29 MARZO 2019

Delle tante reunion che si sono succedute nel corso degli ultimi anni quella dei CANDLEMASS con il cantante Johan Langquist (che già aveva prestato i suoi servigi vocali in occasione del primo full lenght della band, quell' Epicus Doomicus Metallicus del 1986 ormai da decenni assurto a pietra miliare e di paragone per il doom metal classico tutto e capolavoro impareggiabile della scena medesima) è stata senza dubbio una di quelle che più hanno saputo eccitare gli animi e far schizzare alle stelle le aspettative del popolo metallico, in particolar modo di quello maggiormente legato a suoni più classicamente cupi e salmodianti.

Pur senza voler fare torto alle schiere di fan che tutt'ora considerano l'indimenticato Messiah Marcolin come l'unico “vero” cantante della band svedese, è innegabile che il cuore di molti degli stessi sia rimasto legato in modo indissolubile ai meravigliosi brani del primo album e quindi, inevitabilmente, alla voce di Johan.

Fin dai primi momenti in cui la notizia della reunion si è diffusa fra il pubblico, infatti, il coro di consensi è stato pressoché unanime; l'interesse verso le future mosse della band immediato, vasto nei numeri e variegato nelle forme.

La risonanza dell'evento sembrava aver davvero raggiunto gli angoli più remoti di quel mare mostrum in perenne tempesta che la scena metal mondiale, comprensiva sia del pubblico che del non trascurabile popolo degli addetti ai lavori, e la curiosità verso la nuova/vecchia formazione (completata dall'immancabile bassista, fondatore e principale compositore della band Leif Edling, dal chitarrista ritmico Mats “Mappe” Bjorkman, dal chitarrista solista Lars “Lasse” Jhoansson e dal batterista Jan Lindh) aveva raggiunto fin da subito il livello di guardia.

Un misto di perplessità e speranza aveva iniziato ad aleggiare attorno alla figura del rientrato Johan che, dopo quell'exploit clamoroso consumato in seno alla band, era pressoché sparito dalla scena metal “che conta” e, dopo le date di rodaggio precedenti all'entrata in studio del gruppo, il pubblico si era quasi equamente diviso fra entusiasti e pessimisti riguardo alla resa del buon Johan sui brani inediti che la band avrebbe proposto nel nuovo lavoro, con più di qualche dubbio sollevato sulla personalità e sulle doti canore del cantante, giunto a questo punto della sua carriera e della sua vita.

Fatto sta che, una volta resa pubblica la release date del nuovo album (per inciso, questo lavoro è stato pubblicato il 22 febbraio del 2019 su etichetta Napalm Records), l'attesa si è fatta addirittura spasmodica, sia per le schiere degli ottimisti che per quelle degli scettici, e grande è stato l'interesse con cui sono stati accolti i singoli dati in pasto al pubblico come preview nei mesi precedenti all'uscita del nuovo full-lenght.

Il tempo è stato galantuomo e, puntuale allo scoccare del giorno indicato, THE DOOR TO DOOM (titolo quanto mai rivelatore) è diventato realtà tangibile e concreta, spazzando via, nel bene o nel male, ogni possibile dubbio sollevato riguardo al suo valore e alla sua natura, rivelandosi come un album privo di qualunque compromesso, compatto e figlio di una band dalla visione musicale chiarissima e incorruttibile.

Per quanto riguarda chi scrive, una cosa va detta subito: se si parla di doom metal classico, qui non ce n'è per nessuno.

È evidente a tutti, credo, che la qualità, la freschezza e il puro genio palesati nello storico debutto sono altra cosa rispetto al contenuto di questo ultimo nato in casa Candlemass, ma il peso specifico di queste composizioni, il modo in cui queste vengono interpretate, non ha eguali sulla scena.

Sembra quasi che le rimanenti band quasi “giochino” a fare doom, tale è la compenetrazione tra l'artista e la sua opera palesata in questa release, e tale è la capacità dell'artista medesimo di rendere l'ascoltatore parte integrante di questa sinergia, nonché dell'equazione tutta.

