24 GIUNO 2019

POSSESSED, RECENSIONE, IVL, EDOARDO GOI, INSANE VOICES LABIRYNTH OFFICIAL

Recensione a cura di Edoardo Goi 



 

POSSESSED "Revelations Of Oblivion"

 

Parliamoci chiaro: seguire l'underground è bellissimo e stimolante, ma quando si muovono certi nomi, è difficile resistere al fascino e all'alone di leggenda da essi evocato.
Se poi parliamo di una band come i POSSESSED, da sempre al centro di un'infinita disputa con i Death per la paternità del death metal in quanto genere, ecco che la fascinazione diventa insopprimibile; l'attesa, spasmodica. E divisiva. E' infatti fin dai tempi dell'annuncio da parte di Jeff Becerra della sua volontà di scrivere un nuovo capitolo discografico nella storia dei Possessed che fan e addetti ai lavori si sono divisi fra entusiasti e scettici, questi ultimi spinti sulle loro posizioni soprattutto dall'assenza, in seno alla nuova formazione, di membri storici come Mike Sus e, soprattutto, Mike Torrao (rispettivamente batterista e chitarrista nella formazione che registrò gli storici Seven Churches e Beyond The Gates), con il solo Jeff Becerra come superstite della line-up storica, oltre che per l'accasamento della band presso il colosso Nuclear Blast, visto da puristi come un vero e proprio tradimento rispetto a ciò che la band ha da sempre incarnato a livello di sound e attitudine.
A prescindere dalla posizione di ognuno, rimane comunque innegabile la curiosità che ha accompagnato la gestazione di questo REVELATIONS OF OBLIVION, rinfocolata dalle dichiarazioni di Jeff in merito al desiderio di dare continuità alla sconsiderata brutalità che da sempre viene associata al nome “Possessed”; dichiarazioni che hanno messo in subbuglio sia chi anelava a poter celebrare la pubblicazione di un nuovo capolavoro di death-thrash belluino che chi non aspettava altro che la possibilità di poterlo stroncare.
L'attesa ha avuto fine il 10 maggio di questo 2019, giorno in cui Revelations Of Oblivion è stato dato in pasto a un pubblico quantomai famelico, per le motivazioni precedentemente addotte.
Chi scrive non nasconde di far parte delle schiere che speravano ardentemente di poter celebrare la nascita di un nuovo capolavoro targato Possessed, soprattutto dopo le infuocate esibizioni celebrative che la band aveva tenuto nel corso degli ultimi anni e, per quanto mi riguarda, le attese non sono state affatto deluse; anzi, è stato necessario, sempre per chi scrive, lasciare decantare per qualche tempo i pezzi, per non correre il rischio di decantarne troppo le lodi, spinto dal verace entusiasmo suscitato dai primi ascolti.
Ciò che si può affermare senza timore di smentita alcuna è che la band ha studiato molto bene il suo glorioso passato, prima di intraprendere il processo compositivo con i nuovi membri (la nuova formazione vede, altre al già citato membro storico Jeff Becerra alla voce, Claudeous Creamer e Daniel Gonzales alle chitarre, Robert Cardenas al Basso e Emilio Marquez alla batteria), e che, allo stesso tempo, non se ne è fatta schiacciare, non mancando di innestare sulle sonorità storiche spunti di novità in grado di dare vita a pezzi che, pur avendo la brutalità e l'atmosfera infernale tipica del “sound Possessed” come denominatore comune, risultano comunque freschi e per nulla revivalistici.
Anche la produzione, che molti temevano si sarebbe adagiata sui moderni standard di pulizia e pompatura dei suoni a causa dell'accasamento presso una delle label additate dai puristi come una fra le maggiori colpevoli di tale tendenza in sede di produzione degli album, affidata al celebre Peter Tagtgren (a sua volta già ritenuto “colpevole” dell'applicazione di concetti mainstream al suono del black metal a causa del suo lavoro con band quali Dimmu Borgir o Dark Funeral nel corso degli anni 90), risulta invece assolutamente adatta al contesto e all'immaginario sonoro della band e della sua storia e, pur senza rinunciare a suonare attuale e al passo coi tempi, ci propone un sound ricco, corposo e al contempo grezzo, assolutamente perfetto per ricreare l'atmosfera infernale e macabra su cui l'album si poggia.
