26 GIUGNO 2020

Recensione a cura di Edoardo Goi

 

Ci sono band nate per spaccare.

 

 

Il culo.

 

In mille pezzi.

 

Senza pietà.

 

Nel novero di queste band vanno iscritti senza dubbio alcuno i polacchi VADER, araldi fin dal primo album (il meraviglioso “The Ultimate Incantation” del 1992) del death/thrash più furente e forti di una discografia costellata da tantissimi alti (“Black To The Blind” del 1997 e “Litany” del 2000, tanto per citare due fra i i loro lavori più celebrati) e pochissimi passaggi un po' sottotono (il periodo che va da “The Beast” del 2004 a “Necropolis” del 2009, caratterizzato da produzioni un po' ondivaghe, benché comunque non prive di ottimi momenti).

 

Giunti al traguardo del dodicesimo album di inediti, i Vader erano chiamati a confermare il trend che, fin dalla pubblicazione del monumentale “Welcome To the Morbid Reich” nel 2011, li ha visti inanellare una serie di album clamorosi, ispiratissimi e devastanti come pochi altri sul mercato.

 

Ecco quindi la band (da sempre guidata dall'inossidabile Piotr Pawel “Peter” Wiwczarek) ripresentarsi al pubblico a quattro anni di distanza dal cupo e brutale “The Empire” del 2016 con un nuovo lavoro, intitolato SOLITUDE IN MADNESS che, fin dalla splendida copertina (realizzata dal celebre Wes Benscoter, già visto all'opera con Nile, Autopsy, Cattle Decapitation, Hypocrisy e molti altri), lascia presagire un ritorno dei nostri a sonorità più carnose e sanguinolente rispetto a quelle più fredde e impenetrabili del succitato predecessore, ben disponendo l'ascoltatore con la promessa di succulente devastazioni.

 

Nulla però potrebbe prepararlo davvero a ciò che lo travolgerà una volta premuto il tasto “play” del suo lettore.

 

Cioè che la band polacca (composta, oltre che dal già citato Peter alla voce e chitarra, dai fidi Spider alla chitarra, Hal al basso e James Steward alla batteria) ha messo sul piatto questa volta è un'opera capace, in poco meno di mezz'ora, di brutalizzare chi vi si dovesse immergere con una violenza che va oltre la mera intensità di scrittura ed esecuzione dei brani, stordendolo ed entusiasmandolo grazie a un feeling di pura esaltazione nello spingere e poi spingere ancora e a una tensione autocompiacente assolutamente palpabile quanto irresistibile, capace di donare ai brani (già di per sè ottimi) la più classica delle marce in più passibile di renderli davvero memorabili.

 

La sensazione che si percepisce fin dalla devastante opener SHOCK AND AWE, infatti, è quella di trovarsi per le mani un nuovo classico istantaneo non solo della discografia della band, ma del genere tutto, grazie alla perfetta combinazione degli elementi succitati unitamente a un'indole brutalmente catchy donata dalla ormai unanimamente riconosciuta capacità dei Vader di concatenare riff memorabili in brani dalla scrittura perfetta, arte un po' persa nell'attuale scena estrema.

 

La tanto bistrattata (da una certa branca della scena) “forma canzone classica” fa qui, infatti, la differenza, permettendo agli ottimi riff di matrice death/thrash messi sul piatto dalla band di essere valorizzati al massimo e di colpire durissimo e a fondo l'ascoltatore, prendendolo alla gola senza pietà per l'intera durata dell'album.

 

Per quanto riguarda questa opening track, veniamo accolti da un riff tipicamente Vader (un misto dei migliori Slayer e del brutal sound alla “primi Suffocation”, tanto per capirci), capace di spalancarci all'istante le porte di questo album infernale e, qui in particolare, di un'opener giostrata su ritmi devastanti e su un'alternanza di parti più thrashy e altre più annichilenti gustosissima.

 

Il drumming di James è micidiale, violentissimo e chirurgico, e il lavoro delle chitarre e del basso è di altissima scuola, impreziosito qua e là da sparuti inserti più melodici capaci di dare al pezzo una presa atmosferica ancora più sinistra e profonda.

 

A completare il quadro di assoluta perfezione, si aggiunga l'inconfondibile voce rasposa di Piotr, perfetta per narrare gli scenari grondanti sangue e distruzione di cui si bea la proposta dei Vader, nonché una produzione semplicemente splendida, brutale e feroce ma anche nitida e incisiva, realizzata Scott Atkins presso i Grindhouse Studios in Inghilterra.

 

Un inizio davvero col botto, subito bissato dalla già nota (per essere stata scelta come singolo apripista del disco) INTO OBLIVION, altra scheggia impazzita della durata di poco superiore ai due minuti in cui la band gode palesemente nello spingere ancora più a fondo il pedale dell'acceleratore, fra brutali esplosioni death ed efficacissimi rallentamenti dove la musica prende toni più cupi e inquietanti, il tutto valorizzato e reso memorabile da un refrain riuscitissimo, catchy ed esaltante, per un brano che promette di non fare prigionieri, in sede live.

 

Classico istantaneo.

 

I ritmi si fanno più thrashy nella successiva DESPAIR, brano assolutamente delizioso nel suo retrogusto e metà fra Slayer e Possessed, in cui la band dimostra tutta la sua capacità di risultare ferocissima e impattante anche su brani più classici, dove non mette in campo tutta la brutalità di cui è capace, grazie ad una scrittura sempre efficacissima e a una qualità dei singoli riff assolutamente di primissimo ordine.

 

Un brano che si consuma in poco più di un minuto, intenso e accattivante quanto essenziale e conciso.

