15 OTTOBRE 2018

A rimpolpare ulteriormente un 2018 già piuttosto succulento in quanto a uscite discografiche di spessore arriva sul mercato questo attesissimo comeback della controversa formazione polacca guidata fin dal lontano 1991 dal leader maximo Adam “Nergal” Darski (anche in questa occasione coadiuvato dai fidatissimi Inferno alla batteria, Orion al basso e Seth alla seconda chitarra) e arrivata con questo I LOVED YOU AT YOUR DARKEST all'undicesimo full-lenght della propria carriera, capitolo che giunge a distanza di quattro anni dal precedente album “The Satanist”, lavoro che riscosse si un successo clamoroso, ma che non mancò di dividere piuttosto nettamente la fan-base del gruppo fra chi professava l'assoluta qualità intrinseca di un lavoro coraggioso e chi invece si dichiarava deluso dalla svolta meno estrema e strutturalmente più semplice che ne contraddistingueva il contenuto.

Le suddette diatribe non sembrano però aver intaccato minimamente le convinzioni del nocchiero Nergal, che conduce ancora una volta, senza tentennamenti di sorta, la sua nave in territori coraggiosamente osati e sperimentali, apportando alla sua visione artistica una ricchezza di contenuti e di sfumature stilistiche ancor più “estrema” rispetto al pur ardito e ambizioso recente passato, comprese alcune assonanze col suo discusso progetto solista a tinte dark-country denominato Me And That Man, progetto che ha esordito sul mercato con l'album Songs Of Love And Death nel corso del 2017 e che è stato destinatario di commenti molto contrastanti da parte di pubblico (soprattutto) e critica.

Non mancano nemmeno rimandi piuttosto corposi alle sferzate black-death dall'elevato tasso tecnico che avevano caratterizzato il combo polacco dal clamoroso Demigod del 2004 fino al riuscitissimo Evangelion del 2009 e addirittura qualche sentore spiccatamente, tradizionalmente, black metal in grado di ricordare le prime produzioni della band, quando la musica del gruppo era votata ad un sound tipicamente anni 90 di chiara ispirazione scandinava.

Sono proprio questi ultimi sentori a sorprendere positivamente quando, dopo una breve intro intitolata SOLVE caratterizzata da inquietanti cori di bambini sui quali si innesta, nella parte conclusiva, un arrangiamento epicamente black- death in puro stile Behemoth, veniamo travolti dall'opener WOLVES OV SIBERIA (già resa pubblica in preview e della quale, come successo anche per le altre traccie date in pasto al pubblico prima della release ufficiale dell'album, è anche stato realizzato un video), una deflagrazione dai toni profondamente black metal dai connotati decisamente old school (nelle ritmiche così come nel riffing, tagliente e gelido come da tempo non si sentiva nella musica del combo polacco) che la band gestisce in modo impeccabile, forte dell'esperienza accumulata nel corso di una carriera ormai quasi trentennale.

Il brano scorre infatti compatto e potente, magistralmente arrangiato in modo da far coesistere in modo organico e funzionale i momenti in cui lo stile affinato dai nostri negli ultimi lavori (comunque immancabilmente presente all'interno del costrutto del pezzo così come in quello dell'opera intera) si fa sentire in modo preponderante con il suddetto stile maggiormente ancorato ad un modo di intendere il black metal tipico delle band cardine della cosiddetta “seconda ondata”, che invece permea lo scorrere del brano lungo tutta il suo svolgimento, ad eccezione del bellissimo break centrale dove è invece l'epicità oscura tipica dei Behemoth più recenti a prendersi interamente la scena.

Un pezzo veloce e diretto, ma non di meno cesellato fin nei minimi dettagli in modo quasi maniacale, cura che gli permette di risultare al contempo feroce e brutale ma anche multidimensionale e ricco di atmosfera .

Nota di merito per la produzione e il mixing, curati rispettivamente da Daniel Bergstrand (produttore per la band fin dai tempi di Pandemonic Incantations del 1998, celebre per il suo operato al soldo di gruppi quali Meshuggah, Strapping Young Lad e Dark Funeral) e Matt Hyde (che già si è occupato di questo aspetto per la band nel precedente full lenght The Satanist e nel successivo ep Xiadz, famoso per il suo lavoro con acts del calibro di Slayer, Soulfly e Children Of Bodom), il cui apporto ha conferito al disco un suono pieno e bombastico, ma anche decisamente potente e aggressivo, in grado di garantire il perfetto bilanciamento tra pulizia e impatto necessari a far rendere al meglio un lavoro multisfaccettato e stratificato come questo.