Le chitarre sono taglienti e scarnificanti, la voce di Jeff è un ringhio inumano, il basso è ruggente e la batteria è implacabile e tonante, ben lontana dai suoni plasticosi e artificiosi tanto in voga oggiogiorno.
L'insieme è un gorgo infernale inscalfibile in cui sembrano dibattersi demoni assetati di sangue; puro godimento uditivo e sensoriale.
L'attacco dell'opener NO MORE ROOM IN HELL (preceduta dall'orrorifica intro CHANT OF OBLIVION, perfetto viatico per l'inferno che è in procinto di scatenarsi) è da infarto, col suo riff death-thrash da manuale e la voce al vetriolo di Jeff a guidare le danze di un brano che tracima violenza da ogni solco.
Il lavoro delle chitarre è strepitoso, e la batteria puntuale e al contempo istintiva al punto giusto.
Il lavoro delle asce segna una prima punta di novità, risultando più tecnico e melodico (relativamente al passato della band) nelle sue soluzioni (sia nel riffing che negli assoli), impregnato di un feeling infernale e orrorifico spiccato che lo rende quasi un ibrido fra il classico guitar-work della band e quello più complesso ed evocativo degli Infernal Majesty del capolavoro None Shall Defy, mentre un'altra novità che, esattamente come il lavoro delle chitarre, andrà a contrassegnare l'intero album, è la spiccata cura per i refrain, semplici, incisivi e catchy (aggettivo da prendere con le molle, vista la baraonda infernale generata dalla band lungo i 50 minuti di durata dell'album).
Qui come nel resto del platter infatti il refrain è efficacissimo, e dona al brano quel qualcosa in più in grado di renderlo davvero memorabile.
Un calcio nei denti, punto e basta.
Non ci poteva essere davvero inizio migliore.
La successiva DOMINION è, se possibile, ancora più furiosa;
maggiormente sbilanciata verso la componente più estrema del sound dei nostri, si giova di linee vocali deliziosamente “ignoranti”, mettendo inoltre in mostra un dinamismo non trascurabile dal punto di vista della struttura, innervata com'è da splendide porzioni mid-tempo e impreziosita com'è da parti soliste curatissime in grado di fornire al brano il giusto quid atmosferico, il tutto suggellato da uno dei ritornelli più incisivi dell'intero lavoro.
La successiva DAMNED sembra voler alzare un po' il piede dall'acceleratore, almeno inizialmente, ma è solo un'impressione fugace, visto che da li a poco esplode in un andamento che, anche per il riffing, ci ricorda un po' i primi Exodus, mentre il refrain è Possessed al 100%.
Un brano tanto semplice e diretto quanto riuscito e impattante, con la band che si dimostra anche qui attenta alla dinamica e alla multidimensionalità della composizione, arricchendola con una porzione centrale mid-tempo assolutamente perfetta.
Con la sucessiva DEMON si respira odore di zolfo fin dallo splendido riff iniziale e portante, con un Jeff Becerra impegnato a tessere linee vocali tanto basilari quanto catchy, per un brano leggermente meno tirato dei precedenti, che si dipana fra parti mid tempo di grande presa, contrassegnate da un'atmosfera infernale deliziosa, ed esplosioni di violenza incontenibile e domoniaca.
Un brano molto catchy e appassionante, e senza dubbio uno dei più vari dell'intero lotto, in grado di dimostrare la maestria della band anche in pezzi in cui l'atmosfera viene messa in primo piano rispetto alla furia cieca, che comunque non manca mai, qui come in tutti gli altri capitoli dell'album.
Con la successiva ABANDONED si raggiunge uno dei vertici massimi di questo nuovo platter.
Il riffing delle chitarre è indiavolato e tagliente come non mai, e il suo dipanarsi è pura goduria per tutti gli appassionati del thrash estremo, inanellando nel suo procedere un riff più bello dell'altro, terreno perfetto per le vocals demoniache di un Becerra in forma smagliante, che grazia il brano di un ritornello tanto terremotante quanto indimenticabile.
