17 Settembre 2019

TOOL, REVIEW, INSANE VOICES LABYRINTH OFFICIAL

Recensione a cura di Edoardo Goi

 

TOOL FEAR INOCULUM

 

 

Inutile girarci tanto intorno:
piaccia o non piaccia, il disco che stringiamo fra le mani è il disco più atteso (e che più si è fatto attendere) degli ultimi tempi, uno dei più attesi dell'intera storia del mercato musicale e senza dubbio il caso discografico più discusso di quella che potremmo definire “l'era moderna” del medesimo.
Un album atteso spasmodicamente tanto dai fan più affezionati al percorso musicale di questa band che da sempre fa “genere a se” quanto dagli appassionati musicali storicamente ostili alla visione artistica radicalmente elitaria del gruppo di Los Angeles (per quanto questa visione li abbia portati a diventare una delle band dal successo commerciale più clamoroso della storia del rock), con gli uni desiderosi di celebrare un auspicato nuovo capolavoro in grado di giustificare un attesa lunga tredici anni e gli altri altrettanto desiderosi di vedere una volta di più confermate le proprie posizioni che vogliono la band come l'incarnazione stessa della boria e della supponenza in campo musicale.
Tredici anni;
tale è il lasso di tempo che i TOOL hanno ritenuto opportuno di lasciar intercorrere fra questo nuovo album, intitolato FEAR INOCULUM, e il suo predecessore, quel 10.000 Days che li aveva consacrati come una delle band più di successo della storia della discografia musicale, dopo l'interesse suscitato dal debutto sulla lunga distanza Undetow del 1993, l'exploit capace di catapultarli nel gotha delle formazioni alternative concretizzatosi con Aenima nel 1996 e il clamoroso balzo in avanti dal punto di vista sia della ricerca sonora che dei riscontri commerciali verificatosi con la realizzazione di Lateralus nell'ormai lontano 2001.
Un'attesa lunga, esasperante, che ha spinto molti dei fan di lunga data della band statunitense su posizioni di aperta disillusione nei confronti di quanto la band stava producendo in studio, quando non di preventiva delusione, ancor prima che una singola nota del nuovo lavoro venisse divulgata al pubblico.
Si parlava da più parti di band finita, di un gruppo che ormai aveva esaurito il proprio percorso artistico, di una formazione ormai attiva solo sulla carta, di split imminente, e vi era chi ventilava addirittura l'ipotesi che i rumors relativi ai progressi della band in studio non fossero che mera invenzione;
il più grande bluff della scena musicale, e a nulla servivano gli attestati di stima e malcelata esaltazione da parte di quei musicisti ed addetti ai lavori che avevano avuto modo di ascoltare quanto la band stava realizzando in gran segreto, e con una lentezza effettivamente biblica.
I continui rinvii, le dichiarazioni puntualmente disattese, nonché gli impegni dei vari membri coi più disparati progetti paralleli avevano quasi fatto perdere ogni speranza anche ai fan più ottimisti di poter stringere mai fra le mani un nuovo album targato Tool, tant'è che, all'annuncio della data ufficiale di pubblicazione del nuovo album, seguita all'inclusione in anteprima nelle set list dei live di due brani in esso contenuti (Invincible e Descending, brani presentati anche in Italia in occasione del Firenze Rocks di quest'anno) e corroborata dalla pubblicazione del singolo Fear Inoculum, non erano in pochi i fan rimasti scettici e dubbiosi in attesa dell'ennesima smentita e relativa posticipazione.
Invece era tutto vero, e il 30 agosto 2019 in nuovo album dei Tool è arrivato effettivamente sugli scaffali dei negozi e sulle principali piattaforme di musica digitale, ponendo fine a un'attesa che stava raggiungendo ormai toni che andavano dal drammatico all'incredulità più totale e dando modo tanto a quanti avevano accolto positivamente i brani presentati in anteprima quanto a quelli che non li avevano apprezzati la possibilità di collocarli all'interno dell'opera completa.
Un'opera mastodontica che, nella sua versione estesa (quella di cui ci occuperemo in questa sede), sfiora i novanta minuti di durata e che vede la band, come sempre formata da Maynard James Keenan alla voce, Adam Jones alla chitarra, Danny Carey alla batteria e percussioni e Justin Chancellor al basso (unico membro non originale, subentrato al bassista originario Paul D'Amour nel 1995), estremizzare, dal punto di vista della ricerca sonora, la propria proposta in un modo mai osato prima, com'è facilmente intuibile già dando una veloce occhiata alla durata dei singoli brani che la compongono, mai inferiore ai dieci minuti, tranne che per i vari interludi.