A rinfocolare ulteriormente l'entusiasmo generato dal bruciante avvio di questo album giunge la variegata, dissacrante GOD=DOG, altro brano dato in pasto in preview al pubblico e reso celebre da un video tanto curato quanto discusso, in cui la band non fa nulla (tutt'altro) per nascondere il proprio disprezzo per la religione Cattolica e i suoi dogmi (argomento, questo, da sempre piuttosto centrale nel concept artistico dei nostri).

Il lisergico arpeggio iniziale, dai toni molto cupi e coadiuvato da un efficacissimo lavoro di basso, lascia presto campo ad un'accelerazione fulminante, guidata da un Inferno come al solito impareggiabile quando si tratta di spingere al limite il gradiente di ferocia e velocità nella musica dei Behemoth e qui chiamato a sorreggere un riff che ci catapulta in un istante ai tempi dell'acclamatissimo album Demigod, benchè traspaia una decisa ricerca in termini di immediatezza espositiva ed atmosferica che non può non ricordarci le più recenti evoluzioni stilistiche della band polacca, ricerca dell'immediatezza che appare veppiù evidente allorchè prima efficacissime porzioni rallentate dominate da sinistri arpeggi e poi innesti di evocative orchestrazioni e parti corali giungono ad arricchirne la pasta sonora, senza che peraltro il brano perda mai un'oncia della sua efferatezza di fondo, anche quando le voci dei bambini che avevano caratterizzato l'intro dell'album vengono chiamate prima a duettare con Nergal e quindi a marchiare a fuoco il finale del pezzo, basato sulla ripetizione del medesimo testo da esse recitato nella summenzionata introduzione, per un effetto tanto straniante quanto inquietante.

Tirando le somme, ci troviamo di fronte a un grande pezzo, maggiormente strutturato rispetto all'opener e decisamente più complesso nella sua stratificazione sonora, ma arrangiato ed eseguito in modo talmente efficace da risultare ugualmente godibile e impattante, quando finanche ancora più intenso in virtù della ricchezza emotiva del quale è impregnato.

Sono ancora sentori vicini alle ultime produzioni della band a palesarsi all'apertura della successiva ECCLESIA DIABOLICA CATHOLICA, caratterizzata com'è da un ritmo tanto trascinante quanto di facile approccio anche per l'ascoltatore meno avvezzo alle asperità ritmiche che sono archetipo della musica estrema, senza però che per questo il brano risulti moscio o deficitario in quanto a intensità, tutt'altro.

La band dimostra infatti anche in questa occasione la sua strepitosa capacita di maneggiare a piacimento gli ingredienti che concorrono a plasmare la materia oscura di cui sono fatte le proprie composizioni in modo da renderle costantemente focalizzate, impattanti e atmosfericamente pregne sia nei momenti più estremi che in quelli caratterizzati da una veemenza esecutiva minore.

Chi sembra non voler arretrare di un passo in quanto a veemenza esecutiva ed espressiva è Nergal, autore anche in questo brano di una prova maiuscola dietro al microfono, straordinario interprete di linee vocali di rara intensità e ferocia e mirabile cantore del mondo di perdizione e ricerca interiore evocato dalle sue liriche.

Splendidi gli stacchi dominati da arpeggi elettrici chiamati a spezzare il flusso del brano incrementandone al contempo il gradiente emotivo, così come splendidi risultano i cori chiamati a supportare Nergal nel riuscitissimo, epicissimo refrain e azzeccatissimo risulta lo stacco di chitarra pulita dai toni darkeggianti chiamato a introdurre la coda di un brano tanto immediato quanto accattivante, perfetto tassello nel flusso dinamico di un album che un uso meno intelligente della composizione, dell'arrangiamento e della gestione complessiva dei saliscendi emotivi disegnati dal dipanarsi della tracklist avrebbe potuto rendere estremamente pesante, costruito com'è su una ricchezza e una stratificazione sonora decisamente accentuate.

La successiva BARTZABEL è l'ultima delle tre tracce pubblicate dalla band come antipasto all'album completo, e delle tre risulta sicuramente quella dall'approccio più diretto, oscuro ed avvolgente, ammantata com'è di cupa sacralità e giocata com'è fra le marziali strofe scandite dalle ficcanti rullate di Inferno e le tetre invocazioni dal tono malinconico che contrassegnano l'insistito, riuscitissimo refrain.

Si tratta di un brano decisamente immediato e profondamente votato alla forma-canzone più classica, costruito attorno alla semplice struttuta strofa-ritornello strofa-ritornello caratteristica di un modo piuttosto basilare di concepire il susseguirsi delle porzioni principali di una composizione, ma che risulta comunque assolutamente vincente in virtù dello splendido lavoro fatto dalla band sulle atmosfere portanti dello stesso.

E' ad esse che infatti viene demandato il compito di sorreggerre interamente il peso del brano, ed è un compito che le suddette atmosfere riescono a svolgere dannatamente bene, data la capacità palesata dalla band di costruire ambientazioni sonore di grande presa emotiva sviluppandole attorno a melodie tanto immediate quanto ben concepite e realizzate.

