23 LUGLIO 2019

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Recensione a cura di Edoardo Goi 
The Lord Weird Slough Feg “New Organon”

Sarò sincero:
ho sempre avuto un debole per la band di Mike Scalzi fin da quando, nell'ormai lontano 1999, la storica label fiorentina Dragonheart sdoganò sul mercato italiano ed europeo il secondo full lenght della band originaria della Pennsylvania(il capolavoro Twilight Of The Idols, successore dello splendido debutto omonimo del 1996 passato quasi inosservato alle nostre latitudini e tutt'ora oggetto piuttosto ambito sul mercato del collezionismo) generando, nel suo piccolo, un caso musicale che tutt'ora appassiona un'entusiasta nicchia di cultori che mai, da allora, hanno mancato di seguire le gesta dello strano signore Slough Feg ( personaggio mutuato da una serie di pubblicazioni fantasy basate su miti e tradizioni Celtiche inglese intitolata “Slàine” nella quale interpreta il ruolo del “cattivo”).
Come resistere infatti alla loro miscela unica fatta di suggestioni irlandesi di chiara derivazione Thin Lizzy, epic metal belligerante, grezzo e oscuro sull'onda di quanto prodotto in passato da band come Manilla Road, Cirith Ungol e Warlord, doom sia nella sua accezione più sabbathiana che in quella più trascinante cara a acts quali Witchfinder General e Pagan Altar, il tutto unito a un amore sconfinato per l'epoca d'oro della NWOBHM e una mai sopita passione per le sonorità 70's più intense?
Come non restare rapiti e ammirati di fronte a una tale dimostrazione di debordante personalità e a una capacità di scrittura di livello assoluto come quelle riversate in ogni singolo solco di quell'opera straordinaria?
Assolutamente impossibile.
Il futuro della band sembrava non poter essere altro che radioso.
Di acqua sotto i ponti, da allora, ne è passata tanta;
le pubblicazioni si sono succedute con un ritmo piuttosto costante (questo nuovo album è il decimo full della carriera del gruppo, benché dal 2010 ad ora gli album pubblicati siano stati, compreso questo, solo due), e l'iniziale clamore suscitato dal succitato secondo album e dai suoi successori Down Among The Deadmen del 2000 e Traveller del 2003 ha piano piano lasciato posto a un seguito di culto, senza che mai il grande successo arridesse alla band pervicacemente guidata dal buon Mike.
Incurante della posizione nelle retrovie in cui la storia del genere ha relegato la sua creatura, l'indiscusso mastermind del progetto ha sempre tirato dritto per la sua strada , convinto (a ragione) della bontà della sua proposta, senza mai piegare la sua visione musicale alle bizze di un mercato costantemente alla ricerca del nuovo trend e puntando sempre tutto sulla sincerità e la qualità delle sue composizioni.
Il risultato è stata una carriera costellata da album a dir poco splendidi, realizzati talvolta con mezzi non certo illimitati, ma sempre pregni di una passione e un'urgenza espressiva palpabili e di rara intensità.
Non fa eccezione questo nuovo NEW ORGANON, pubblicato su etichetta Cruz Del Sur Music a distanza di cinque anni dal precedente, discusso, Digital Resistance, registrato con formazioni e studi diversi (la disparità di suoni è difatti lampante, in certi brani) ma marchiato indelebilmente The Lord Weird Slough Feg in ogni sua singola nota.
La prima cosa che balza all'occhio (positivamente, per i fan di vecchia data come il sottoscritto) è il recupero del nome esteso della band, ridotto a Slough Feg nei dischi dal 2005 al 2014 (Cioè nei dischi compresi tra Atavism e Digital Resistance, compresi) e qui ripristinato nella sua lunghezza originale.
La suggestione generata da questa decisione è sufficiente a ben disporre il vostro umile scribacchino verso l'ascolto di questo nuovo, atteso output della band, articolato in guisa di concept album e basato sul Novum Organum del filosofo inglese Francis Bacon.
