A TRIBUTE TO RUSH 

RECENSIONI TRIBUTO AI RUSH, RUBRICA A CURA DI EDOARDO GOI

HEMISPHERES (Mercury, 29 ottobre 1978)

 

Se “2112” era sto l'album della rivincita, e “A Farewell To Kings” era stato quello della conferma, Hemispheres sarebbe stato quello della sublimazione.
La band, infatti, dopo il notevole successo del suo ultimo album in studio, era fortemente convinta tanto dei suoi mezzi quanto della sua capacità di fare breccia nel pubblico senza rinuciare alle proprie prerogative; tutt’altro: la fiducia era tale che Geddy, Alex e Neil pensarono di potersi spingere senza grossi problemi ancora oltre, nel loro percorso di crescita come artisti.
Sa qui la decisione di dare all'ultimo nato un successore che ne perseguisse i medesimi obbiettivi artistici, ma senza risultarne una sterile copia.
Ecco quindi che la band prese armi e bagagli e si trasferì di nuovo nel Galles, presso quei Rockfield Studios che tanta fortuna e tante soddisfazioni gli avevano portato, con pochissimo materiale pronto (il tour di supporto a “A Farewell To Kings” e alla raccolta dei primi tre album “Archieves” pubblicata dalla Mercury per cavalcare il successo del sunnominato album, unitamente alla pausa resasi necessaria per permettere a Neil di godersi la nascita della sua primogenita Serena, avvenuta il 22 aprile del 1978, avevano concesso pochissimo tempo alla band per pensare al materiale che sarebbe andato a comporre l'album successivo), ma con una carico di entusiasmo e confidenza con la propria vena artistica ai massimi livelli. Il trio, insieme al suo ghost-member Terry Brown, affittò una piccola sala prove nei pressi dello studio di registrazione e ci diede dentro a più non posso con la composizione, partorendo in due settimane le parti che sarebbero andate a comporre la lunga suite che sarebbe andata ad occupare tutta la prima facciata dell'album, oltre a un manciata di brani più brevi e concisi che ne avrebbero alleggerito un po' il peso specifico, fra cui un brano strumentale dallo sviluppo piuttosto esteso che la band era intenzionata a registrare in una sola take, per preservarne l'energia;
un brano che sarebbe entrato di diritto nella storia della band come il suo strumentale per antonomasia.
Sembrerebbe tutto rose e fiori, ma la realtà, una volta varcate le porte dello studio per iniziare le registrazioni vere e proprie, si rivela ben diversa.
La band è stata sì molto produttiva, nelle due settimane dedicate alla scrittura dei nuovi pezzi, ma al contempo si ritrova a non essere sufficientemente preparata in quanto a definizione degli stessi.
Se questo non era un grande problema per quanto riguardava la lunga suite prevista in apertura dell'album, composta per lo più da frammenti che potevano tranquillamente essere registrati separatamente e poi assemblati (anche se l'indecisione riguardo ai vari arrangiamenti dello stesso porteranno via molto tempo al gruppo) , altro discorso valeva per il brano strumentale, il cui arrangiamento era ancora in divenire, ai tempi dell'ingresso in studio ma che, soprattutto, la band intendeva registrare in una sessione unica, il che richiese una settimana di preparazione dedicata.
Come se non bastasse, una volta finite di registrare le tracce strumentali, un altro problema si presentò all'uscio: Geddy non riusciva a cantare i brani.
I tre si accorsero infatti solo alla fine delle registrazioni dei rispettivi strumenti che la tonalità dei pezzi risultava troppo alta (addirittura) per il cantante, che dovette registrare (con immane sforzo e dispendio di energie nervose) le sue parti meglio che poté, essendo impraticabile l'idea di ri-registrare in toto i brani usando una tonalità più bassa.
Le sei settimane prenotate per le registrazioni erano scadute, e anche le quattro settimane aggiuntive resesi necessarie erano agli sgoccioli;

Geddy fu così costretto a registrare le parti vocali nello studio di mixaggio, cosa che allungò ulteriormente i tempi di realizzazione dell'album che, una volta terminato, lasciò i tre musicisti e il loro produttore totalmente svuotati di energie mentali e nervose.
Nonostante tutte le avversità, però, l'album era pronto, ed era un'opera colossale (nonché più autoindulgente di quanto la band si aspettasse all'inizio dei lavori, fra il durissimo lavoro di assemblaggio fatto in fase di produzione e il crescente amore di Geddy per gli strati di tastiere inseriti nei vari pezzi), intitolata HEMISPHERES.
In apertura, come già accennato, la band aveva piazzato la lunghissima semi-tiltle track CYGNUS X-1, Book II: HEMISPHERES, una suite della durata superiore ai diciotto minuti, divisa in sei parti, che molti immaginarono essere la continuazione del “Book I” che chiudeva il precedente album, restandone cocentemente delusi: il testo del brano, infatti, non seguiva più le vicissitudini dell'astronave Rocinante a zonzo per lo spazio, ma, ispirato dal libro “Powers Of Mind” di George Goodman (noto anche con lo pseudonimo di Adam Smith) in cui la psicologia viene comparata alla religione, viveva sul contrasto allegorico tra le figure del dio Apollo (impersonante la Ragione) e del dio Dioniso (impersonante l'Amore), figure destinate entrambe a fallire il loro scopo, nell'usare le proprie prerogative singolarmente, ma che troveranno un equilibrio con l'avvento di un nuovo arrivato, di nome Cygnus.
Un concept senza dubbio tanto impegnativo quanto epico, nei suoi riferimenti, che la band rese in modo sublime in musica fin dal bellissimo primo atto, intitolato PRELUDE; una splendida porzione di rock progressivo e graffiante, ammantato da un'atmosfera meravigliosamente immaginifica (che rimandava senza remore a quanto sperimentato dalla band nel fortunato A Farewell To Kings), che non disdegnava ne zampate elettriche di grande impatto, foriere del metal a venire, ne aperture più psichedeliche, dilatate e magniloquenti, su cui Geddy posava le sue liriche altissime (si sente, qua e là che il cantante sta andando davvero al limite) ma sempre estremante appassionate e appassionanti, nonché ottimamente modellate sulle splendide parti musicali sottostanti.
Si passava così al secondo movimento, intitolato APOLLO: BRINGER OF WISDOM, altra piece de resistance rock-prog di grande gusto, molto epica ma anche zeppa di aperture più avvolgenti e riflessive, con un Neil sugli scudi per gusto e tiro (come sempre impegnato in un processo di crescita costante che contraddistinguerà, come noto, il suo intero percorso con la band) e un Alex sempre più padrone del suo stile e del suo suono, che qui toccavano vette davvero sublimi; sublimi si rivelarono anche le linee vocali di Geddy, straordinariamente intrecciate al dipanarsi delle ambientazioni sonore ricreate dai tre musicisti che, anche in brani di tale complessità, non mancavano di rimarcare la loro costante crescita in termini di affiatamento mentale e sonoro.
La band si muoveva sempre di più come un corpo unico e perfettamente armonico, con risultati strabilianti, come nella più sanguigna e impattante DYONISUS: BRINGER OF LOVE, caratterizzata da un groove spigliato e decisamente coinvolgente, ottima base di appoggio per gli azzeccati interventi solisti di stampo psych-blues di Alex quanto per le incisive vocals di un Geddy che, a dispetto dei problemi avuti in fase di registrazione, forniva qui una delle sue prove più energiche e rabbiose, mentre sempre bellissimi risultavano gli onnipresenti stacchi di stampo ora più psichedelico, ora più progressivo che, sebbene frutto di uno sfiancante lavoro in fase di arrangiamento e produzione, scorrevano fluidi e intriganti, nonostante la carne al fuoco fosse davvero tantissima.
Si tirava un po' il fiato (a dispetto del titolo) con le delicate note di chitarra pulita della successiva porzione, intitolata ARMAGEDDON: THE BATTLE OF HEART AND MIND, presto digradanti in avvolgenti spire di tastiere e synth su cui Geddy intonava delle parti molto intime e quasi recitate dal lirismo e dall'epicità spiccatissime, prima che l'esuberanza elettrica di CYGNUS: BRINGER OF BALANCE prendesse il sopravvento, riportando l'ascoltatore alle parti più aggressive di album come “2112” o “A Farewell To Kings” grazie a furiose parti hard/rock metal dai connotati tanto trionfali quanto liberatori, accompagnati dal basso pulsante e prominente come non mai, prima che le note rassicuranti e delicate di THE SPHERE: A KIND OF DREAM andassero a concludere la suite pervadendo il tutto con un palpabile senso di ritrovata serenità.