C’è poco da fare: Ci sono band che suonano (anche divinamente) e band che generano mondi, e i Candlemass appartengono senza dubbio da sempre, sebbene con alterne fortune, a questa seconda categoria, e in questo album lo ribadiscono con una forza quasi inaspettata.

Basta l'inizio dell'opener SPLENDOR DEMON MAJESTY a mettere subito in chiaro le cose: i veri Candlemass sono tornati.

È un riff sabbathiano armonizzato e pesantissimo a spalancarci le Porte Del Fato col suo incedere lento e minaccioso, prima che un riff dal trasporto più trascinante e brioso dia ufficialmente il via alle danze dannate di questa splendida prima traccia, tanto classica nei contenuti quanto solida e corposa nella riuscita.

Il suono è pieno, corposo e denso, lontano dalle plastificate produzioni che vanno per la maggiore oggigiorno, e ci restituisce dei Candlemass d'annata senza rinunciare a suonare comunque al passo con i tempi, e questo grazie tanto all'ottimo lavoro del produttore Marcus Jidell quando al certosino lavoro di mixaggio e masterizzazione realizzati rispettivamente da Niklas Flyckt e Svante Forsback.

Si ha da subito l'impressione di trovarsi fra le mani un disco estremamente centrato, frutto di una comunione di intenti e di una chiarezza di vedute condivisa da ogni persona chiamata in causa nella sua realizzazione, e ciò permette all'ascoltatore di trovarsi immediatamente catapultato nelle ambientazioni oscure e magiche evocate dalla band sicché, quando finalmente Johan irrompe sulla scena col suo cantato caratteristico, tanto evocativo quanto calibrato e mai sopra le righe, la sensazione di ritrovarsi finalmente ad ascoltare un “vero” disco dei Candlemass, con la magia dei primi tempi restituita in modo quasi intatto, è palpabile.

Non c'è dubbio l'operazione nostalgia messa sul piatto dalla band con questa reunion abbia un suo ruolo in tutto questo, ma tutto ciò non sarebbe possibile se la band proponesse del materiale non all'altezza del suo glorioso passato; eventualità che questo primo brano sembra scacciare con forza, grazie alla sua oggettiva qualità, frutto di un'ispirazione tangibile e di un lavoro di rifinitura da autentici maestri, che ci consegna un brano costantemente in bilico fra momenti trascinanti e porzioni più pesanti ed evocative e che sembra in qualche modo attraversare, a livello di soluzioni musicali, l'intera prima parte di carriera della band (quella fino alla fuoriuscita di Marcolin, per essere precisi, senza limitarsi quindi a riproporre solo le caratteristiche alla base del loro primo album), senza tralasciare un tocco quasi hard-rock, in alcuni frangenti, il che ci riporta invece al periodo più recente del loro percorso musicale (quello con Mats Leven al microfono), benché il tiro fieramente doom metal dell'album, così come i suoni scelti, riescano ad integrare queste sfumature in modo che il loro brio vada a valorizzare il tessuto sonoro senza che questo vada a discapito dell'atmosfera dello stesso.

Un inizio davvero esaltante.

È un ammaliante arpeggio di chitarra pulita, valorizzato da una accorata interpretazione vocale del buon Johan, a dare il via alla pesantissima UNDER THE OCEAN, il cui riff slabbrato e martellante sembra lambire addirittura territori sludge, senza però mai sprofondare nella paludosità melmosa tipica del genere, ma mantenendosi invece costantemente ancorato al doom epico e profondo che da sempre è alla base del sound classico dei nostri.

La strofa si dipana tanto incisiva e opprimente quanto catchy, mentre da manuale si rivelano tanto il refrain quanto lo splendido solo di un Lars Johannson come sempre sugli scudi, benché meno votato al neoclassicismo del solito.

La porzione nuovamente pulita in cui va a sfumare l'assolo di chitarra dà respiro all'intero brano, prima di lasciare che sia nuovamente la pesantezza a prendere possesso dello stesso, conducendolo al suo epilogo, consegnandoci uno dei brani più diretti e pesanti, nonché entusiasmanti dell'intero lotto.

