questa parziale pausa dall'assalto continuo dell'album (donando,peraltro, al tutto, un'ottima dinamica d'insieme), prima che la feroce RELIGIOUSUICIDE ci azzanni alla gola senza pietà. Si tratta forse della composizione più diretta e feroce dell'intero lavoro che, fra riff degni dei migliori Exodus, Slayer e Kreator, e una sfrontatezza degna discendente di ciò che è stata l'Inghilterra in quel famoso 1977, scagli i suoi strali senza peli sulla lingua contro l'indottrinamento religioso e i suoi promulgatori con un odio e una fermezza assolutamente tangibili e contagiosi. Una deliziosa mazzata fra capo e collo, piazzata con chirurgica precisione e altrettanto sadica furia. Pura libidine. L'entusiasmo è tale che quasi non ci accorgiamo di essere già arrivati all'ultima canzone dell'album, l'onnicomprensiva A PERFECT DAY TO DIE. Introdotta da un giro di basso in odore di Motorhead, il brano si presenta come ideale summa di tutto ciò che gli attuali Onslaught sono in grado di offrire, fra riff rocciosi, stacchi thrash di rara ferocia, abili arrangiamenti, linee vocali efficacissime e non prive di alcune soluzioni più acide e moderne che non stonano per nulla col tono acido e antagonista dell'album, ottimi soli, grandi parti di batteria e una visione d'insieme invidiabile; insomma, il brano perfetto per concludere degnamente un album semplicemente irresistibile, che sarà davvero difficile non ascoltare a ripetizione per chi, come chi scrive, adora un certo modo old school di intendere il thrash. L'album thrash metal dell'anno ? Può darsi, può darsi. Di certo, sarà davvero difficile fare di meglio, per chiunque. Imperdibile, a dir poco.

 

95/100