Un brano senza dubbio pretenzioso, estremamente osato e costruito con grande profluvio di spunti e mezzi, ma in cui la band non dimenticava mai la lezione imparata col deludente (dal punto di vista dei riscontri di pubblico e critica) “Caress Of Steel”: mai mettere in secondo piano il tiro del brano, per nessuna ragione al mondo.
Il risultato fu una composizione tanto azzardata quanto organica e godibile, additata da molti come uno dei capolavori assoluti dell'intera discografia della band (assolutamente a ragion veduta).
Dopo un tale dispiego di energie ed estro compositivo, la band riservava al secondo lato i pezzi più immediati del lotto; ad aprire la seconda parte dell'album, si trovava la ruspante CIRCUMSTANCES, col suo riff elettrico non scevro di agrodolci rimandi all'hard-rock blues che aveva contraddistinto le prime mosse del gruppo, ben presto irrobustito da deflagranti porzioni rock-prog dal groove micidiale e sincopato, in cui il basso di Geddy disegnava ardite architetture sonore, coadiuvato da un Neil assolutamente incendiario e da un Alex capace di piazzare riff elettrici assolutamente grandiosi, come in occasione del bellissimo refrain.
Un brano bellissimo, marchiato a fuoco da una porzione centrale di stampo puramente rock-prog dal delizioso sostrato hard, e capace di far convivere in poco più di tre minuti e mezzo una esuberanza compositiva ed esecutiva strabiliante.
A seguire, trovava posto uno dei brani più famosi dell'intero songbook dei nostri, quella THE TREES il cui intro di chitarra classica rimarrà scolpito per sempre nell'immaginario dei Rush-maniacs, così come l'hard-rock torrenziale delle strofe, l'andamento cantilenante dell'incisivo refrain e l'atmosfera sognante, tratteggiata da splendidi synth e chitarre pulite e dilatate e contrappuntata da un lavoro strepitoso di Neil alle percussioni del break centrale.
Un capolavoro in tutto e per tutto, oltre che uno dei primi brani in cui Neil Peart tentava (con successo) di esprimere i suoi pensieri usando un approccio lirico meno complesso.
Come concludere poi un album che già fino a questo punto aveva detto moltissimo, mettendo sul piatto una qualità e una personalità disarmante, quando ti chiamavi Rush ed eri sulla rampa di lancio per diventare uno dei più grandi gruppi rock del pianeta, se non con un brano strumentale (registrato in un'unica sessione, come già rimarcato in precedenza) destinato a fare la storia della musica?
Poche storie, signori e signore: questo è l'album che contiene LA VILLA STRANGIATO, e la recensione avrebbe potuto tranquillamente concludersi con questa semplice frase, posta direttamente in apertura.
Quello che la band aveva fatto, con questo pezzo, fu pura poesia in musica: come descrivere altrimenti il dipanarsi di questa composizione, a partire dalla sua introduzione a base di chitarra flamenco, presto soppiantata dal meraviglioso quanto iconico crescendo di synth, chitarre ipnotiche e basso pulsante?
Come rendere a parole la meraviglia del riff distorto, di quella cascata di note elettrizzanti, di quelle parti di batteria così incisive e martellanti?
Come restituire allo spettatore lo stupore per quella meravigliosa melodia che da sola avrebbe potuto valere alla band l'ingresso della Hall Of Fame del rock all'istante (invece di quella ufficiale, decisamente tardiva)?
Per non parlare della sublime parte centrale, splendidamente jazzata e marchiata a fuoco da un assolo semplicemente spettacolare di un Alex ispirato e comunicativo come non mai, e del modo assolutamente pazzesco in cui confluiva nel crescendo della successiva, elettrizzante porzione quasi “prog-charleston”, guidata da una sezione ritmica di livello allucinante, abilissima guidare l'intera composizione nell'efficacissimo reprise finale da applausi a scena aperta?
L'unico modo, allora come ora, era di lasciarsi trasportare totalmente da una composizione dalla bellezza quasi ultraterrena, che concludeva magistralmente un lavoro che, nato da un entusiasmo palpabile, passato attraverso mille vicissitudini e portato a termine con uno sforzo immane, costituiva la summa finale di un processo di crescita pervicacemente perseguito, per una band in procinto di lasciarsi alle spalle l'approccio che lo aveva generato (forse inconsciamente consapevole che questa formula era stata spremuta fino all'osso) per fare un ulteriore passo in avanti dal punto di vista della maturità compositiva.
Un passo che l'avrebbe portata dritta dritta nell'olimpo delle icone del rock mondiale.
Ma questo è un passo che analizzeremo nella prossima puntata.

 

Per ora, limitiamoci a celebrare questo capolavoro senza tempo.


A FAREWELL TO KINGS (Mercury, settembre 1977)

  

Vinta la “scommessa” con la propria casa discografica (grazie al successo dell'album 2112 e a quello del successivo, iconico, live “All The World's A Stage”, con il quale la band ritiene di aver chiuso la prima fase della sua carriera), la band si sente legittimata a perseguire la propria crescita musicale senza più essere messa in discussione da chicchessia, a parte i membri della band stessa, e senza l'obbligo di dover sottostare a regole di mercato che sente lontanissime dal proprio percorso;

decide così di cambiare un po' le carte in tavola, per trovare nuovi spunti creativi ed esplorare nuove soluzioni.

In primis, influenzata dal suo amore per le sonorità del prog inglese di band come Yes, Van Der Graaf Generator e Genesis e dalla prospettiva di un mini-tour in terra d'Albione figlia del successo e dell'interesse che la loro musica sta iniziando a sollevare anche da questa parte dell'Oceano Atlantico, la band decide di cambiare gli studi di registrazione, passando dai Toronto Sounds del produttore Terry Brown ai Rockfield Studios, nel Galles meridionale (mantenendo comunque il buon Terry, ormai a tutti gli effetti il quarto membro del gruppo, come produttore).