Ecco così che, anche in un brano in cui l'intraprendenza ritmica tipica della band viene messo da parte, il risultato risulta comunque straordinariamente intenso e vibrante, permettendo inoltre ad Inferno di dimostrare la sua capacità di saper arrangiare in modo egregio le proprie parti di batteria anche su una composizione di questo tipo, dando al tutto il giusto tiro ed arricchendone i momenti di accumulo e rilascio della tensione con interventi di grande gusto.

Menzione particolare anche per il bellissimo assolo posto in chiusura di brano (oltre che per il bellissimo arpeggio dai toni estremamente cupi posto al suo principio) davvero toccante, riuscito ed ispirato, perfetto suggello per un pezzo che si rivela essere l'ennesimo gioiello di una tracklist finora impeccabile sotto ogni punto di vista.

Molto catchy anche l'inizio della successiva IF CRUCIFIXION WAS NOT ENOUGH..., caratterizzata da una ritmica trascinante dai toni vicini al black&roll, nonostante la strofa sia adagiata su arpeggi rotondi e ricchi di eco che ricordano piuttosto da vicino la dark wave più cupa, oltre che i momenti meno country-oriented del summenzionato progetto solista di Nergal “Me And That Man”.

Il brano si dipana in modo decisamente brioso e sfrontato, screziato da porzioni piuttosto schizzate di chitarra solista che porzioni dal sentore quasi doom riconducono subito nell'alveo emotivo caratterizzante del pezzo, che si rivela come uno degli episodi più brevi e di facile ascolto dell'intero album, senza che questo appaia mai minimamente come un difetto o un limite.

Con la successiva ANGELVS XIII si ritorna su territori decisamente più impegnativi, con una costruzione che, se da un lato non si rivela molto più lunga della precedente in quanto a minutaggio, si rivela di tenore del tutto diverso in quanto a composizione.

Innanzitutto, si ritorna fin da subito a picchiare durissimo e velocissimo, con un Inferno nuovamente sugli scudi per potenza e precisione, mentre le chitarre tornano a macinare riff in bilico fra il tipico black metal e il black-death per il quale i Behemoth sono famosi nel mondo, in un connubio che ha pochi eguali nella scena odierna e passata.

E poi la struttura torna a farsi complessa, allorchè l'assalto senza pietà viene spezzato da un arioso, splendido refrain e da interventi solisti nuovamente di pregio, preludio a una porzione in cui la struttura del brano viene lentamente sgretolata su di una pulsazione claudicante della batteria, lasciando che il brano giunga caraccolante alla sua conclusione, contraddistinta da porzioni dalla spiccata epicità, con un effetto piuttosto strano, ma non per questo meno affascinante o riuscito.

Un brano che, preso singolarmente, probabilmente non passerà alla storia fra quelli composti dalla band, ma che inserito in questo punto dell'album trova una sua perfetta collocazione e una sua imprescindibile utilità nel dare una prima, vigorosa sferzata allo sviluppo dinamico dello stesso.

A suggellare il ritorno dell'album a composizioni maggiormente pesanti e ambiziose arriva la splendida SABBATH MATER che, fin dall'inizio monolitico e pesante, mette subito le cose in chiaro riguardo alle sue intenzioni bellicose, bissando subito il tutto con una strofa nuovamente in odore di old school, benchè arricchita da uno splendido lavoro atmosferico dai toni spiccatamente malinconici delle chitarre, mentre ancora una volta efficacissimo risulta il ritornello, nuovamente affidato al binomio growl-cori puliti, prima che Inferno segni la fine di tanta magniloquenza con rullate dal peso specifico devastante, in un continuo gioco di stop&go di straordinaria potenza che, se in coda al primo refrain sono splendide nel riportare il brano dentro la strofa successiva, alla fine del secondo refrain sono addirittura grandiose nel guidarlo dapprima verso porzioni soliste trascinanti e di grande presa, e poi su una porzione spezzata dall'afflato quasi prog semplicemente deliziosa, prima che l'impeto fieramente epico che aveva aperto le danze del brano riprenda possesso dello stesso, reso ancora più imperioso da deliranti accelerazioni che un efficacissimo lavoro delle chitarre rende molto simili a una rappresentazione in musica della schizofrenia. Un brano semplicemente strepitoso, che si staglia come uno degli highlights assoluti di un disco che già di per se vanta una qualità media inarrivabile per la quasi totalità delle band attualmente sulla scena, per personalità così come per capacità espressive.