 

Le cose sembrano assumere un tono meno parossistico e più groovy nella successiva INCINERATION OF THE GODS, ma è un fuoco di paglia.

 

A fronte di un incipit asfissiante e decisamente pesante, e di una struttura più dinamica e variegata rispetto ai brani che l'hanno preceduta, anche in questa composizione non si molla un cazzo.

 

La band spinge, spinge e spinge ancora, portando il suo death/thrash al limite della violenza fisica, e le varie aperture in cui i tempi si abbassano e prevalgono la pesantezza e l'atmosfera lugubre e insinuante tipiche della band polacca, unitamente a un refrain un'altra volta azzeccatissimo e caratterizzante, non fanno che aumentare a dismisura l'impatto sensoriale e la forza penetrativa di un altro brano semplicemente perfetto.

 

Ad abbassare i tempi dell'assalto sonoro costante che contraddistingue questo lavoro ci pensa l'intensa SANTIFICATION DENIED, composizione giocata interamente su tempi medi in cui la fa da padrone l'atmosfera, asfissiante e sinistra, ottimo banco di prova per una band desiderosa di dimostrare di saper suonare convincente, compatta e mordace anche senza dover ricorrere forzatamente alla velocità di esecuzione.

 

La contesa, manco a dirlo, è vinta su tutti i fronti, grazie a un brano ottimamente strutturato e caratterizzato da un lavoro semplicemente grandioso delle due chitarre, fra riff quadrati, vigorosi e curatissimi e aperture melodiche estremamente convincenti sia quando si tratta di lanciarsi in dilanianti quanto accattivanti incisi solistici che quando si tratta di tratteggiare in modo più marcato le opprimenti atmosfere che caratterizzano il pezzo con inquietanti e dissonanti melodie.

 

Ennesimo centro pieno, subito bissato dall'incedere arrembante della successiva AND SATAN WEPT, tanto accattivante quanto impattante, ben presto brutalizzato da un'accelerazione death/thrash da antologia da parte una band evidentemente desiderosa di lasciarsi andare senza freni (ma, allo stesso tempo, senza mai perdere il controllo).

 

Una mazzata devastante, che una struttura sapientemente realizzata rende al contempo estremamente dinamica e appagante, fra sfuriate assassine, incisivi stop and go e oculati rallentamenti, con schizzati frangenti solisti ottimi nel sottolineare la natura selvaggia e destabilizzante di un brano che si piazza fin da subito fra gli highlights assoluti dell'intera opera.

 

La successiva EMPTINESS, invece, si inserisce di prepotenza nel filone dei tipici up-tempo alla Vader, un archetipo che già in passato ha fruttato alla band più di un classico e che, anche in questo caso, ci dona un pezzo assolutamente irresistibile.

 

Quadrato, marziale e riffatissimo, il brano stravince su tutti i fronti grazie alla sua capacità di risultare estremamente catchy e al contempo di rifuggire la banalità, grazie a una scrittura, come sempre, di prim'ordine e a una gestione dinamica semplicemente perfetta.

 

Un brano per scapocciare senza pietà.

 

Si torna a pigiare sull'acceleratore con la violentissima FINAL DECLARATION, composizione Slayeriana fino al midollo nelle sue parti più tirate (assoli schizoidi compresi) e totalmente “Vader” nella sua capacità di abbinare thrash estremo e scellerati appesantimenti death in un connubio gustosissimo e inconfondibile.

 

Brano dall'attitudine violenta e sfacciata, ben presto bissato dall'ancor più sfacciata DANCING IN THE SLAUGHTERHOUSE, cover della thrash metal band polacca Acid Drinkers, qui spogliata dalle schegge hard-core che caratterizzano l'originale in favore di un approccio più vicino al classico “Vader-style”, senza però rinunciare alla medesima attitudine sfrontata e stradaiola.

 

Il risultato è un pezzo che suona Vader al 100% , violento, brutale e cupo, totalmente coerente con il mood dell'album, tant'è che, senza essere a conoscenza del fatto che si tratti di una cover, non si faticherebbe a pensarlo un loro brano originale.

 

Guascone e autocompiacente, assolutamente irresistibile.

 

Nonostante il tiro devastante del album, l'attacco cinetico della successiva STIGMA OF DIVINITY è talmente brutale da lasciare senza fiato, fra blast beat annichilenti, riff al vetriolo e chitarre schizzatissime, per un'orgia di violenza che si consuma in meno di due minuti per poi lasciarci, ancora doloranti, alle grinfie ammalianti della conclusiva BONES.

 

Si tratta di un brano decisamente più ragionato e “rilassato”, adagiato su un andamento quasi thrash & roll nella sua prima parte (assoli “classici” compresi), salvo evolversi in un accattivante thrash/speed anthem piuttosto slabbrato (che la straziata voce di Piotr fa risuonare anche di alcuni rimandi ai mai abbastanza osannati Motorhead) e che chiude in modo piuttosto “leggero” e frizzante un album altrimenti consacrato al più completo annichilimento dell'ascoltatore, scopo che raggiunge con disarmante semplicità è insindacabile efficacia.

 

Un lavoro concepito con l'unico scopo di fare del male, pur senza rinunciare a dinamicità e inventiva, che farà andare in visibilio non solo i die-hard fan della band, ma anche tutti i metalheads in cerca di intensità e grandi canzoni.

 

Di questi tempi, in cui dobbiamo convivere con la tristezza per il ritiro dalle scene degli Slayer, album come questo sono manna dal cielo (o pioggia di zolfo infuocato, a scelta).

 

Non solo inossidabili, ma ancora carichi di inventiva e ispirazione.

 

Da avere e amare senza remore.

 

VOTO: 90/100