La band decide inoltre di esplorare nuove possibilità incorporando in modo più sostanzioso altri strumenti e altre sonorità nella propria musica;

ecco quindi comparire il Mini Moog per Geddy e le chitarre e basso a doppio manico e i Taurus Pedals per lui e Alex (la band infatti ha deciso che non registrerà nulla che non sia poi in grado di riprodurre dal vivo), strumenti capaci di ampliare in modo sensibile gli orizzonti musicali del gruppo e di fornirgli una gamma di soluzioni sonore (anche dal punto di vista meramente tecnico) decisamente fresche e stimolanti.

Le premesse, al momento di pensare alle registrazioni del nuovo album, non sono particolarmente rosee, con la band che, fra tour serrati e impegni promozionali, si ritrova per le mani solo un paio di brani quasi pronti (l'elaborata e lunga Xanadu e la più concisa e diretta Closer To The Heart), gravata anche da un fallimentare tentativo, prima di prendere la decisione di spostare il lavoro in Inghilterra, di registrare l'album a New York, ma, una volta sbarcati oltreoceano, le cose si sbloccano in modo molto naturale, con la creatività che, aiutata anche dai nuovi strumenti, riprende a scorrere in modo tanto fluido quanto esaltante.

Ma in che modo evolvere un sound che tanto successo e tanta soddisfazione aveva dato alla band senza rischiare di incappare in inopportune battute d'arresto e, allo stesso tempo, senza frustrarne l'insopprimibile desiderio di andare sempre oltre i loro limiti?

E' presto detto:

per fare un passo in avanti, la band decide di farne prima uno indietro.

Ecco quindi che, forte dell'esperienza maturata col precedente platter in quanto a convivenza fra concretezza hard-rock e pulsioni prog, i tre musicisti, di concerto con il loro produttore storico, decidono di ampliare la visione che aveva fatto le fortune della suite “2112” all'intero processo compositivo, nel tentativo di far esaltare i contrasti della propria idea musicale in ogni nuova composizione, senza limitarsi a riservarli solo per alcuni brani;

il tutto unitamente all'acquisito senso della misura negli arrangiamenti, elemento fondamentale per recuperare quanto di buono tentato nel disastroso (dal punto di vista commerciale) “Caress Of Steel” senza indulgere di nuovo negli errori che ne affossarono l'apprezzamento da parte del pubblico.

I tre vogliono dare vita a una loro personalissima interpretazione dell'hard-rock/prog, e vogliono farlo nel modo più creativo e, al contempo, calibrato, possibile;

se c'è un album che, nella loro discografia, riassume alla perfezione questa visione musicale, quello è senza dubbio il qui presente A FAREWELL TO KINGS (contrassegnato dalla splendida copertina sempre ad opera di Hugh Syme, ormai grafico “ufficiale” della band, realizzata incollando una location realizzata in un magazzino demolito di Buffalo su un panorama di Toronto), rilasciato dalla Mercury nel settembre del 1977 e destinato a diventare, nel tempo, un'altra pietra miliare del prog rock mondiale.

L'impressione di trovarsi di fronte a un passo in avanti sostanziale nella storia della band si avverte fin dalle primissime battute della title track, A FAREWELL TO KINGS, chiamata ad aprire l'album.

Il suono è più corposo, decisamente più stratificato e rifinito (frutto senza dubbio tanto degli ottimi studi di registrazione quanto del lavoro di mixaggio, svolto presso gli Advision Studios di Londra, tempio di molti mostri sacri del progressive inglese, tra cui gli Yes), e tutto sembra più “grande” e più “maturo”, a partire dalla splendida porzione di sola chitarra acustica chiamata ad aprire le danze, opera di un Alex Lifeson assolutamente magistrale nel ricreare un'atmosfera al contempo bucolica e malinconica assolutamente perfetta per spianare la strada all'esplosione elettrica che la segue, così elegante ed incisiva, sorretta da una melodia deliziosamente epica diventata ormai leggendaria.

Il riff portante della strofa si svela subito come un robustissimo hard-rock, benché venato da una rinnovata eleganza nel portamento, sottolineato anche dai bellissimi quanto incisivi stacchi che la contraddistinguono, mentre assolutamente straordinaria risulta la porzione riservata al solo di Alex, nervoso e psicotico quanto il groove su cui si dipana, prima di lasciarsi andare a un andamento più aperto e emotivamente intenso, splendido suggello a un brano che è un autentico condensato di magnifico hard-rock roccioso e progressivo tanto personale quanto impattante.

Il testo, magnificamente interpretato da un Geddy Lee in stato di grazia, riguarda (come un po' tutto il concept attorno cui ruota l'album) la sensazione della band di starsi via via distaccando dall'immaginario fantasy che aveva contraddistinto i testi delle opere precedenti per avvicinarsi a tematiche più fresche e contemporanee (anche se i riferimenti letterari e l'utilizzo di un certo immaginario non scompariranno mai del tutto dalla scrittura del gruppo), qui concretizzata in un tributo proprio all'immaginario che sentivano di essere in procinto di lasciarsi alle spalle.

E' difficile immaginarsi un tributo in musica migliore di questo;

un brano semplicemente epocale.

Come a rincarare la dose, la band mette sul piatto un altro pezzo da novanta (destinato ad essere da più parti indicato come il più bel pezzo mai scritto dai Rush anche in sondaggi recentissimi) con la lunga ed elaboratissima XANADU, basata sul poema del poeta inglese S.T. Coleridge intitolato “Kubla Khan” (Xanadu è la città fatta erigere proprio dall'imperatore mongolo della Cina unificata dopo la sua salita al potere) e capace di contenere, all'interno dei suoi undici minuti di durata, un piccolo bignami della storia passata, presente e futura della band, fra parti di synth ed esperimenti con svariate percussioni, come accade nella lunga e dilatata intro dai toni eterei e lisergici (va ricordato che lo stesso Coleridge scrisse il suo poema, poi rimasto incompiuto, sotto l'influsso di oppiacei), esplosioni elettriche dai toni sontuosi ed epici, sfuriate hard rock selvagge, arrangiamenti elegantissimi (come non sottolineare, qui come nel resto del disco, l'assoluta maestria dimostrata da Neil e Geddy nel costruire incastri ritmici tanto curati quanto accattivanti e briosi, per un lavoro strumentale che li vede ergersi a veri maestri dello strumento e dell'interazione fra lo stesso e gli altri elementi costituenti il tessuto musicale) e, in generale, una quantità di input e situazioni sonore clamoroso, come clamoroso è il modo assolutamente fluido (benché pregno dell'alterigia tipica della grande stagione del progressive mondiale che, proprio in quei mesi, stava per subire lo scossone del punk) con cui la band riesce a concatenarle e farle scorrere, per farle giungere al massimo delle loro capacità espressive tanto all'orecchio scafato dell'amante del progressive quanto a quello più desideroso di sensazioni più epidermiche e immediate dell'hard-rock, il tutto ammantato da una splendida atmosfera sfumata e onirica, capace di donare intatte le sensazioni sospese e orientaleggianti che caratterizzano l'opera cui il brano si ispira.

A chiudere un trittico iniziale da infarto alle coronarie, ecco giungere la celeberrima CLOSER TO THE HEART, brano senza dubbio meno complesso e innovativo rispetto al precedente, ma forte di una linea melodica assolutamente vincente, sottolineata da una linea vocale incisiva come poche ed esaltata da un andamento in crescendo bellissimo, che vede il pezzo passare dalle iniziali cadenze da ballata acustiche, a un intenso e accattivante andamento in mid-tempo, a un portamento più frizzante e rockeggiante, il tutto racchiuso in meno di tre minuti di grandissima musica destinati a entrare nella storia dei Rush.