Epicità, cupissima epicità; è ciò che ci promette fin dalle sue prime battute la straordinaria ASTOROLUS-THE GREAT OCTOPUS, con la sua intro di batteria cupamente percussiva su cui va a stagliarsi un riff grandioso di pura scuola Candlemass, tanto pesante quanto tagliente, spettacolare preludio alla strofa, maggiormente raccolta e narrata da uno Johan nuovamente sugli scudi per pathos e interpretazione, che un andamento più incalzante e affilato conduce allo strepitoso refrain.

Tutto da manuale, così come la splendida, funerea, armonizzazione chitarristica posta a suggello di una prima parte di brano da applausi a scena aperta.

Quasi a voler rendere immortale un brano fin qui davvero strepitoso, ecco materializzarsi la consacrazione definitiva (quasi una benedizione ufficiale, oltre che un riconoscimento alla carriera) della la band sotto forma di un assolo, peraltro davvero splendido, di Mr. Tony Iommi in persona, il cui tocco inconfondibile eleva il potenziale evocativo del brano a livelli davvero stellari, marchiando a fuoco un pezzo che ha davvero le carte in regola per candidarsi al ruolo di nuovo classico immediato della discografia del gruppo, già decisamente nutrita, in tal senso. Il finale del pezzo, costruito su un crescendo sempre più opprimente e intenso, non fa che confermare le impressioni suscitate fin qui dal brano, lasciando l'ascoltatore quasi emotivamente sopraffatto quando anche le ultime note si spengono.

Quasi a voler tirare il fiato dopo un trittico iniziale di brani di questa intensità, ecco arrivare la delicata ballad BRIDGE OF THE BLIND, autentico pezzo di bravura di un Johan Langquist non solo ispiratissimo, ma anche estremamente versatile nell'interpretare un pezzo dai connotati quasi da ballata classic rock, piuttosto lontana dalla cupezza del doom ma non per questo meno intensa o accattivante, giostrata interamente su delicati arpeggi di chitarra pulita e calibrati inserti di tastiere e graziata da un assolo di Lars toccante come pochi.

Un brano che sembra fare da morbido spartiacque fra la prima e la seconda parte dell'album, quest'ultima inaugurata dalla nuovamente pesantissima DEATH'S WHEEL, i cui iniziali toni, quasi a metà strada fra i Black Sabbath più classici e l'acidità dello stoner, vengono riportati su coordinate più tipicamente doom metal da un ritornello ancora una volta azzeccatissimo.

Che dire poi della parte centrale del brano?

Doom di altissima scuola, dal taglio nuovamente retrò, perfettamente incastonato in un brano che riesce a fare da ideale ponte fra il sound da cui il doom metal ha tratto linfa vitale, cioè quello degli indiscussi padri del genere, quei Black Sabbath da Birmingham cui tutti i fan del metal più oscuro e pesante devono così tanto, e il sound più epico e metallico di cui i Candlemass sono fin dai loro albori gli alfieri indiscussi, il tutto graziato da una maestria in fase di arrangiamento in grado di rendere fluido ed estremamente godibile un brano piuttosto complicato.

La cosa sembra ripetersi anche con la successiva BLACK TRINITY, (inaugurata da un riff che più doom non si può), il cui andamento cadenzato ma al contempo incalzante, costruito su un riffing articolato e ispirato, sfocia in uno dei refrain più riusciti ed evocativi, oltre che catchy, dell'intero album; un'autentica delizia.

Da standing ovation la porzione centrale del brano, lisergica e cupamente psichedelica, costruita su fraseggi acidissimi, tribaleggianti e rituali, molto vicini ad alcune soluzioni tipiche dello psych-rock anni 70 e in grado di conferire un gusto tutto particolare all'intero brano, grazie al contrasto da essi generato col sostrato indiscutibilmente doom rock/metal della composizione.

Un brano davvero splendido, manifesto ulteriore, se ce ne fosse stato bisogno, che questo album è tutto fuorché una furba operazione nostalgica, e che alla base di esso sta si una voglia di tornare all'ispirazione che aveva dato vita alla nascita della band, ma senza accantonare affatto l'attuale vena creativa del padre padrone Leif Edling che anzi, proprio in virtù di questo recupero delle primeve pulsioni della sua creatura, sembra aver ritrovato la quadra perfetta in fase compositiva, partorendo brani che, come nelle migliori opere musicali, hanno connotati di perfezione tali da sembrare frutto di un'ispirazione quasi ultraterrena.