Registrato presso gli Henson Recording Studios, gli United Recording Studios e i The Loft Studios, e pubblicato dalle etichette Tool Dissectional e Volcano, l'album si apre con la title track e singolo FEAR INOCULUM, e già il fatto che un brano come questo sia stato scelto come singolo apripista dell'album fa capire quanto atipico sia (soprattutto in questa occasione) l'approccio dei Tool nei confronti delle tradizionali regole di mercato che vorrebbero, come anteprima di un album, un pezzo il più possibile immediato e impattante, rispettoso della tradizione musicale della band e in grado di generare quanto più hype possibile fin dal primo ascolto.
Ci troviamo infatti al cospetto di un brano che, nei suoi dieci minuti di durata, sviluppa un percorso musicale costruito attorno a insistiti mantra ritmici, straordinariamente costruiti da un Danny Carey al solito mostruosamente creativo sia al drum kit, che alle percussioni, che ai campionamenti, e da un Justin Chancellor come da tradizione estremamente presente con le sue linee di basso pulsanti e circolari, su cui si adagiano le chitarre, a tratti ombrose, a tratti più spigolose e pesanti, di un ispiratissimo Adam Jones, nonché molto calibrati interventi di tastiere ed elettronica, a creare un substrato dai contorni psichedelici su cui Maynard ha buon gioco nel tessere le sue caratteristiche linee vocali, in questo frangente ancora più dilatate e introspettive del solito.
Si tratta di un brano dall'impatto estremamente controllato, interamente giostrato su ariosi saliscendi dinamici, in cui le esplosioni elettriche sono estremamente centellinate in favore di un mood avvolgente e dai toni mistici e intimi, in cui la band sembra voler portare all'estremo la sua componente più introspettiva pur senza rinunciare a qualche elemento di maggiore ruvidità, che ha fatto discutere moltissimo fin dalla sua presentazione come singolo, fra accuse di immobilismo sonoro e lodi sperticate, ma che palesa fin da subito l'intenzione del gruppo di realizzare un lavoro che, pur senza voler stravolgere il sound che lo ha reso celebre, risponda solo ed esclusivamente alle esigenze artistiche dei suoi componenti tanto in termini di evoluzione quanto in quelli di personalità.
Per chi scrive, siamo al cospetto di una delle realtà artistiche più pure, incorruttibili e ispirate degli ultimi decenni, e questa opener ne è l'ennesima, magnifica, prova.
Nota doverosa per i suoni, molto ricchi ma al contempo anche molto naturali, valore aggiunto di un album che sembra concepito in ogni suo aspetto per raggiungere l'essenza più pura della visione artistica e musicale dei nostri.
Un intro che ci ricorda un po' quello della celeberrima Schism ci spalanca le porte del secondo brano, intitolato PNEUMA, pezzo che si presenta fin da subito più in linea con quanto proposto in passato dalla band in termini di groove e impatto ma che, al contempo, conferma l'impressione generata dal pezzo che l'ha preceduta di trovarsi al cospetto di un album nel quale la band, come mai prima d'ora, intende prendersi tutto il tempo necessario a sviluppare l'ambientazione sonora di volta in volta ricercata, intenzione che si concretizza anche in questo caso con la lenta, progressiva costruzione di splendidi crescendo sfocianti, in questo caso, in liberatorie esplosioni elettriche dai toni lisergicamente epici, salvo tornare ad atmosfere più intime e raccolte nella splendida porzione centrale, a sua volta costruita su un crescendo dinamico straordinario culminante in un bellissimo riff metallico di Adam Jones, prima che i toni rock dai contorni psichedelici di inizio brano riprendano il sopravvento, guidandolo fino alla sua conclusione.