Si prosegue con la briosa e avvincente CINDERELLA MAN, brano maggiormente legato ad alcune soluzioni sonore ripescate dal passato della band, col suo andamento a metà fra l'hard-rock più aggraziato e la quiete di aperture acustiche dal piglio comunque deciso che ricorda un po' il periodo (lontano solo un paio d'anni, peraltro) di “Fly By Night”, che la band attualizza però in modo sostanziale grazie a una nuova consapevolezza per quanto riguarda la gestione degli arrangiamenti (anche in questo brano convivono mille sfumature e situazioni, anche nelle parti più immediate) e un livello di stratificazione musicale decisamente più maturo.

Splendido il delicato e avvolgente refrain, con la sua atmosfera malinconica a suggellare l'ispirato testo scritto da Geddy, e straordinario lo special centrale, dai toni funk/prog molto carezzevoli, ma al contempo decisamente incisivi, sui quali Alex dipinge un assolo riuscitissimo, per un brano che, magari, non è passato alla storia come i tre che lo precedono ma che, nei loro confronti, non sfigura affatto.

Si prosegue con la delicata MADRIGAL, dolce ballata ammantata di sentori antichi e a tratti folk riletti però attraverso le sensazioni contemporanee dei tre musicisti, il cui andamento pastorale tradisce senza farne mistero l'amore della band per act inglesi quali Yes e soprattutto, in questo caso, Genesis.

Un inframezzo di pace prima di tuffarci nei misteri dello spazio profondo con la conclusiva e clamorosa CYGNUS X-1,BOOK I: THE VOYAGE, composizione cupa, complessa, estremamente progressiva, il cui testo, ispirato a Neil da un articolo pubblicato sulla rivista Time inerente il mistero dei buchi neri, segue il viaggio nello spazio dell'astronave Rocinante (nome preso in prestito dallo scrittore spagnolo Cervantes).

Il brano, della lunghezza superiore ai dieci minuti, si suddivide in quattro sezioni (denominate, molto semplicemente: prologue,1,2,3) ed è senza dubbio, ancora più di Xanadu, il brano più impegnativo, spiazzante e ostico dell'album. Si passa infatti, in modo assolutamente cinematico e a tratti repentino, da porzioni eteree ammantate di meraviglia per gli immensi vuoti cosmici e i fenomeni che in essi si manifestano ad esplosioni di furente rock/prog tali far lambire ai nostri territori proto-metal, irrobustite da scansioni ritmiche spettacolari e taglienti, entrate di diritto nella storia del genere e guidate da un Neil Peart che da qui la netta sensazione di attraversare un percorso di crescita esponenziale tale da poterlo portare in breve tempo, come poi accadrà, al livello dei più grandi batteristi di fama mondiale.

La stratificazione sonora di questo brano è imponente, grazie all'uso esteso di tastiere, synth e percussioni varie, il tutto implementato dall'uso di voci effettate (ad opera del ghost member Terry Brown) e chi più ne ha più ne metta, per un brano tanto sperimentale e osato quanto riuscito e impattante (con un Geddy che raggiunge vette interpretative eccelse, come nei momenti più schizoidi e invasati del pezzo, assolutamente spettacolari), che da in modo esemplare la misura della crescita compiuta dalla band rispetto al flop di “Caress Of Steeel”, qui vendicato da un pezzo che ne recupera la pesantezza e la cupezza rileggendole alla luce della rinnovata consapevolezza che risulta, a conti fatti, l'autentico ed eclatante asso nella manica della band su questo album.

Un lavoro che verrà accolto benissimo da critica e pubblico, spalancando alla band prospettive di successo su scala planetaria e confermandone e incentivandone la convinzione nei propri mezzi e nel loro modo di intendere la musica, elemento base fondamentale per il percorso musicale di un gruppo in procinto, nel corso degli anni successivi, di inanellare una serie di successi, tanto dal punto di vista “commerciale” che da quello personale, assolutamente clamorosi.

Ma questa è una storia che verrà sviscerata nelle prossime puntate;

per ora, godiamoci la magnificenza di questo album che, per chi scrive, è l'apice dei Rush più “hard rock”, benché la mente fosse già evidentemente proiettata verso il futuro (o, forse, proprio in virtù del fatto).

 

Capolavoro senza tempo.


CARESS OF STEEL (Mercury/Polygram, settembre 1975)

 

Reduci dal relativo successo dell'album Fly By Night ma, soprattutto, esaltati dalle possibilità di sperimentazione musicale date dalla rinnovata formazione solo parzialmente sviluppate sull'ultimo platter, i Rush concludono il relativo tour con materiale a sufficienza per rinchiudersi subito in studio (affidandosi sempre alle sapienti e collaudate mani del produttore Terry Brown) e mettere su nastro i frutti dell'inarrestabile spinta creativa che permeava tutti i membri del trio.

Su tutte, si profilava il desiderio di mettere su disco una composizione a dir poco osata della durata inusitata di più di venti minuti, frutto dell'esuberanza e dell'incoscienza di tre musicisti senza dubbio ingenui, ma anche animati da un ardore espressivo encomiabile, nonostante questo ardore facesse dormire parecchio male la notte i responsabili della loro etichetta discografica, preoccupati dalla noncuranza dei tre riguardo alle regole fondamentali del mercato musicale rispetto alla vendibilità della loro proposta.

Ma la band, da quell'orecchio, non ci sente proprio (un atteggiamento che non li abbandonerà mai, peraltro), convinta di voler perseguire la propria visione artistica senza scendere ad alcun compromesso.

E' così che il gruppo si chiude nei Toronto Studios e, in soli dodici giorni, sforna il nuovo CARESS OF STEEL, album dedicato al creatore della serie Ai Confini Della Realtà, Rod Sterling, e frutto di un lavoro d'insieme che aveva coinvolto band e produttore in un crescendo di idee e sperimentazioni esaltante, con quest'ultimo convinto di essere riuscito ad incanalare la torrenziale creatività della band in modo costruttivo e i musicisti convinti di essere riusciti finalmente a distillare un sound tutto loro.

Sembrerebbero le premesse per un successo annunciato, ma le cose andranno in un altro modo, anticipate dai presagi nefasti di una copertina che la band reputa orrenda, frutto di un lavoro voluto dall'etichetta discografica attorno all'illustrazione originale, che prevedeva la sola illustrazione a matita centrale, cui venne aggiunto uno sfondo ambrato circondato da una specie di alone bluastro (il tutto all'insaputa dei tre), per un risultato talmente insoddisfacente da spingere il gruppo, da li in poi, a pretendere di avere sempre l'ultima parola riguardo ad ogni aspetto delle proprie pubblicazioni, grafiche comprese.

Per non rendere le cose eccessivamente pesanti ai propri ascoltatori, la band decide di mettere i brani brevi immediati all'inizio del disco, e lasciare le due suite The Necromancer e The Fountain Of Lamneth (rispettivamente, dodici e venti minuti di durata) alla fine, nonostante siano proprio questi due pezzi i più rappresentativi delle sue ambizioni artistiche.

