1 DICEMBRE 2021

Recensione a cura di

Edoardo Goi

 

Tagliare il traguardo del quindicesimo album in studio è un onore che non molte band hanno potuto assaporare nel corso della loro carriera, ma è senza dubbio anche un onere nei confronti del proprio pubblico, soprattutto se parliamo di un pubblico dal palato raffinato come quello dei melodic progsters danesi ROYAL HUNT. Come celebrare adeguatamente un simile evento senza correre il rischio di risultare auto-indulgenti, proponendo alla propria fan base qualcosa che fosse degno della storia della band, ma che non suonasse troppo di “già sentito” ? Risposta: un bel concept distopico irrobustito da una tale presenza di ospiti canori da renderlo quasi paragonabile a una rock-opera a tutti gli effetti, ma non tanto ridondante o eccessivo da renderlo pesante per l'ascoltatore o troppo aderente ai canoni classici del succitato format musicale. Ecco quindi che ritroviamo il buon D.C. Cooper affiancato, per l'occasione, da ospiti del calibro di Mats Leven, Mark Boals, Henrik Brockmann, Kenny Lubcke e Alexandra Andersen per dare vita ai vari personaggi che andremo ad incontrare nel dispiegarsi di questo nuovo DYSTOPIA, concept album basato sul celebre romanzo “Fahrenheit 451” di Ray Bradbury (nel quale, ricordiamo, l'autore immagina una società distopica in cui la lettura e il possesso di libri vengono considerati un grave reato, e nella quale la distruzione mediante fuoco dei volumi è delegata ad apposite squadre di “pompieri alla rovescia”). Come sottolineato in precedenza, la band (come sempre capitanata dal tastierista e fondatore André Andersen) opta per un rendering snello del concept, mettendo sul piatto un approccio piuttosto diretto alla composizione sotto forma di soli sette brani (più tre inframezzi strumentali) dalla durata mai eccessiva nei quali i nostri (oltre ai già citati D.C. Cooper e André Andersen, la band è completata da Jonas Larsen alla chitarra, Andreas Passmark al basso e Andreas Johansson alla batteria) hanno modo di mettere in mostra tutta la loro preparazione tecnica e il loro amore per le atmosfere pompose e prog senza però mai strafare sotto nessuno dei due aspetti, e fornendo ai propri fan anche alcuni spunti stilistici nuovi rispetto al loro classico trademark. A calarci nell'atmosfera dell'album ci pensa la magniloquente intro INCEPTION F451, breve piece impregnata tanto del classico sound Royal Hunt quanto di sentori urbani e cupi, perfetto preludio per l'esplosione dell'elettrizzante BURN, brano intenso e vibrante improntato al classico stile dei nostri che, fra rocciose chitarre hard rock e importanti partiture tastieristiche e orchestrazioni da tregenda (nelle quali compaiono anche interessanti spunti più mederni rimandanti alla musica elettronica), trascina l'ascoltatore sull'onda di un up-tempo estremamente coinvolgente magistralmente interpretato da un D.C. Cooper in grande spolvero. Un ottimo inizio, graziato come sempre da prestazioni strumentali di primissimo ordine ma che non abbandona mai la sua vocazione di brano immediato e profondamente radicato nella classica forma canzone.  Calibrati samples (che la band userà per collegare fra loro tutte le tracce dell'album, donando al tutto un mood ancora più cinematografico) ci portano al secondo brano, affidato alla voce di Mats Leven, e mai scelta si sarebbe potuta rivelare più azzeccata, visti i toni cupi e a tratti quasi “doom” della splendida THE ART OF DYING. Si tratta di un mid-tempo estremamente evocativo e plumbeo, in cui la voce dell'ex Candlemass (fra gli altri) ha gioco facile nel prendersi il proscenio (aiutata da un imponente quanto riuscito utilizzo di parti corali) di un brano che alterna momenti estremamente pesanti ad aperture dai connotati più epici e trionfali, sfiorando spesso connotazioni pomp, ma senza perdere mai di vista la sua cupezza di fondo. L'intento “cinematografico” dell'opera è qui reso in maniera davvero magistrale, grazie ad arrangiamenti di altissima classe capaci di mantenere altissima la tensione lungo tutta la durata di quello che, con i suoi quasi nove