Si prosegue con la già nota HOUSE OF DOOM, title track dell'omonimo ep uscito nel 2018 con Mats Leven alla voce, qui opportunamente ricantata e riregistrata per renderla più in linea con le sonorità dell'album.

Operazione più che riuscita, visto che il brano sembra assurgere a nuova vita grazie a questo restyling ottimamente concepito che ci restituisce un brano allo stesso tempo più incisivo rispetto alla precedente versione e che, proprio grazie a questa rinnovata vigoria, risulta veppiù arricchito dalle parti più vicine hard rock classico che emergono qua e là nel songwriting di questo brano estremamente trascinante e catchy, opportunamente piazzato dopo la coppia di brani precedenti, decisamente più impegnativi all'ascolto.

La parte centrale, marchiata a fuoco da parti di organo straordinariamente orrorifiche ed evocative, non fa che suggellare in modo definitivo la riuscita di un brano davvero ottimo, in questa nuova veste.

Nota a parte per la prestazione ancora una volta strepitosa di Johan al microfono, capace di dare al pezzo il tocco oscuro definitivo e necessario alla resa complessiva che la voce più tipicamente hard-rock di Leven non era stata capace, ai suoi tempi, di dare.

L'album si conclude con la strepitosa THE OMEGA CIRCLE, introdotta da un arpeggio pulito e da una voce carezzevole ben presto spazzate via da un riff doom-metal pesantissimo impreziosito da un'interpretazione nuovamente magistrale di Langquist e resa strepitosa da un refrain riecheggiante rimandi all'occult rock anni 70 di band come Coven o Black Widow riletti attraverso la lente deformante dell'epic doom metal più accattivante.

La struttura del brano, costruita attorno a continui cambi di intensità e densità musicale ed atmosferica, è semplicemente da manuale, e costituisce un compendio di tutte le frecce che i Candlemass attuali possiedono al proprio arco, su tutte quella di risultare compatti e incisivi ai massimi livelli a prescindere dalle soluzioni sonore utilizzate, siano esse maggiormente ascrivibili al loro stile più classico, siamo esse più sperimentali.

Non poteva esserci davvero modo migliore per concludere un album come questo, sul quale risulta perfino inutile continuare a dilungarsi.

Il voto è fin troppo facile da assegnare, e trova la sua giustificazione in una considerazione molto semplice: questo album assurgerà al livello di “mito” raggiunto dall'impareggiabile Epicus Doomicus Metallicus, o verrà ricordato alla stregua dei capolavori incisi dalla band con Messiah Marcolin alla voce?

Quasi sicuramente, no.

Non sono più anni in cui la gente possa rimanere così scioccata dalla proposta di una band da permettere il ripetersi delle dinamiche che portarono i Candlemass a diventare la band storica e iconica che sono, e l'album stesso non ha la dirompente freschezza propria di una band di giovani compositori che si ritrovano fra le mani brani destinati a scrivere una pagina fondamentale della storia del metal mondiale.

Si tratta dell'album di una band matura e consapevole, che non ha le pretese di scioccare nessuno con la sua musica, ma fortemente intenzionata a far si che la stessa risulti la migliore possibile, con le attuali forze a disposizione e con l'attuale ispirazione.

E allora come si giustifica un simile voto?

Semplice: si giustifica col fatto che, se parliamo di doom metal, non troverete assolutamente nulla di meglio in giro di queste cinque svedesi. I Candlemass, come si diceva, sono creatori di mondi; mondi oscuri, magici e dannatamente affascinanti e, quando la loro ispirazione viaggia su questi livelli, nel farlo, sono davvero inarrivabili per chiunque.

Un disco maestoso e profondo, partorito da una band dalla personalità unica.

Le Porte Del Fato sono aperte, e il rintocco di lugubri campane accompagnerà i viandanti che avranno il coraggio di attraversarne la soglia e scoprire i segreti che esse celano.

Segreti oscuri per anime irrequiete.

La via è tracciata, per chiunque avrà l'ardire di seguirla.

Un album imperdibile.

 

Edoardo Goi

100/100