22 NOVEMBRE 2018

Se sommiamo le schiere di die-hard fan pronte a supportare senza se e senza ma il combo di macellai di Stoccolma nato nel ormai lontano 1998 dall'unione di membri provenienti da alcune delle band più importanti della scena svedese quali Opeth, Katatonia e Edge Of Sanity (nel ordine: Mikael Akerfeldt, Anders “Blakkheim” Nystrom, Jonas Renske e Dan Swano) e le schiere che mal avevano digerito la defezione di Akerfeldt, sostituito dal precedente, discusso, Grand Morbid Funeral del 2014 dal altrettanto celebre cantante degli inglesi Paradise Lost, Nick Holmes, erano non pochi ad attendere con curiosità questo come-back dei BLOODBATH.

Chi scrive ha ancora ben stampata nella mente la devastante esibizione del gruppo nel contesto del Metaldays sloveno durante il tour del summenzionato Grand Morbid Funeral, pregna di morbosi sentori old-school swedish death metal come poche altre band sono attualmente in grado di evocare, il tutto arricchito dal growl greve e catacombale di Nick, perfetto nel donare alla musica dei Bloodbath un alone ancora più funereo e malsano rispetto al passato; una vera delizia.

Ed è proprio in virtù della bontà del materiale contenuto sul precedente platter e dello stato di grazia palesato da quella formazione (che qui troviamo leggermente cambiata, con l'avvicendamento alla seconda chitarra del membro di lungo corso Per “Sodomizer” Eriksson col subentrante Joakim Karlsson, noto ai più per la sua militanza nei temibili blacksters Craft, mentre confermatissimi restano Nick Holmes alla voce, Blakkheim alla chitarra, Jonas Renske al basso e Martin Axenrot alla batteria) che, sempre chi scrive, attendeva con non poche aspettative e una certa trepidazione la release di questa nuova prova sulla lunga distanza della band svedese, intitolata THE ARROW OF SATAN IS DRAWN e graziata da una copertina semplicemente favolosa ad opera dal celebre Eliran Kantor; i singoli rilasciati come apripista per l'album, poi, non avevano fatto altro che eccitare ancora di più gli animi, presentando una band decisamente in palla e per nulla intenzionata a recedere di un solo passo nel suo imperterrito, inesorabile, macello sonoro.

D'altra parte, quando puoi vantare nella tua discografia lavori del calibro di Resurrection Through Carnage (2002), Nightmares Made Flesh (2004) o il pluricitato Grand Morbid Funeral, la tua strada è segnata; il tuo trademark, inconfondibile.

Trademark che non viene tradito nemmeno dall'attacco dell'opener FLEISCHMANN, nonostante le dissonanze chitarristiche che ne punteggiano il furente riff portante spingendone i sentori evocati in territori al confine col black più robusto e deviato, prima che un rallentamento in puro stile swedish giunga ad aumentarne a dismisura la pesantezza specifica, riportando il tutto su coordinate più tradizionali.

Balzano subito all'orecchio le scelte niente affatto scontate fatte in sede di produzione, affidata qui a Karl Daniel Liden (noto per aver lavorato con band del calibro di Katatonia, Draconian e Craft) presso i Tri-Lamb Studios (per quanto riguarda mixaggio e masterizzazione, mentre per le registrazioni la band si è avvalsa, oltre che dei presenti studi, anche dei Ghost Ward Studios e dei City Of Glass Studios) e portatrice di un sound che, se da una parte paga tributo al classico suono svedese fatto di marciume e chitarre a motosega, dal altro fornisce uno spettro sonoro decisamente più ampio e vario, in grado di traghettare queste sonorità nel futuro senza che nulla della loro storia e tradizione venga assolutamente messo da parte o dimenticato; chitarre melodiose e ringhianti, quindi, coadiuvate da un basso distorto e scarnificante e suoni di batteria implacabili e pesantissimi, ma anche da una non indifferente stratificazione sonora in grado di arricchire la carneficina posta in essere dalla band con sottotrame corpose capaci di dare grande profondità e spazialità all'intero lavoro, spingendolo in modo deciso verso l'eccellenza in quanto ad esperienza di ascolto.