minuti, risulterà essere il brano più lungo dell'intero album. Doom, class metal, prog e pomp perfettamente miscelati in quello che, per chi scrive, risulterà essere il pezzo più bello della tracklist. Dopo un inizio di album così potente e magniloquente, una ballad ci casca a pennello, ed ecco infatti giungere la delicata e intensa I USED TO WALK ALONE, vocalmente affidata ad un riuscito duetto fra D.C. Cooper e l'ospite Alexandra Andersen. Si tratta di una ballad piuttosto standard nello sviluppo e nella resa atmosferica, dove sono presenti tutti gli stereotipi della classica power/ballad rock in salsa Royal Hunt, ma che risulta a conti fatti piuttosto funzionale e piacevole, al di là della sensazione di “mestiere” e, a tratti, di eccessiva “zuccherosità”, che la pervadono. Ci pensa quindi l'up tempo di THE EYE OF OBLIVION a risollevare il gradiente elettrico dell'album, grazie al suo tiro deciso e metallico, splendidamente intarsiato da neoclassicismi vari e da un uso molto efficace dei cori (nei quali, soprattutto nella parte iniziale, si colgono splendidi riferimenti ai migliori Kansas). Un brano diretto e decisamente “Royal Hunt”, reso intrigante dell'alternanza delle voci di D.C. e dei vari ospiti e da scelte stilistiche e di arrangiamento di grande impatto. Dopo un brano così classico, è con una certa sorpresa che ci si cala fra le pieghe di HOUND OF THE DAMNED, pezzo pesantemente intriso di elettronica (l'inizio, così come la strofa, sono quasi ai limiti dell'industrial) che, fra chitarre a tratti molto pesanti e orchestrazioni fra le più cupe e opprimenti dell'intero lavoro, si segnala senza dubbio fra gli episodi più interessanti della tracklist. Notevole, come sempre, l'impianto canoro e corale, qui più che mai indispensabile per donare a una composizione per certi versi piuttosto atipica la coerenza stilistica necessaria a non renderla un corpo estraneo all'interno del concept. E' quindi tempo di tirare un po' il fiato e prepararci al gran finale dell'album sulle avvolgenti note della strumentale THE MISSING PAGE (INTERMISSION I), che, con le sue azzeccate orchestrazioni, ci introduce all'intensa e drammatica BLACK BUTTERFLIES, splendida cavalcata dai toni metallici e fortemente teatrali che ci mostra, come giù accaduto in precedenza nell'ottima “The Art Of Dying”, il lato più progressivo e pesante della band (quello preferito da chi scrive). L'alternanza di strofe più intime e caustiche e ottime aperture elettriche, orchestrali e corali riesce a tenere alto il pathos lungo tutti gli otto minuti del brano, graziato anche da ottimi interventi solisti e da prove, al solito, maiuscole dell'intero comparto vocale, donandoci una composizione riuscitissima (anche se, qua e là, come accade spesso in tutto l'album, si ha l'impressione che la band se la cavi più col mestiere che con la reale ispirazione). Gran finale dell'album (a livello di brani “veri”), ecco giungere l'avvolgente SNAKE EYES, hard rock ballad screziata da inserti elettronici che conferiscono al tutto un mood piuttosto moderno, che fra arpeggi carezzevoli di chitarra acustica, intense sferzate elettriche e le immancabili orchestrazioni e porzioni corali, permette a tutti i cantanti chiamati a contribuire all'opera di ritagliarsi un ultimo spazio per accomiatarsi dall'ascoltatore sull'onda di una composizione che fa dell'emotività il suo punto di forza, come si conviene ad ogni gran finale che si rispetti. 

Accompagnati dalle suadenti note dell'outro MIDWAY (INTERMISSION II), possiamo senz'altro concludere che i Royal Hunt, con questo nuovo album, ci hanno dato un'ennesima dimostrazione della loro rinomata classe, sfornando un lavoro completo e piacevole che, sebbene mancante dell'ispirazione sfolgorante che ha caratterizzato i momenti migliori della loro carriera e gravato qua e là da un'evidente sensazione di “mestiere”, riesce comunque a risultare convincente e ottimamente concepito e realizzato, andando così ad aggiungersi a pieno titolo alla lista degli album riusciti di una discografia solidissima. Una band che da lungo tempo è ormai una certezza.

 

 

75/100