A ben disporlo in modo sostanziale.
Preso nota della formazione responsabile della registrazione di questo album (che vede, oltre al più volte citato mastermind Mike Scalzi alla voce e chitarra, Adrian Maestas al basso, Angelo Tringali alla seconda chitarra e i due batteristi che si alterneranno nei vari brani, ovvero Jeff Griffin e John Dust), direi di addentrarci senza ulteriore indugio nel flusso di note che dello stesso costituisco l'essenza .
L'onere e l'onore di aprire le danze spetta al roboante riff di HEADHUNTER, e subito si resta favorevolmente impressionati nel constatare che, insieme alla lunghezza originaria del nome, i TLWSF (si si conceda questo acronimo) sembrino aver recuperato anche la loro indole più fieramente epica e battagliera, dopo un album maggiormente improntato alle sensazioni 70's come Digital Resistance;
sensazioni corroborate dal prosieguo del brano, assestato su un roccioso quanto accattivante mid-tempo scandito da chitarre graffianti quanto avvolgenti, come sempre innervate da forti sensazioni irish che molto devono all'operato dei Thin Lizzy più elettricamente folkloristici.
Una sezione ritmica dai toni quasi percussivi marchia a fuoco una strofa cupa, dai sentori doom tanto penetranti quanto straordinariamente dinamici, resa ancora più incisiva dalla caratteristica voce di Mike, da sempre valore aggiunto e tratto distintivo della proposta dei nostri, tanto sgraziata quanto unica nel rendere al meglio le atmosfere senza tempo evocate dalla band.
I suoni sono pastosi e caldi, lontani anni luce dalle produzioni patinate e ultra-pompate tanto in voga oggigiorno, e contribuiscono, con la loro naturalezza, a collocare la musica dei TLWSF in un alveo temporale sospeso e indefinito, condizione imprescindibile per una band che fa da sempre delle sue radici classiche e datate il punto d'appoggio fondamentale su cui erigere la propria intera visione sonora e lirica.
Straordinarie si rivelano poi le splendide accelerazioni in puro stile nwobhm che contrassegnano la seconda parte del brano, con chitarre sempre sugli scudi sia nello scolpire riff strepitosi che nel condirli con arrangiamenti melodici di prim'ordine e parti soliste gustosissime e sinceramente esaltanti.
Miglior inizio non ci poteva essere.
A bissare subito un brano d'apertura di tale portata ecco arrivare l'articolata e umbratile DISCOURSE ON EQUALITY , con il suo andamento ancora una volta in odore di doom (stavolta con un'impronta maggiormente 70's e meno improntata all'epicità) screziato da interventi melodici di twin-guitar dal gusto sopraffino, che preparano magnificamente il terreno per un refrain estremamente riuscito dove, ora si, la band da nuovamente sfogo alle sue pulsioni più epiche e pesanti, senza per questo rinunciare alla briosità atmosferica e strutturale peculiare di un brano costantemente in bilico fra sensazioni 70's e fumanti derive metal riecheggianti i primi anni 80.
Colpisce una volta di più la capacità della band di saper gestire in modo sorprendentemente fluido e appassionante anche strutture così articolate, oltre che la capacità di risultare originali e immediatamente riconoscibili pur con un suono così legato a generi ormai sviscerati da più parti in lungo in largo, e questo ci da la vera misura della grandezza di questa sottovalutatissima band.
Terzo capitolo di album fin qui piuttosto complesso e strutturato, ecco giungere la splendidamente epica (e altrettanto strutturata) THE APOLOGY, col suo andamento heavy e il suo crescendo dalle nemmeno tanto vaghe reminiscenze irish folk, preludio a un ritornello assolutamente irresistibile per tiro, evocatività e interpretazione, tanto vocale quanto strumentale.