Il brano prosegue su una struttura piuttosto classica, fatta di accelerazioni e mortiferi rallentamenti, pervaso da sentori claustrofobici e malsani intrecci melodici, ricco di spunti ma allo stesso tempo diretto e devastante, perfetto appetizer per un disco che promette gustosi e abbondanti bagni di sangue (of course).

Si prosegue con BLOODICIDE, brano scelto, come il precedente, come preview dell'album durante i mesi precedenti alla pubblicazione ufficiale, il cui impatto devastante in puro stile swedish ha già avuto modo di mietere numerose vittime, e ben di più promette di mieterne dal vivo, grazie a un riff portante assolutamente assassino e inscalfibile; un autentico muro di mattoni in faccia.

L'attacco del brano, impostato su un tipico up-tempo Stockholm style, lascia presto spazio ad una strofa dal tempo più contenuto, minacciosa e macilenta al punto giusto, magistralmente interpretata da un Holmes ormai tornato al massimo della forma dopo anni di prestazioni piuttosto altalenanti.

Interessanti e deviati gli stacchi melodici presenti nel pezzo, contrassegnati da fraseggi in tapping dal sentore piuttosto classic metal, in grado di donare sentori freschi e inaspettati a un brano che, per il resto, non avrebbe potuto essere più tradizionale di così, benchè costellato dai quasi immancabili, tetri arpeggi che, come nella precedente Fleischmann, contribuisco a dare alla musica dei nostri dei connotati inquietanti e oscuri assolutamente grandiosi.

La successiva WAYWARD SAMARITAN si distingue per un approccio maggiormente death&roll, palesato fin dal travolgente, slabbrato riff iniziale, mentre la strofa è giocata su riff e ritmiche puramente old school, per un brano interamente giostrato sull'alternanza, perfettamente riuscita, fra questi due approcci al death metal svedese, entrambi entrati di diritto nella storia del metal estremo come archetipi consolidati e veppiù sfruttati nel corso degli anni.

La band si dimostra qui assoluta maestra nel riuscire a dare dinamica e pathos ai suddetti archetipi di riferimento in virtù di una verve compositiva ai massimi livelli, capace di generare brani allo stesso tempo intensi ed impattanti quanto sapientemente costruiti ed arrangiati, ponendosi così prepotentemente nel novero delle band attualmente capofila dell'intero movimento, quando non alla testa dello stesso.

Con la successiva LEVITATOR i tempi si abbassano decisamente, presentandoci un gruppo stavolta alle prese con un brano arrancante, soffocante e spietato, contrassegnato da riff pesanti come macigni e vocals strazianti, reso dinamico da sparute quanto letali accelerazioni e graziato ancora una volta da un lavoro certosino ed efficace sul comparto atmosferico, grazie a un costrutto chitarristico calibratissimo capace di donare al brano una grande presa emotiva senza smussarne minimamente la componente marcia e asfissiante.

Si torna a picchiare durissimo con DEADER, brano dall'impatto devastante benchè non scevro di insinuanti, disturbanti melodie che si palesano sia nella strofa, rallentata e inquietante, che nei debordanti riff che ne costituiscono l'ossatura portante, per un pezzo costruito nuovamente su un impianto ritmico vario e dinamico, tanto scarnificante quanto godibile, graziato da un ritornello dalla presa immediata in grado di far fare allo stesso un salto di qualità determinante che lo piazza immediatamente fra i brani più riusciti di un album fin qui semplicemente impeccabile.

Si torna a respirare miasmi mortiferi a e catacombali con la successiva MARCH OF THE CRUCIFIERS, brano dall'attacco lento e implacabile contrassegnato dal solito, immenso lavoro delle chitarre (richiamante, a tratti, non solo i grandi classici del death metal svedese, ma anche sentori non lontani dal death metal d'oltreoceano, e in particolare quelli cari ai Cannibal Corpse di album come The Bleeding o Gallery Of Suicide), sottolineato da un comparto ritmico schiacciasassi, compattissimo e pulsante di malsane vibrazioni, e dall'ennesima prova superlativa di Nick dietro il microfono, vero valore aggiunto di una band di veri fuoriclasse.

