1 NOVEMBRE 2018

Per quanto forte di una solida e nutrita carriera solista (arrivata con questo AMR al settimo capitolo sulla lunga distanza) il nome di IHSAHN (al secolo, Vegard Sverre Tveitan) è e rimarrà indissolubilmente legato a quello dei seminali Emperor, act il quale, nel corso di dieci anni di carriera, seppe scrivere pagine fondamentali nella storia del black metal norvegese, prima contribuendo a delineare il suono col quale questo genere sarebbe diventato famoso in tutto il mondo, e poi disegnando per esso e con esso traiettorie inaspettate e veppiù ardite, grazie all'incorporamento all'interno del proprio range musicale di elementi via via più variegati che andavano dal death, al thrash e al classic metal (per fare un rapido elenco degli elementi più affini all'universo della musica pesante) fino alla musica classica, operistica e sinfonica, nonché sonorità vicine al dark e all'avant-garde, il tutto miscelato con una non esigua dose di progressive (inteso sia in senso stretto che, ancor di più, in senso lato, cioè come approccio mentale alla composizione più che come utilizzo del linguaggio musicale progressive tout-court).

Artefice e promotore massimo di questo cospicuo arricchimento della pasta sonora del gruppo fu proprio il sunnominato Ihsahn, da sempre mastermind del gruppo;

Un mastermind tanto geniale quanto irrequieto, da sempre smanioso e risoluto nel voler perseguire pervicacemente la propria visione musicale anche a costo di portare la band al prematuro scioglimento (salutato da molti come un'autentica tragedia musicale) pur di non dover più sottomettere la propria creatività ad alcun tipo di compromesso o di briglia artistica, atteggiamento che già aveva influenzato pesantemente l'operato degli Emperor nei loro ultimi lavori (l'ultimo full-lenght della band, intitolato Prometheus-The Discipline Of Fire & Demise e pubblicato nel 2001, viene considerato da molti, a ragione, più come un disco solista di Ihsahn che come il lavoro di una band vera e propria).

E fu proprio alla luce delle ultime prove in studio della band che risultò più facile, ai tempi, approcciarsi alla neonata carriera da solista del talentuoso musicista norvegese, inaugurata nell'ormai lontano 2006 con la pubblicazione dell'album The Adversary (di quella produzione diretta emanazione, benchè spogliato da tutte le costrizioni stilistiche che l'avevano caratterizzata e arricchito di ulteriori nuovi sapori sonori) e rimpolpata nel corso degli anni dagli album Angl (2008), After (2010), Eremita (2012), Das Seelenbrechen (2013), Arktis (2016) e ora da questo nuovo output.

L'ingombrante ombra degli Emperor però non ha mai abbandonato l'operato di Ihsahn, in special modo dopo la decisione, presa nel 2013, di risvegliare dal proprio letargo il colosso black metal allo scopo di eseguirne e celebrarne dal vivo i dischi di maggiore successo e impatto storico, evento che aveva creato non poche aspettative tra i fan del compositore di Notodden;

Aspettative che già l'album Arktis, il primo pubblicato dopo la ripresa delle attività live, seppur sporadica, degli Emperor, sembrava in parte soddisfare, presentando un suono dall'impatto e dalla compattezza nettamente superiori rispetto alle uscite discografiche precedenti, con più di qualche fan pronto ad auspicare addirittura, per Ihsahn, un ritorno alle sonorità black metal ancora più spiccato nelle successive opere (data l'inamovibilità dello stesso riguardo allla possibilità, per gli Emperor, di ritornare attivi anche dal punto di vista compositivo).

Sebbene, a conti fatti, questi auspici non trovino del tutto soddisfazione in questo nuovo AMR, va comunque rimarcato come l'influenza degli Emperor sembri comunque aleggiare effettivamente su tutto l'album, soprattutto a livello di atmosfera (mai prima d'ora così ieratica ed oscura negli album da solista del nostro) laddove non proprio a livello di scrittura musicale, come invece accade nell'opener LEND ME THE EYES OF MILLENNIA, di tutti i brani del disco quello che si avvicina di più alle coordinate stilistiche del leggendario combo norvegese.

Non tragga infatti in inganno l'inizio elettronico a base di synth:

basta infatti attendere qualche istante ed ecco che, preannunciata dall'inconfondibile scream di Ihsahn, una colata di black metal furibondo e futurista si abbatte senza pietà sull'ascoltatore con un effetto quasi drone nel suo risultato finale, per quanto incontrovertibilmente legata ai dettami della nera fiamma nella sua costruzione di base.