I toni si fanno spettacolarmente drammatici con la successiva HAVOHEJ PANTOCRATOR, dall'incip cupissimo disegnato da tetre, disperate chitarre pulite ben presto spazzate via dalla splendida, imperiosa strofa, chiamata a stagliarsi su un accompagnamento tanto cadenzato quanto magnificamente inarrestabile, non lontano da quello che caratterizza la celebre O Father O Satan O Sun!, brano di chiusura del precedente The Satanist (oltre che di tutti i concerti della band dalla pubblicazione del suddetto album) resa assolutamente strepitosa da uno splendido intervento di hammond (suonato dall'ospite Michal Lapai) che, col suo flavour anni 70, rende l'atmosfera del pezzo assolutamente unica, prima che il brano viri bruscamente rotta, incalzato dalle grida categoriche di Nergal e trascinato nuovamente su territori efferati da un Inferno al solito indiavolato, mentre le chitarre pulite disegnano traiettorie oblique e dissonanti sul tappeto di malignità intessuto da chitarre distorte furenti e da una band lanciata a tutta velocità verso la dannazione, che pare materializzarsi sul finale nuovamente folle del brano.

Un'altra gemma preziosa in un album che sembra non ammettere cali di sorta.

A sfinire ulteriormente i nostri sensi già duramente provati da un disco di così rara intensità e pienezza espressiva giunge l'acidissimo inizio dell'efferata quanto ammaliante ROM 5:8, giocata sulla'altrenanza fra ritmiche quadrate su cui chitarre pulite e dissonanti e voci ricche di eco vanno a incrociarsi a chitarre distorte intente a tessere riff estremamente corposi e voci in growl implacabili e accelerazioni dominate da un senso di insopportabile tensione che solo lo splendido ritornello, poggiato su una doppia cassa trascinante e inarrestabile, riesce a trasformare in pura forza liberatoria, prima che a una porzione rallentata e pesante sia demandato il compito di concludere questa ennesima dimostrazione di classe e di assoluta ispirazione della band.

Un brano che riesce a condensare in quattro minuti intuizioni splendide, trasformandole in soluzioni efficacissime ed amalgamandole con tale sapienza da trasformarle in un pezzo in grado di essere al contempo estremamente fluido e deliziosamente ricco di spunti assolutamente straordinari.

L'ultimo brano “vero” dell'album, intitolato WE ARE THE NEXT 1.000 YEARS, parte all'insegna della veemenza e dell'impatto, ma si rivela di li a poco come un brano estremamente dinamico, giocato fra frequenti variazioni di velocità e arricchito da riff e pulsazioni ritmiche vicine nuovamente al black&roll più accattivante. Molto bello il modo in cui la band costruisce ad arte la giusta tensione in grado di rendere questi momenti un vero rilascio di energia per l'ascoltatore, permettendo alle due porzioni di esaltare al massimo le caratteristiche e le peculiarità di resa dell'altra, così come strepitoso risulta il tratto finale del brano, dominato da chitarre dissonanti e avvolgenti adagiate su una ritmica lenta scandita dalle rullate di Inferno su cui si stagliano straordinarie orchestrazioni dal tono siderale rese ancor più stranianti da incisivi samples, per un effetto che ricorda in qualche modo gli incredibili Thy Serpent del clamoroso Forest Of Witchery.

Il brano sfuma così nella conclusiva COAG VLA, intensa outro strumentale dal peso atmosferico specifico elevatissimo giocata ora su implacabili, marziali rullate, ora su inarrestabili sferzate in blast-beat, per un finale di album all'insegna del totale annichilimento sensoriale, compito che, peraltro, questo lavoro sembra perseguire pervicacemente fin dall'inizio con spietata, implacabile determinazione.

Si conclude così un'opera destinata nuovamente a far parlare di se per lungo tempo, tanta e tale è la mole di materiale in essa contenuta e tale è il modo in cui la band si mette nuovamente completamente in gioco, rinunciando ai facili consensi che il produrre un album sulla falsariga del precedente, acclamatissimo, platter gli avrebbe garantito e intraprendendo la via della totale esposizione del proprio credo artistico, concretizzatosi in un lavoro dalle mille sfaccettature che non mancherà di esaltare chi auspicava un ritorno della band a partiture e strutture più articolate e a un'intensità esecutiva più spiccata, nonostante nulla del percorso artistico dei nostri risulti qui disconosciuto e anzi, tutto sembri concorrere a creare un quadro musicale arcor più profondo ed espressivo.

Sono poche le band in grado di creare opere di simile portata, e ancor meno sono quelle in grado di vantare una personalità talmente debordante dal rendere il loro operato e l'intero loro concept artistico assolutamente unici ed inimitabili.

I Behemoth appartengono senz'altro a questa categoria, e con questo nuovo album lo dichiarano con tutta la forza e la fierezza possibili.

Un album da avere, ascoltare e riascoltare fino ad averne assaporato i frutti più nascosti.

Una vera opera d'arte.

 

Edoardo Goi

95/100