L'amore per il genere proposto, così come la volontà di non sentirsene imprigionati, pervade ogni singolo solco di questo brano, così come dell'intero lavoro, permettendogli di elevarsi al di sopra della quasi totalità delle uscite del medesimo genere uscite negli ultimi tempi e piazzandolo fin da subito fra gli highlights assoluti di questa generosa annata.

Il brano prosegue il suo cammino implacabile fino alla fine, brutalizzato solo da una breve, scarnificante accelerazione centrale che non riesce minimamente ad intaccare la cappa di morte che aleggia su questa sublime composizione, graziata nuovamente da un refrain estremamente catchy (per gli standard del genere) e da un riuscito, deviatissimo assolo di chitarra, suggello definitivo a un pezzo semplicemente fantastico.

Nuovamente death&roll dall'altissimo gradiente distruttivo nella successiva MORBID ANTICHRIST, altro pezzo estremamente catchy caratterizzato dall'efficace uso di voci pulite e cantilenanti dai toni quasi gotich/doom tanto cari a Nick (solo per brevi stacchi, non vi preoccupate, per il resto del brano il growl cupo di Holmes la fa da padrone assoluto), in grado di donare all'atmosfera del pezzo un afflato ancora più spettrale, e da una struttura estremamente semplice e diretta, benchè gestita con la consueta maestria dalla band, capace sempre di piazzare qua e là la chicca in grado di rendere la composizione fresca ed avvincente.

Un altro brano riuscitissimo in un album che non ammette filler di sorta.

Con WARHEAD RITUAL si rimane in territori decisamente death&roll, benchè pregni di sentori più tipicamente Stockholm sound; introdotta da un inquietante e minaccioso sample, la canzone prende il via sull'onda di un riff slabbrato ed estremamente rockeggiante, preludio a una composizione nuovamente immediata sia nelle dinamiche strofe che nel pesantissimo refrain, permeata da umori mortiferi di grande impatto che mette in mostra nuovamente la capacità della band di innervare i propri pezzi con costrutti atmosferici costruiti ad hoc per farli rendere al massimo delle loro potenzialità espressive.

La pesantezza torna a farla da padrona assoluta nella stritolante ONLY THE DEAD SURVIVE, guidata dalla debordante doppia cassa di Axenrot e da un lavoro chitarristico di primordine, sia in fase di riffing che nella costruzione di trame melodiche avvincenti, imbevute di sentori di catastrofe incombente semplicemente deliziosi.

Splendido lo stacco centrale, dal tempo più vivace e dinamico, ma sempre e comunque annichilente e disturbante come il resto del brano, guidato verso la sua conclusione da un incedere marziale e senza pietà che ci traghetta direttamente alla conclusiva CHAINSAW LULLABY (anche questo brano dato in pasto agli ascoltatori come singolo e per il quale è stato tratto anche un video perfettamente in linea con le nefandezze narrate nel testo), trascinante composizione ancora una volta in stile death&roll robustissima e vibrante resa ancor più impattante da opportuni innesti più classicamente old school che non ne sminuiscono affatto, tutt'altro, l'innata immediatezza, sottolineata anche dall'ennesimo, riuscitissimo refrain (accoppiato a un pre-chorus che più catchy non si sarebbe potuto) e dalle quasi onnipresenti trame macabramente melodiche, rendendola così un singolo semplicemente perfetto, oltre che il giusto suggello a un album riuscitissimo e deflagrante, un must-have assoluto per tutti i deathsters affamati di brutalità ed efferatezze tipicamente old-school ma desiderosi allo stesso tempo di non limitarsi semplicemente alla celebrazione di un glorioso passato.

Qui non si fa amarcord, non si scorre con la lacrimuccia i titoli dei capolavori del genere rimpiangendo i bei vecchi tempi;

qui si celebrano quei germi infetti facendoli germogliare a nuova vita con infinito amore e rispetto, rispetto che si traduce nella palese volontà di non tradirne la primigenia lezione ma senza per questo rinunciare alla propria creatività e al proprio istinto compositivo, partorendo così un album solidissimo e personale, sebbene facilmente riconducibile al suo genere di appartenenza.

Un album che gronda sangue da ogni suo solco, assolutamente imperdibile.

 

Edoardo Goi

90/100