L'incedere della composizione è stordente e soffocante, giocata com'è su di un blast beat incessante e implacabile (che ci permette di rimarcare la preparazione e il tiro del drummer Tobias Ornes Andersen, ex batterista dei celebri progsters norvegesi Leprous e batterista per Ihsahn fin dai tempi dell'album After), riff scurissimi resi ancor più gelidi da un opprimente lavoro di synth ed elettronica e maestose aperture orchestrali nelle quali è impossibile non riconoscere il tocco degli Emperor che furono, benchè riletti in chiave decisamente più moderna.

Molto bello lo stacco elettro-prog piazzato intelligentemente sulla coda del brano e chiamato a lanciarne il finale vero e proprio, che ripropone il drone-black metal torrenziale che ne aveva caratterizzato l'inizio;

Una struttura piuttosto classica per un brano riuscitissimo che punta tutto sull'effetto straniante e monolitico che ne contraddistingue lo sviluppo più che su intricate soluzioni ritmico-melodiche, come invece sembra fare la successiva ARCANA IMPERII, che presenta, come validissimo biglietto da visita, un bellissimo riff spezzato e claudicante in odore di djent che le successive armonizzazioni avvicinano a un progressive di maggiore eleganza, mentre spetta a un riff circolare e incalzante fare da solida base d'appoggio per una strofa dai toni tanto abrasivi quanto perentori che si apre a sentori maggiormente umbratili e malinconici all'altezza del bellissimo bridge, interpretato in voce pulita (mentre il controcanto vede ancora l'utilizzo dello scream) e con palpabile trasporto da un Ihsahn che appare da subito in stato di grazia anche per quanto concerne il comparto melodico della sua nuova opera, sia per quanto riguarda le parti vocali che per quanto riguarda le parti puramente strumentali (interamente a pannaggio del musicista norvegese, che si occupa come sempre di tutti gli strumenti ad esclusione della batteria), caratteristica cui non sfuggono il riuscitissimo refrain, con i suoi toni da spleen esistenziale in bilico fra dubbio e gioia, così come lo splendido assolo qui piazzato da un Ihsahn tanto ispirato quanto tecnicamente preparatissimo.

Nonostante ci si trovi piuttosto lontani dall'estremismo sonoro del brano precedente. Il presente pezzo mantiene comunque una non trascurabile oscurità di fondo e una notevole pesantezza, oltre che una discreta immediatezza che gli è valsa la possibilità di essere scelto come singolo apripista del disco, ruolo che ricopre in maniera egregia in virtù delle summenzionate caratteristiche le quali gli permettono di illustrare all'ascoltatore una valida preview della varietà di colori che andranno a comporre la tavolozza sonora cui l'intera opera attinge.

Le atmosfere si fanno immediatamente più dilatate e lattiginose con la successiva SAMR, brano di sopraffina eleganza dalla portata emotiva davvero notevole, stilisticamente vicino ai Porcupine Tree meno metallici e ai Pain Of Salvation più umbratili, graziato da linee vocali splendide e una gestione semplicemente entusiasmante dei saliscendi dinamici e atmosferici che gli permettono di spiccare per intensità nonostante una struttura piuttosto semplice, se paragonata a quella dei rimanenti brani dell'album, e una minore varietà in merito a cambi di registro, oltre che una dose di aggressività prossima allo zero.

Un brano raccolto, intimo e sofferto,interamente e opportunamente interpretato in voce pulita,con rimandi alla cupa poetica elettronica di Massive Attack e Portishead magistralmente innerbati su connotati raffinatamente pop e impreziosito da splendide quanto funzionali orchestarzioni e un'azzeccatissimo, insistito refrain dai toni melanconici reso irresitibile da toni agrodolci di grande presa emotiva.

Un pezzo che potrebbe far storcere forse un po' il naso agli ascoltatori più integralisti in ambito metal ma che, ascoltato senza pregiudizi, è in grado di svelare tutta la sua straordinaria qualità, oltre che la sentita ispirazione che lo ha generato e l'assoluta maestria e versatilità dimostrata da Ihsahn nella gestione di un pezzo dalle sonorità così particolari.

Centro pieno anche in questo caso.

Si ritorna a suoni decisamente più pesanti con ONE LESS ENEMY, brano dallo splendido inizio in bilico tra eleganza prog e raffinati sentori epici, nei termini in cui Ihsahn ci ha abituati a questa parola (benchè resi in modo molto semplice rispetto alla grandeur cui spesso il compositore norvegese è ricorso in passato in medesimi frangenti), il tutto nuovamente ammantato da un oscuro quanto caratterizzante lavoro di elettronica.