Segue LITANIE CONTRE LA PEUR, breve inframezzo di synth, cupissimo e introspettivo, semplicemente perfetto nello spianare a strada alla successiva, già nota a chi ha avuto modo di assistere alle recenti esibizioni live della band, INVINCIBLE, brano che, a dispetto del suo inizio nuovamente tratteggiato da un arpeggio di chitarra pulita in tipico stile Tool, si concretizza come ancor più di impatto rispetto ai brani che l'hanno preceduto, nonostante venga ulteriormente confermata la tendenza generale dell'album che vuole la band costantemente intenta a costruire i brani attorno a crescendo emotivi finemente strutturati e assai poco propensa ad appesantire le varie porzioni solo per suonare più potente o rocciosa.
Si fa sempre più chiara l'impressione di un mutato approccio da parte di Keenan alla costruzione delle linee vocali e relativa interpretazione, con uno stile che appare influenzato dalle sue recenti esperienze con Puscifer e A Perfect Circle e che si concretizza in parti vocali che, pur in linea con quanto fatto in passato in seno ai Tool, risulta decisamente meno freddo e scandito, più votato a un'emotività maggiormente immediata e a un livello di intimità, tanto espositiva quanto introspettiva, decisamente mai prima d'ora così spiccato.
Questa possibilità di relazionarsi in modo meno ostico con le linee vocali dei brani, unitamente al modo estremamente progressivo di costruire i brani più volte menzionato in precedenza, dona all'intero album un'aura di immediatezza e di empatia fra arte e fruitore che gli permette di risultare scorrevole ed estremamente godibile anche nei suoi momenti più criptici e complessi, proprio come accade in questo brano, contraddistinto da una prima metà più circolare e controllata e una seconda parte più robusta e pesante, per un risultato finale a dir poco entusiasmante.
E' poi il turno di LEGION INOCULANT, altro intermezzo di sample e synth dai toni siderali e freddi, perfettamente inserito nella continuità atmosferica del disco, e pertinente preludio alla successiva, anch'essa già presentata in sede live, DESCENDING, brano tra i più complessi e strutturalmente impegnativi del lotto che già dal vivo palesava le sue caratteristiche mantriche e il suo essere costruito su un crescendo dinamico estremamente lento e dilatato, un po' come accadeva con la vecchia accoppiata Wings Fo Marie (Pt.1) e 10.000 Days (Wings Pt.2) nel precedente album (e, più in generale, canovaccio strutturale non nuovo all'interno del songbook dei Tool), per un brano dai connotati atmosferici a tratti psichedelici reso più concreto e incisivo dal consueto, straordinario, lavoro di una sezione ritmica pulsante ed efficace come ben poche altre sezioni ritmiche sulla scena sanno essere e da un Adam Jones che (e ci riferiamo all'intero album, e non solamente al brano in esame) appare mai come prima d'ora versatile ed espressivo, tanto nelle parti eseguite quanto nella certosina scelta dei suoni, tanto essenziale quanto oculata, per un brano che ci sbatte una volta di più in faccia il livello assolutamente unico, in termini di pura arte, raggiunto dalla band in questo nuovo lavoro.
Si potrebbero perdere ore ad analizzare gli innumerevoli passaggi e soluzioni messe in campo dalla band in questo come negli altri brani, ma l'impressione che da essi deriva è quello di trovarsi al cospetto di un distillato artistico che trascende la mera matematica musicale per arrivare a lambire una dimensione sensoriale del tutto nuova mediante il tratteggio di una visione tanto tangibile quanto inafferrabile e invisibile, ma non per questo meno concreta o presente, che è propria dei grandi gèni musicali di ogni epoca o estrazione.
Il brano in esame, grazie alla ricchezza strutturale e timbrica che lo contraddistinguono, è assolutamente esplicativo di quanto poc'anzi affermato;
il modo in cui la band passa attraverso questo dedalo di soluzioni e situazioni sonore, fra arpeggi liquidi, ritmiche incisive, esplosioni elettriche, parti più spigolose e raccolte e saliscendi emotivi straordinari, è in grado di darci in modo chiaro e definitivo la cifra artistica di un album e di una band che hanno ben pochi termini di paragone nella scena musicale attuale.