Ad aprire l'album troviamo quindi un trittico di pezzi piuttosto diretti, a cominciare dall'arrembante opener BASTILLE DAY, hard-rock vitaminizzato, ai confini con ciò che sarebbe stato il primo embrione di sound heavy metal che avrebbe preso piede di li a poco in terra d'Albione, capace di coniugare in modo perfetto l'irruenza rock con l'estrema eleganza espressiva dei tre musicisti, con un Neil Peart sugli scudi per tiro e potenza, oltre che per fantasia, a dar man forte a un Geddy e un Alex letteralmente indiavolati.

Il brano vive su scorribande elettriche al fulmicotone e parti vocali tiratissime, ma non disdegna assolutamente aperture di più ampio respiro, fra intrecci melodici vincenti e partiture ritmiche più complesse e ragionate, impreziosite da una prestazione musicale di grande spessore.

Si prosegue con la buffa (a livello lirico, essendo il testo ispirato dalla paura di Alex di perdere i capelli, cui anche Geddy non era immune) I THINK I'M GOING BALD, che musicalmente invece è tutt'altro che buffa e si sviluppa su un robusto boogie-rock venato di blues, roccioso e sanguigno, a creare un contrasto piuttosto esilarante fra liriche e musica, per un brano certamente non destinato a essere tramandato ai posteri, ma comunque solido e piacevole all'ascolto, graziato ancora una volta da un estro esecutivo sopra la media e anche alcune trovate musicali di gran gusto, non ultimo il comparto solista.

Ultimo brano del trittico “easy” iniziale, l'autobiografica LAKESIDE PARK, luogo cardine nella crescita di Neil Peart trasfigurato in un hard rock/blues venato di aperture da ballad all'altezza dell'immediato refrain che molto deve alla primigenia e più importante influenza della band, ovvero i Led Zeppelin, che la band si rivela comunque capace di ammantare con la propria personalità.

Un brano agrodolce che raggiunge il suo apice nel sognante break centrale, capace di evocare in modo molto efficace le spiagge sabbiose, le onde increspate dal vento e i salici che ne contraddistinguono l'ambientazione, idilliaco affresco prima di tuffarci nelle tematiche fantasy e oscure della prima delle due suite chiamate a completare l'album, intitolata THE NECROMANCER, brano diviso in tre parti nelle cui liriche ricompare il personaggio di By-Tor, già protagonista della quasi omonima canzone presente sul precedente album, che qui si trasforma da protagonista negativo a protagonista positivo in una storia a tinte fantasy che tratta di liberazione dalla tirannia (un tema che la band affronterà in modo più approfondito, e con maggiore riconoscimento, nell'immediato futuro).

La prima parte, intitolata Into Darkness, è rarefatta e quasi psichedelica, con più di un'influenza PynkFloydiana a fare capolino nelle trame psych-blues del trio, che qui rilegge il suo sound in modo mai prima d'ora così cupo e introspettivo, menter gli interventi di Alex sono autentiche stilettate emotive al cuore dell'ascoltatore, prima che gli scenari mutino abbastanza drasticamente nella seconda parte, intitolata Under The Shadow.

Si tratta di un brano marziale e pesante, scandito da riff degni dei primi Black Sabbath, cui fa da contraltare uno sviluppo più briosamente rock-blues, ma comunque ammantato dall'atmosfera plumbea e minacciosa che permea l'intera composizione.

Molto belli tanto i fraseggi solisti di un Alex sugli scudi quanto l'interplay fra i tre musicisti, evidentemente ispiratissimi e coinvolti nella direzione musicale intrapresa, palesata nei fraseggi a tinte hard-prog indiavolati che concludono questa seconda parte della suite.

Le atmosfere si fanno più solari nella terza e ultima parte del brano, intitolata Return Of The Prince, liberatoria nel suo andamento hard-rock leggero e brioso, ancora una volta marchiato a fuoco da intrecci melodici e interventi solisti di gran classe e da una prova di insieme solida e ispirata.

Si arriva quindi al vero piece de resistance del disco, intitolato THE FOUNTAIN OF LAMNETH e diviso in ben sette parti per una durata, come si diceva, di ben venti minuti che rappresentano senza dubbio l'apice e la summa degli aneliti prog dei tre ragazzi, ai tempi, così zeppa di intuizioni e influenze e, al contempo, così personale nei risultati.

La suite si apre sulle malinconiche note acustiche di In The Valley, brano che di li a poco deflagra a mo di vera e propria oveture,dapprima con scudisciate hard-rock metal dalla grande epicità e poi con fraseggi rock-prog vibranti, prima di ritornare su atmosfere più pacate e intime, tratteggiate da parti pulite, in un continuo gioco di contrasti e atmosfere cangianti, prima che l'anima prog del gruppo prenda il sopravvento nell'esuberanza ritmica incontenibile di Dictacts And Narpets, con un Neil Peart letteralmente indiavolato dietro il drum kit e una band che gli da corda con entusiasmo, ma gli lascia anche spazio per un breve solo, prima che le atmosfere più dilatate e oniriche di No One At The Bridge prendano il sopravvento sull'aria di una ballata blues dai gustosi accenni psichedelici che assume, nella sua seconda parte, connotati hard-rock/prog dai toni più marcati, dove trova spazio anche un ispirato solo di Alex.

I toni si fanno ancora più intimistici nella sezione successiva, intitolata Panacea e magistralmente giostrata sulle delicate note di chitarra classica di un Lifeson ispiratissimo, cui fanno da parziale contraltare sporadiche aperture i blues acustico, per un brano carezzevole e delicato, interpretato alla grande da un Geddy Lee perfettamente a suo agio sulle linee vocali raccolte e suadenti che lo contraddistinguono.

Si torna all'esuberanza elettrica, benché controllata e innervata da più umbratili e profonde inflessioni hard-blues, della successiva porzione, intitolata Bacchus Plataeu, che, fra trionfali aperture dal tono epico e porzioni più introspettive, ci guida al gran finale della suite, che prende forma in una porzione intitolata The Fountain che, contrassegnata da un reprise della porzione Dictats And Narpets, dona all'intera suite una circolarità evidente, richiamo palese alla circolarità della vicenda a tinte fantasy narrata nel brano, riguardante un viaggio di ricerca immaginario che riparte sempre dall'inizio, parallelismo evidente col viaggio di ricerca musicale del trio fino ad allora (e da li in avanti), con i tre personaggi della narrazione evidente legati a doppia mandata ai loro corrispettivi in carne ed ossa.

Si conclude così un tour de force senza dubbio impegnativo, con una band evidentemente in stato di grande ispirazione ma, al contempo, anche abbastanza autoindulgente negli arrangiamenti, che infatti non verranno capiti dal pubblico, spiazzato anche dalle tematiche fantasy dei testi, che boccerà l'album con fermezza, condannandolo a dati di vendita inferiori perfino al debutto e preludio a un tour via via più deludente (denominato poi “Giù Per Lo Sciacquone” da una band sconcertata dall'accoglienza riservata a un album in cui credeva fermamente), situazioni che porteranno i Rush molto vicini al licenziamento da parte dell'etichetta ma che non intaccheranno minimamente le convinzioni dei nostri riguardo al proprio percorso musicale, fatta salva la necessaria presa di coscienza riguardo agli errori commessi;

presa di coscienza che risulterà fondamentale per la composizione dell'album successivo, in cui la band si giocherà tutto il suo futuro rischiando nuovamente con una composizione lunghissima;

ma quella composizione, che darà il titolo all'album, si intitolerà 2112, e farà la storia del rock, oltre che quella del gruppo.