I fraseggi a due chitarre che ne arricchiscono la stratificazione sonora sono, al solito, straordinari e dannatamente accattivanti, e il riffing generale è tanto classico quanto ricco, curato e incisivo, e marchia a fuoco un brano breve, catchy ma al contempo sfaccettato e finemente cesellato in ogni singolo dettaglio, senza che venga mai meno l'innata “veracità” che da sempre contraddistingue l'operato dei nostri.
Niente sovraincisioni infinite, layers sonori artificiosi o gonfiatura di suoni e prestazioni dei singoli:
si ha davvero l'impressione di ascoltare quattro musicisti impegnati semplicemente a suonare tutti insieme contemporaneamente in modo divino.
A dare una sferzata di intensità e puro e travolgente impatto heavy al disco ci pensa la cavalcata in odore di nwobhm BEING AND NOTHINGNESS, brano catchy e accattivante interpretato con foga genuina ed evidente coinvolgimento emotivo da una band straordinariamente in palla e da un Mike al solito insostituibile mattatore dietro al microfono.
La costruzione melodica è da applausi a scena aperta, come sempre intarsiata di richiami alla band del compianto Phil Lynott ma con un upgrade di metallica epicità assolutamente delizioso e irresistibile, con l'unica pecca che va ritrovata nella durata davvero esigua di un brano che si sarebbe voluto (almeno per chi scrive) maggiormente sviluppato .
A togliere subito l'amaro dalla bocca ci pensa immediatamente la bellissima title track NEW ORGANON, altra cavalcata travolgente, benché impostata su toni decisamente più cupi rispetto al brano precedente, che colpisce a fondo l'immaginario dell'ascoltatore grazie a un costrutto melodico e atmosferico di primissimo ordine e a linee vocali e scelte in fase di arrangiamento semplicemente strepitose.
L'epicità che trasuda da questi solchi è penetrante e incisiva come non mai, ripulita da ogni inutile sovrastruttura ma al contempo ricchissima di genuina ispirazione e figlia di una visione musicale chiara e definita, spinta al massimo da un refrain riuscitissimo e quasi debordante nella sezione centrale del brano, dove i tempi rallentano rientrando nell'alveo del heavy-doom tanto caro alla band alternandosi a stacchi in odore della nwobhm più oscura e trascinante, splendide pennellate che completano un quadro sonoro di rara bellezza.
I tempi rallentano piuttosto drasticamente nella successiva SWORD OF MACHIAVELLI, brano dall'andamento nuovamente doomeggiante ma dal flavour piuttosto particolare (benché non certo inusuale, per la band) che la fa assomigliare in qualche modo a una ballata irlandese rivista in chiave elettrica, grazie al suo tappeto ritmico spesso percussivo, agli intrecci chitarristici dal chiaro retaggio folk, al riffing cadenzato e circolare e a un'interpretazione vocale che, nonostante lo spessore dato al brano dalla distorsione, sa tanto di racconto epico narrato attorno a un fuoco scoppiettante.
Ammaliante.
Si torna a spingere sull'acceleratore della nwobhm più incalzante con la successiva UNCANNY, brano in cui Thin Lizzy e primi Iron Maiden sembrano sfidarsi a duello con risultati semplicemente incendiari (ancora una volta è impossibile non annotare come la gestione del comparto melodico da parte della band sia da applausi a scena aperta,grazie alla visibilità data in questa occasione a fraseggi dal lirismo semplicemente strepitoso).
Un'altra cosa da annotare senza dubbio è il passaggio di consegne dietro il microfono, con le parti vocali cedute, solo per questo brano, dal buon Mike al bassista Adrian Maestas, autore di una prova convincente, benché priva della grezza quanto profonda verve di Scalzi.