Si prosegue poi con l'altrettanto ispirata CULLING VOICES, brano dall'incedere più lineare e rilassato rispetto ai brani che l'hanno preceduto, con una strofa iniziale interamente adagiata su un tappeto di chitarre pulite, chiamate ad esserne l'unico accompagnamento, per un tono quasi da alternative-ballad, prima che un avvolgente parte di basso faccia da preludio al comunque molto calibrato e controllato ingresso della sezione ritmica, preludio a un'entusiasmante esplosione elettrica dai toni rock quasi insolitamente ariosi scandita dall'ennesimo riff perfetto inanellato da Jones nel corso dell'intero platter;
atmosfera ariosa e relativamente leggera che accompagnerà tutto il resto del brano, che si staglia come uno dei più immediati e facilmente approcciabili dell'intero lavoro, pur senza rinunciare minimamente alla ricchezza strutturale e dinamica che fa da comun denominatore a tutti i pezzi dello stesso.
Si passa quindi alla strana CHOCOLATE CHIP TRIP, brano costruito su fraseggi elettronici lo-fi che ricordano quasi le colonne sonore dei videogiochi anni 80 che qui non fungono altro che da accompagnamento per un indiavolato assolo di batteria di un Carey come al solito autentico fuoriclasse dello strumento.
Un inframezzo che appare quasi estemporaneo, all'interno del flusso emotivo dell'album, ma che al contempo ne rimarca una volta di più il carattere assolutamente libero e privo di compromessi.
Se Culling Voices si era rivelato come il brano più leggero ed immediato dell'intero lotto, la successiva 7EMPEST si rivela fin da subito come quello che, senza rinunciare a una relativa immediatezza di fondo, spinge maggiormente su potenza e impatto, grazie agli affilati riff messi in campo da un Adam Jones elettrico come non mai e a una prestazione estremamente muscolare, per quanto variegata ed articolata, di Carey e Chancellor, splendida rampa di lancio per un Maynard più acido e insinuante che mai.
La composizione scorre fluida e incisiva, con la band che mette (seppur solo parzialmente) da parte i connotati psichedelici che hanno caratterizzato fino a questo momento l'album per donarci un brano straordinariamente vibrante e incisivo che non arretra di un millimetro nel suo incedere nemmeno nella più dilatata e avvolgente porzione centrale e che presenta fin da subito i connotati di un brano che saprà farsi valere senza problemi nella prova del palco.
Fra tutti i pezzi proposti in questo Fear Inoculum, questo è quello che più di ogni altro richiama alla mente i “vecchi” Tool e, sebbene si tratti del brano più lungo dell'intero lotto (si sfiorano i sedici minuti), è probabilmente uno di quelli che, almeno inizialmente, riusciranno a soddisfare fin da subito le aspettative dei vecchi fan della band, fra ritmiche spezzate, riff angolari, liberatrici esplosioni distorte, atmosfere siderali e al contempo intime e linee vocali azzeccatissime.
Highlight assoluto fin da subito.
L'album si conclude sulle note dell'outro MOCKINGBEAT, costruita su inquietanti sample, tribaleggianti parti di tabla e disturbanti synth e beat elettronici.
Un finale senza dubbio degno di album dai connotati di unicità così spiccati, degno nuovo capitolo di una discografia strepitosa e, a conti fatti, della stessa, summa definitiva ed evoluzione naturale.
Non v'è un singolo elemento in questo album che non sia direttamente legato alla produzione passata della band ma, al contempo, ogni singolo elemento è rivisto alla luce di una spinta evolutiva che non si concretizza con lo stravolgimento radicale della proposta, ma che parte da quanto costruito fino ad ora per espandere ogni singola caratteristica di questa proposta in modo mai prima d'ora così estremo ed osato.
Esprimere davvero a parole la quantità di emozioni e sensazioni che una simile opera d'arte è in grado di generare nell'ascoltatore che avrà la pazienza di intraprendere un simile percorso sensoriale è pressoché impossibile, quindi direi che non mi resta altro da fare che consigliare ai coraggiosi che decideranno di cimentarvisi di fare proprio questo lavoro al più presto, lasciare gli ormeggi e godersi un viaggio senza eguali all'interno della visione musicale di una band unica al mondo.
Un album che, per i motivi espressi nell'introduzione della presente disamina, era già storia ancora prima di essere pubblicato e che ora, alla luce della sua portata, si iscrive senza dubbio alcuno (per chi scrive) a lettere cubitali e per puri meriti artistici nella storia con la “S” maiuscola della musica contemporanea tutta.
Imperdibile a dir poco.


VOTO: 100/100