Per il momento, rimane un album come Caress Of Steel;

sulla carta, un passo falso ma, nella storia del gruppo, tassello fondamentale per l'evoluzione del suo sound e, a conti fatti, album piuttosto naif ma anche capace di intuizioni davvero ottime.

 

Da riscoprire.


FLY BY NIGHT (Mercury/Polygram, 15 febbraio 1975)

 

Archiviato il periodo John Rutsey, che abbandona la band per divergenze artistiche (non condividendo la spinta di Geddy e Alex verso territori più complessi e progressivi), ma anche perché, in fondo, non così allettato dalla prospettiva di doversi addentrare in modo così serio e impegnativo nel mondo del music business, i Rush compiono la svolta decisiva della loro carriera assicurandosi i servigi del disilluso drummer di St Catharines (cittadina situata sull'altra sponda del lago Ontario rispetto a Toronto, città di Geddy e Alex) Neil Peart, rientrato in patria da poco più di una anno dopo un'infruttuoso tentativo di sfondare come musicista in Inghilterra con la ferma decisione di relegare la musica a livello di mero hobby e, ai tempi del suo ingresso nella band, impiegato come commesso nella catena di negozi di dischi Sam The Record Man.

Batterista preparatissimo, fulminato sulla via di Damasco dal batterismo indiavolato di Keith Moon dei The Who dopo una primigenia rivelazione targata Gene Krupa e successivamente affinatosi nel rock progressivo grazie alla scoperta di batteristi quali Phil Collins dei Genesis e Bill Bruford degli Yes, Neil ammutolisce tutti con un'audizione strabiliante per perizia e potenza, dopo un primo approccio non idiliaco causato dalla sua già notevolmente scarsa propensione alle interazioni sociali, e ottiene il posto il 29 luglio 1974 (peraltro, il giorno del ventunesimo compleanno di Geddy), andando a completare una formazione che rimarrà immutata fino allo scioglimento del gruppo, avvenuto quarantuno anni dopo, nel 2015.

L'ingresso di Peart nella band permette a Geddy e Alex di risolvere in un colpo solo sia il problema del batterista che quello del paroliere, ruolo fino ad allora detenuto dal poco fiducioso in se stesso Rutsey (che, come ricordiamo, costrinse Geddy a occuparsi dei testi del primo album in fretta e furia a causa di una crisi di autostima).

Il nuovo entrato infatti è animato da una profondissima passione per letteratura e linguaggio, e si occuperà ben volentieri dei testi del gruppo lungo tutto l'arco della loro carriera, donandogli un immaginario lirico di grande spessore e dai connotati riconoscibilissimi.

La storia dei Rush come tutti il mondo ha imparato a conoscerli può ufficialmente iniziare;

ed inizia con le sessioni di composizione di un secondo album che la band vede più come un secondo debutto, tanti sono stati i cambiamenti successivi alla pubblicazione del disco omonimo solo pochi mesi prima.

L'ingresso nella band di Neil da modo a Geddy e Alex di esplorare e sperimentare, finalmente, in lungo in largo il loro spettro di influenze e tentazioni artistiche, mentre l'interazione fra i tre è talmente naturale fin da subito che, già durante la famosa audizione, la band getta le basi per il pezzo che andrà ad aprire l'album, che si intitolerà FLY BY NIGHT e verrà pubblicato a fine febbraio del 1975.

Il pezzo in questione è la celebre ANTHEM che,liricamente ispirata (prima fra tante della loro discografia) dai libri di Ayn Rand di cui Peart è un vorace lettore, farà parte a lungo delle scalette live del trio, oltre a dare il nuovo nome all'etichetta discografica della propria casa di produzione, che inizialmente era stata chiamata Moon Records e che dal 1977, con la nuova denominazione, darà modo al gruppo di poter gestire il proprio operato artistico in modo più diretto per quanto riguarda il territorio canadese (con la Mercury a gestire il mercato internazionale).

Il brano è una dichiarazione di intenti esplosiva, col suo iconico riff potente e sincopato sorretto dal batterismo rutilante e precisissimo di un Peart già padrone della situazione e da un Geddy Lee palesemente esaltato dalle doti del suo compagno di sezione ritmica, oltre che influenzato dal modo non puramente ritmico in cui il basso viene usato in formazioni progressive come Yes, Genesis o King Crimson.

un riff che, se da una parte ancora ricorda alcune cose degli Zeppelin più dinamitardi, dall'altra denota una pulsione all'esplorazione di territori più osati assolutamente lampante, che il prosieguo del pezzo non farà che confermare.

Si tratta infatti di un pezzo zeppo di cambi di tempo, atmosfera e dinamica, dove si passa da riff proto-metal alla Black Sabbath a porzioni più dolci e sognanti, vagamente psichedeliche, senza disdegnare puntate nel progressive puro e ritorni di fiamma per l'hard-blues puro, il tutto miscelato con una personalità che, sebbene ancora da affinare, ha già del portentoso, e la band lo dimostra ancor di più nella successiva BEST I CAN, dove riesce ad infonderla anche in un pezzo marcatamente hard-blues, molto vicino allo stile del primo album.

Si sente infatti come, anche negli episodi più convenzionali, il gruppo stia già maturando un suo marchio di fabbrica inconfondibile, con un Neil Peart già abilissimo a infilare qua e la finezze a profusione e un modo di arrangiare i brani già avviato sulla via dell'unicità.

Lo stesso discorso vale anche per la successiva BENEATH, BETWEEN AND BEHIND dove, a un inizio che più Zeppeliniano non si potrebbe, fa seguito un brano composito, zeppo di stacchi dalla grandeur hard-metal straripante (supportata dalla produzione piena e tagliente del riconfermato Terry Brown), con una band che fa letteralmente scintille, fra riff al fulmicotone, partiture ritmiche complesse e allo stesso tempo potentissime e un Geddy Lee che inizia a trovare la sua vocalità, distanziandosi in parte dal suo nume tutelare Robert Plant, benché l'altezza delle parti faccia ancora emergere le numerose similitudini fra le due voci.

Se fin qui la band aveva già più che positivamente colpito per l'intraprendenza compositiva ed esecutiva palesata, è con la successiva, celeberrima, BY-TOR & THE SNOW DOG che viene calato l'asso, con quello che resta il capolavoro dell'intero album nonché classico imperituro della loro produzione.

Si tratta di una composizione dai connotati epici ed estremamente progressivi, della durata superiore agli otto minuti (8 minuti e 37 secondi, per la precisione), in cui i Rush fanno letteralmente il botto, trovando una loro dimensione unica fatta di hard rock/metal (per i tempi) torrenziale, ritmiche fantasiose e deflagranti, liriche fantasy (benché l'episodio cui il brano è ispirato si riferisca all'esperienza di Howard Ungerleider, giovane manager della casa di produzione statunitense che seguiva i Rush, con i cani di Vic Wilson, manager della partner canadese di produzione SRO, un pastore tedesco sempre incazzato e desideroso di morderlo e una specie di palla di neve ambulante che non faceva che saltargli addosso, inizialmente denominati Biter and the Snow Dog, e successivamente modificato), esperimenti progressivi e psichedelici osati e riuscitissimi (con una lunga parte centrale zeppa di esperimenti musicali e sonori spettacolari, fra effetti, tempi dispari, dissonanze e contrasti vari a simboleggiare la battaglia fra i due contendenti) e un'impressione generale di trovarsi davanti a un gruppo dai margini di crescita potenzialmente esponenziali.