La parte centrale è da spezzarsi il collo a furia di headbanging, e la sensazione di cieca violenza che permea l'intera composizione è semplicemente straordinaria e irresistibile.
Le porte dell'inferno sono spalancate. Highlight assoluto.
Il vortice delle chitarre non si ferma un attimo, e da vita a un maelstrom luciferino a dir poco esaltante nella successiva, devastante, SHADOWCULT, con intrecci da applausi a scena aperta e passaggi melodici strepitosi, il tutto inserito in una traccia dal trasporto incontenibile;
un macello sonoro inaudito e al contempo godibilissimo, grazie a una prova d'insieme della band a dir poco strepitosa per compattezza e feeling.
Dopo la devastazione sensoriale del brano precedente, la furia leggermente più controllata della successiva OMEN giunge quasi come un toccasana, nonostante la tensione dell'album si mantenga su livelli di guardia anche nel corso di questa composizione, contrassegnata da un torrenziale andamento in up-tempo, molto accattivante e catchy, il cui arrangiamento si dipana su più di un cambio di tempo e atmosfera, con calibrate accelerazioni chiamate ad aumentare la portata di un brano strutturalmente molto curato contrassegnato da un finale a tinte horror semplicemente splendido.
La successiva RITUAL, col suo inizio evocativo e oscuramente epico, si rivela poi per ciò che è, cioè una scheggia impazzita di death-thrash metal permeato da atmosfere horror assolutamente deliziose, tanto impattante quanto minuziosamente concepita e perfettamente interpretata, zeppa di stacchi e dal riffing indiavolato e al contempo sempre perfettamente a fuoco, ennesimo highlight di un album che sembra non conoscere cali di tensione o di qualità di sorta, come dimostra anche la successiva THE WORD, col suo inizio inquietante contrassegnato da un'atmosfera da armageddon imminente, preludio a un riff thrash da manuale che va a dare il via a una composizione leggermente meno debordante rispetto alle precedenti, ancora una volta graziata da un refrain semplicemente perfetto e da una serie infinita di riff vincenti a dir poco entusiasmanti.
La foga con cui la band interpreta questo come tutti gli altri pezzi è palpabile, e sembra davvero mutuata da un'epoca in cui suonare questo genere di musica era davvero innovativo e istintivo, facendo rivivere anche nell'ascoltatore sensazioni che solo un approccio del genere alla materia estrema è in grado di donare e risvegliare, e tutto questo nonostante il brano in questione si riveli uno dei più complessi e ragionati dell'intero lavoro.
Si giunge così all'ultima vera canzone dell'album (che si concluderà formalmente con l'orrorifica e inquietante outro TEMPLE OF SAMAEL, giocata su atmosfere da brivido e su uno splendido aroeggio di chitarra acustica), intitolata GRAVEN.
Il brano si rivela come l'ennesima scheggia di inaudita violenza di un album che sembra tracimare intensità da ogni solco, e che in questa traccia sembra voler spingere, e poi spingere ancora, fino a lasciare l'ascoltatore esanime quanto entusiasta alla fine di un viaggio di dannazione senza alcuna possibilità di ritorno o di redenzione.
Siamo all'inferno e, diciamoci la verità, ci piace; ci piace un sacco.
Lasciando da parte inutili paragoni con lo status leggendario a cui sono assorti i vecchi lavori della band, quello che ci troviamo fra le mani è un autentico gioiello di musica estrema, per concezione ancor prima che per esecuzione, degno di essere venerato da orde e orde di ascoltatori alla ricerca di musica estrema fatta davvero con l'anima; ed è esattamente ciò che troverete qui dentro: una cascata irrefrenabile e torrenziale di musica estrema concepita ed interpretata nel modo più sincero ed intenso possibile da aritsti in grado di raggiungere la vera essenza del genere con una facilità disarmante.
Assolutamente imperdibile.
L'augurio è che si tratti di un come-back destinato ad avere successori numerosi e del medesimo livello; per adesso, bentornati, Possessed.

 

 

VOTO: 90/100