Il brano prende infatti un tono più solare e rockeggiante del solito, grazie a questa scelta, benché il comparto musicale non manchi di ritagliare, all'interno di arrangiamenti come sempre ottimi e di gran gusto, spazi intrisi di cupa epicità, prima di lasciare spazio a un finale a dir poco travolgente che richiama in qualche modo alla mente l'indiavolata sabre dance, solo in salsa hard.
Assolutamente irresistibile.
Irresistibilmente dolce si rivela invece la successiva COMING OF AGE IN THE MILKY WAY, col suo andamento ballabile e le sue deliziose e romantiche melodie in odore quasi di anni 50 o 60, per nulla scalfite o rese meno avvolgenti dalle calde distorsioni delle chitarre, per un brano tanto atipico quanto geniale, reso assolutamente perfetto dall'immancabile retaggio folk dei nostri, oltre che dalla loro capacità di risultare credibili e perfettamente centrati anche negli episodi più particolari e osati della loro produzione.
Si torna su territori più classicamente TLWSF col brano successivo, intitolato EXEGIS-TRAGIC HOOLIGAN, brano che recupera in pieno le derive irish tipiche del combo statunitense, così come l'andamento heavy-rock dalle reminiscenze epic, benché qui quasi prive delle venature più pesanti che solitamente ne caratterizzano l'operato.
Il flavour del pezzo, soprattutto all'altezza del bridge e del meraviglioso refrain, è splendidamente romantico e malinconico (ricollegandosi qui in parte alle atmosfere del brano precedente), e l'abilità del gruppo nel gestire lo sviluppo melodico dei propri brani raggiunge qui vette quasi commoventi, tale è l'intensità sprigionata dai musicisti e dalle sempre bellissime linee vocali intonate da Mike.
Un brano che strappa l'anima, e che ci fa arrivare quasi col groppo in gola alla conclusiva cavalcata heavy-rock intitolata THE CYNIC, con la band che si avvicina come mai prima di questo brano (limitatamente a questo album) al sound Thin Lizzy (anche grazie a una produzione leggermente più leggera rispetto al resto dell'album, trattandosi di uno dei due brani, insieme a Sword Of Machiavelli, ad essere stato registrato in uno studio diverso rispetto agli altri presenti sul platter, con una differenza di suono qui se possibile ancora più marcata), nuovamente intriso di sapori quasi 60's che la band è ancora una volta maestra nell'inserire nel suo costrutto sonoro senza fargli perdere un'oncia di credibilità o intensità per un pezzo che, come gli altri posti sul finale di questo album, si rivela intriso di fraseggi e atmosfere agrodolci e malinconiche davvero entusiasmanti ed emozionanti, posate su solidissimi e, come sempre, deliziosi intrecci melodici e condita da porzioni soliste di rara bellezza, il tutto ammantato da un onnipresente afflato epico che dona all'intera composizione un impatto sensoriale quasi totalizzante.
Miglior finale, per un album di tale portata, non si poteva chiedere;
davvero.
Come avrete capito senza dubbio, si tratta di un album assolutamente imperdibile non solo per i fan della band, ma per chiunque ami un certo tipo di sonorità ma richieda dalla gruppo in questione inventiva e personalità uniche: e qui, vi assicuro, ne troverete in abbondanza di entrambe.
Unica pecca che priva l'album del massimo dei voti è una vaga sensazione di “incompiutezza” del concept data sia dall'uso di studi di registrazioni diversi, che fanno perdere un po' di omogeneità al tutto, e ad un paio di brani che avrebbero forse meritato di essere sviluppati in modo più esteso, ma si tratta di pecche di pochissimo conto se confrontate alla portata artistica di un platter prodotto da una band come non se ne trovano di eguali al mondo.
I The Lord Weird Slough Feg sono unici, e la loro musica è pura e cristallina come la loro classe.
Album imprescindibile.
Non perdetevelo per nessun motivo.

P.S.
Il voto va letto solo in relazione alla loro discografia, altrimenti sarebbe un 100 e lode, ovviamente.

 

 

VOTO: 90/100