Una vera gemma musicale, ora come allora.

Si torna su territori più classici con la successiva FLY BY NIGHT, title track dell'album nonché primo brano ad essere completato dalla nuova line-up che, con il suo hard-rock sognante venato da suadenti tratteggi blues e accenni southern reso vibrante dal ficcante e nervoso refrain, mostra una band ancora a suo agio nel rispolverare i suoi vecchi “vestiti”, ma indossandoli con uno stile e un portamento del tutto nuovi, per un risultato al contempo fresco e retrò molto gustoso.

E' una chitarra acustica dai toni folk e celticheggianti, di chiara matrice Zeppelin, ad aprire la trascinante MAKING MEMORIES, brano piuttosto diretto, sia per costruzione che per atmosfera, che la band non manca di griffare con una capacità di “portare” il groove che è già da questa prima opera suo marchio inconfondibile, donando trasporto e freschezza a un brano dall'impronta acoustic rock molto piacevole.

Si va su registri decisamente più raffinati e madrigaleschi con la soave RIVENDELL , brano per sola voce e chitarra classica (il cui testo è palesemente ispirato dall'opera di J.R.R. Tolkien, altra passione del divoratore di libri Neil Peart) in cui traspare tutta la preparazione sullo strumento di Alex, figlio di lezioni prese solo pochi anni prima ma che, per sua stessa ammissione, influenzeranno indissolubilmente il suo modo di suonare (anche nell'approccio alla chitarra elettrica) e l'amore dello stesso per lo stile palesato in analoghi frangenti da musicisti come Steve Howe degli Yes o Steve Hackett dei Genesis, prima di arrivare alla conclusiva IN THE END (brano già presente nel repertorio della band prima dell'arrivo di Neil Peart, come anche la precedente Best I Can), composita e cangiante che, dopo un inizio carezzevole e agrodolce a base di chitarre acustiche, si sviluppa in un hard rock sanguigno e penetrante, che mescola sapientemente Led Zeppelin e The Who, ma che lascia intravedere un bagaglio di influenze e soluzioni ben più ampio e che, con i suoi quasi sette minuti di durata, lascia intravedere chiaramente che la strada dell'esplorazione musicale sarà la via maestra per le future mosse del gruppo.

La casa discografica si dimostrerà piuttosto timorosa a riguardo, temendo che un'eccessiva sperimentazione possa inficiare il risultato commerciale tanto di questo album come dei futuri, ma le vendite piuttosto buone, figlie anche di un'intensa attività live, e le rassicurazioni dell'entourage del gruppo riguardo alla solidità interna alla band, fanno si che i vertici della Mercury decidano, per il momento, di non interferire con la loro visione artistica.

Forti di questa fiducia o, almeno, mancanza di ingerenza, i Rush si imbarcheranno, dopo un'altra intensa stagione concertistica, nella scrittura di un album ancora più radicale e osato di questo, mettendo sul piatto una visione musicale talmente estrema, per l'epoca, da fargli rischiare il disastro.

Ma questa è un'altra storia.

Nel 1975 i Rush di Fly By Night viaggiano col vento in poppa, sorretti da un album solido, fresco e artisticamente appagante e da una situazione interna alla band quantomai stimolante e benaugurante, in prospettiva futura.

Dopo tante traversie e tanta gavetta, il gruppo sembra aver finalmente imboccato la strada verso il successo, alle sue condizioni, con somma felicità per i lungimiranti Geddy Lee e Alex Lifeson e lo stupito Neil Peart che, dopo aver attraversato un oceano nel tentativo di raggiungerlo, finisce per trovarlo sulla soglia di casa.

 

Il destino, a volte, è davvero buffo.


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RUSH (Moon Records marzo 1974/ Mercury-Polygram luglio 1974)

Il disco che nessuno in Canada sembrava volere, il disco che non voleva saperne di “suonare” bene, il disco dei Rush senza Neil Peart, venne pubblicato, inizialmente dall'etichetta fondata dal management del gruppo (la SRO Productions), nei primi mesi del 1974, con l'intenzione di proporre il prodotto finito a qualche etichetta canadese intenzionata a investire sulla band proveniente da Toronto; tentativo rivelatosi, peraltro, infruttuoso. 

Troppo ancorata alle senza dubbio più pacate note che tanto successo avevano riscosso nel Paese negli ultimi anni, la discografia Canadese, per puntare su una band che faceva dell'hard blues potente e muscolare la propria bandiera. 

Ci volle la buona parola di amici di amici di amici perché l'album (che già si era rivelato ostico da registrare, dopo un primo tentativo infruttuoso con David Stock, già produttore dei primi singoli del gruppo,e successivo salvataggio da parte di Terry Brown, che per molti anni avrebbe fatto le fortune della band producendone i dischi di maggiore successo commerciale, abile nel donare nuova vita alle registrazioni già esistenti e fornitore dello spunto decisivo per l'inserimento di due nuove registrazioni e di un brano nuovo di zecca) arrivasse nelle mani giuste, cioè quelle di Bob Roper, addetto alle pubbliche relazioni con le radio per la A&M Records, e dalle sue a quelle di Donna Harper, direttrice musicale della WMMS-FM di Cleveland, città in cui il brano Working Man, trasmesso dalla suddetta radio, scatenò un piccolo caso che portò il nome della band all'attenzione di un numero crescente di case discografiche statunitensi desiderose di accaparrarsi i servigi dei Rush. 

A spuntarla fu la Mercury Records, con grande soddisfazione della band che, fondata nel 1968, raggiungeva finalmente il traguardo dell'agognato debutto discografico, ristampato dalla suddetta etichetta nell'estate del 1974. 

Il trio, formato da Alex Lifeson (nato Alex Zivojinovich) alla chitarra, John Rutsey alla batteria e voce e Geddy Lee (nato Gary Lee Weinrib) al basso e voce, dopo tanta gavetta a suon di prove, cambi di formazione e concerti fragorosi che gli avevano fruttato un discreto seguito in patria, era diventato una band “sotto contratto”, alla faccia di chi non li considerava che una mera copia canadese dei loro idoli Led Zeppelin. Non che la band, ai tempi, avesse fatto granché per smentire questa sua fama, in virtù dell'amore incondizionato e dichiarato di Alex per Jimmy Page e dell'impostazione vocale altissima e lasciva di Geddy che, in più di un'occasione, sembrava fare il verso a quella dell'iconico Robert Plant, ma l'entusiasmo e la determinazione, oltre che l'urgenza espressiva, dei tre ragazzi di Toronto era evidente e palpabile, ed ora tutto il mondo avrebbe potuto rendersene conto. 

Dopo tante tribolazioni, il brano di apertura dell'album, FINDING MY WAY (uno dei pezzi registrati sotto la guida di Terry Brown, l'unico non precedentemente incluso in scaletta) non può che suonare come una perentoria dichiarazione di intenti. 

Introdotto da un vorticoso riff di chitarra, figlio senza dubbio dell'amore sconfinato della band per lo Zeppelin inglese ma affrontato con un piglio spavaldo e torrenziale capace di far intravedere i germi che, in terra d'Albione, avrebbero da li a qualche anno generato la celebre scena NWOBHM, su cui si stagliano i vocalizzi di un Geddy Lee che più Plantiano non si potrebbe (siamo in effetti al limite dell'imitazione), il brano esplode in un heavy rock molto robusto che, nel suo andamento piuttosto classico, colpisce comunque nel segno grazie a un groove decisamente riuscito e all'evidente trasporto che la band mette nell'interpretazione, aiutata da una tecnica strumentale che, pur non facendo gridare al miracolo, appare fin da subito solida e ottimamente veicolata, per un risultato estremamente dinamico e frizzante. 

Un brano capace fin da subito di tranquillizzare chi dovesse approcciarsi a questo album in modo timoroso a causa dell'assenza di Neil Peart: mentre Geddy e Alex dimostrano fin da subito la padronanza nei rispettivi ruoli che li renderà le icone musicali che diventeranno in futuro, il buon John Rutsey ci delizia con una prestazione sanguigna, potente e precisa, nonché sufficientemente fantasiosa, che sarà uno dei tratti distintivi dell'intero album. 

La successiva NEED SOME LOVE (uno dei pezzi ri-registrati in quanto ritenuti poco riusciti nella precedente sessione, l'altro è Here Again, posizionato poco più avanti in scaletta) breve e trascinante nonché graziata da un ritornello tanto immediato quanto efficace, sembra piazzata appena dopo l'opener col preciso intento di ribadire la carica esplosiva del trio, tra riff al fulmicotone e impennate di potenza dall'impatto innegabile, unite a un trasporto “a briglia sciolta” irresistibilmente rock&roll. 

Con la successiva TAKE A FRIEND la band sfuma un po' la potenza dei due brani precedenti per adagiarsi su soluzioni rock-blues meno abrasive, con linee vocali pregne di ruspante lirismo e un approccio generale che lascia intravedere qualche influenza southern rock. 

Il brano non possiede senza dubbio l'appeal elettrico e sfrontato dei due brani di apertura (e non godrà della stessa longevità in sede live dell'opener), ma resta comunque un piacevole episodio di rock “agreste” senza grosse pretese, ma ottimamente interpretato e utile, senza dubbio, a far intravedere la versatilità della band e la sua capacità di non fossilizzarsi troppo sulle medesime soluzioni. 

Con la successiva HERE AGAIN la band sforna una ballata hard-blues da manuale (forse troppo “da manuale”, in alcuni passaggi), perfettamente inserita nella tradizione di brani come Since I've Been Loving You dei già più volte (e non per l'ultima volta) citati Zeppelin, impreziosita da un Geddy Lee che, oltre che solido bassista, si rivela anche un cantante capace di interpretazioni molto intense e sensuali, coadiuvato da una band in gran palla che, fra crescendo ottimamente studiati, melodie splendidamente malinconiche e aperture di grande impatto, confeziona un piccolo gioiellino che chiunque ami il lato più caldo e introspettivo del genere non potrà non apprezzare. 

Sugli scudi un Alex Lifeson autore si un assolo davvero di pregevolissima fattura e magistrale esecuzione. 

Led Zeppelin a tutto spiano anche nella successiva WHAT YOU'RE DOING, in cui tutto, dal ficcante riff portante, agli stacchi, all'ottimo refrain, sprizzano amore per Jimmy Page &Co. da tutti i solchi. 

La porzione riservata all'assolo, peraltro nuovamente ottimo, di Alex, ci permette di apprezzare una band affiatatissima, e ci fa anche intuire le potenzialità di scrittura che solo i dischi successivi sveleranno pienamente, con i tre musicisti assolutamente a loro agio nel tentare vie più complesse tanto al fraseggio quanto al groove, pur senza, per ora, uscire dal solco hard-blues che segna in profondità la direzione musicale dell'intero lavoro. 

Ed è proprio l'hard-blues di gran classe, qui nuovamente venato da venature southern rock (si odono anche echi di Creedence Clearwater Revival, sia nelle chitarre di Alex che nelle linee vocali di Geddy, autore per quanto riguarda l'intero album anche dei testi che, per sua stessa ammissione, non erano il frutto di un lavoro di ricerca particolarmente approfondito nella scelta delle parole), a marchiare a fuoco la successiva IN THE MOOD, brano destinato a far parte a lungo della scaletta dei live dei Rush. 

E' questo un brano che, come la precedente “Take A Friend”, ci permette di constatare come la band, pur nel suo non nascondere in alcun modo le sue influenze musicali, riesca comunque ad ammantare ogni brano con la sua già non trascurabile personalità, cosa ancora più evidente nella splendida canzone successiva, intitolata BEFORE AND AFTER e stupendamente cangiante, nei suoi sei minuti scarsi di durata. 

Tutto in questo brano è bellissimo, dal sognante e agrodolce andamento arpeggiato iniziale, sottolineato da un basso straordinariamente presente e da una batteria nuovamente capace di grande varietà espressiva grazie al lavoro di un John Rutsey assolutamente sugli scudi, per proseguire con la graffiante impennata rock che segue, ancora intrisa di sentori “Pageiani” ma qui, più che in ogni altra traccia precedente, foriera di successive evoluzioni più personali, e con i numerosi stacchi tanto potenti quanto carichi di groove di cui il brano è disseminato, il tutto suggellato da linee vocali davvero ottime e anch'esse segnale di un tentativo già in atto di distaccarsi con garbo dai propri numi tutelari; 

tentativo che trova la sua summa nel brano conclusivo dell'album, quella WORKING MAN che, col suo piglio notevolmente heavy concretizzato in un riffing che sembra spostare i nostri verso coordinate vicine a certi Black Sabbath (benché le atmosfere si mantengano comunque piuttosto lontane dalla cupezza del quartetto di Birmingham) e il suo splendido dipanarsi attraverso fughe strumentali briose intriganti dove l'interplay fra i tre musicisti ha modo di esprimersi al massimo livello, si rivela come il capolavoro assoluto dell'album, nonché il biglietto da visita più tangibile rispetto alla futura evoluzione musicale della band, evoluzione che comporterà l'abbandono di John Rutsey, più portato, per indole, ad uno stile heavy-blues più classico e poco desideroso di percorrere le audaci rotte musicali già paventate da Alex e Geddy, e che spianerà la strada per l'ingresso in formazione di Neil Peart. 

Ma questa è una storia ancora da venire, a questo punto della carriera del gruppo, e per ora ci si può solo godere questo splendido, nonché piuttosto esteso, brano (si va abbondantemente oltre i sette minuti) e con esso la bontà di un esordio che spesso chi si è approcciato alla band con i più progressivi lavori della consacrazione mondiale, nonché con la sua fase meno irruenta degli anni 80, ha avuto la tendenza a snobbare ma che, pur non privo dei difetti propri di una band ancora fortemente influenzata dai propri miti di gioventù e lontana dalla propria maturità artistica, risplende ora come allora di un ardore genuino irresistibile, corroborato da una capacità di scrittura comunque di ottimo livello e già sufficientemente impregnato di una personalità palese che porterà i Rush, di li a pochi anni, a sviluppare un sound unico e inimitabile. 

I semi di quel sound erano già stati gettati fra i solchi di questo brillante esordio. 

Prendete e godetene tutti, non ve ne pentirete.