Ihsahn sfodera nuovamente il suo caratteristico scream, messo momentaneamente da parte nel brano precedente, per marchiare a fuoco una strofa incalzante e dalla pulsazione scandita e marziale di grande impatto, in cui spesso è solo la batteria ad accompagnare le parole, giocata su un riuscitissimo gioco di vuoto-pieno che si risolve nello splendido refrain, aperto e nuovamente graziato da un delizioso afflato melodico, nelle linee vocali come nel costrutto atmosferico degli strumenti.

Va rimarcato come l'uso assolutamente non trascurabile della melodia in molti passaggi, sia vocali che strumentali, sia gestito in modo molto intelligente dall'artista scandinavo, abilissimo nel costruire armonie pregnanti e intense tenendosi bene alla larga dalle piaggerie e dalle melensaggini ammorbanti a cui ci hanno nostro malgrado abituato decine di acts seguaci delle moderne tendenze in ambito metal, nei suoi più svariati sottogeneri.

Qui invece sono il gusto e la classe sopraffina a contrassegnare ogni secondo di musica.

Classe e gusto palesati anche nel bilanciamento dato all'intero flusso dinamico di questo come degli altri brani del platter, dove nulla appare fine a se stesso e tutto sembra finalizzato alla perfetta riuscita del brano.

Nessuna inutile dimostrazione di perizia tecnica o astruse parti ipercomplesse piazzate solo per dimostrare il carattere vuotamente elitario della propria arte.

Nessun momento piacione finalizzato a rendere i brani appetibili a un numero maggiore di potenziali ascoltatori.

Qui a comandare è semplicemente la pura ispirazione e l'obbiettivo, costantemente centrato, è quello di cesellare ogni singola composizione in modo da rendere pienamente giustizia alla scintilla creativa che l'ha generata, semplice o articolato che sia il percorso musicale da essa scaturito.

Non sfugge a questa caratteristica di fondo nemmeno lo splendido assolo piazzato da Ihsahn su questo brano, semplice e descrittivo, perfetto e arricchente, ciliegina sulla torta di un altro brano straordinario.

Sono delicati arpeggi incrociati di pianoforte e chitarra elettrica dal tono decisamente acido e algido ad aprire l'ammaliante WHERE YOU ARE LOST AND I BELONG, brano nuovamente stilisticamente molto osato che presenta fin da subito spiccati tratti dark wave, nel cantato come nel costrutto strumentale, imperniato su una struttura da ballata elettro-prog tanto soft nella forma quanto densa a livello di atmosfere evocate.

Ancora una volta palesi influenze riconducibili alla musica elettronica più umbratile e introspettiva arricchiscono l'impianto sonoro del brano donandogli una profondità e uno spettro di frequenze straordinariamente ampio, mentre deliziosi risultano i contrappunti musicali che ne contrassegnano il delicato quanto intenso dipanarsi.

Com'è una costante dell'album, curatissime risultano le linee e le armonie vocali, così come intensa e sentita risulta l'interpretazione che Ihsahn dona alle stesse, per un altro brano in grado di suscitare emozioni intensissime e profonde col suo incedere avvolgente e garbato, ulteriore dimostrazione di quanto le varie anime che danno forma all'artista Ihsahn vengano espresse dallo stesso sempre con estrema coerenza, competenza e padronanza artistica e stilistica.

Brano assolutamente meraviglioso.

Le cose si fanno decisamente più complesse con la successiva IN RITES OF PASSAGE, brano dalla spiccata vocazione progressive metal, nell'accezione più ampia e moderna del termine.

E' infatti un riff molto moderno e ricco di groove a introdurre il brano, prima di lasciare spazio a inserti elettronici sintetici e futuristici su cui si staglia lo scream scarnificante di Ihsahn a comporre un contrasto, tanto azzardato quanto riuscito, tra irruenza primordiale e aneliti avveniristici trascinati in un gorgo ritmico dallo splendido groove iniziale, prima che il tutto tracimi in una schizofrenica sezione dal taglio extreme-prog mirabilmente contrappuntata dall'onnipresente lavoro finemente cesellato di tastiere e synth;

Qui l'interpretazione vocale si fa veppiù istrionica, prima lasciandosi andare a scellerati scream spezzati e urticanti e poi ripiegando su un'appoccio pulito piuttosto guascone, quasi da crooner consumato, per un effetto che ricorda, per certi versi, gli ultimi Solefald, quelli maggiormente progressivi e trasversali.

Quasi inaspettata, ci rapisce un'apertura melodica ancora una volta deliziosamente ammaliante, carica di pathos e dalla presa emotiva immediata, prima che a una sezione nuovamente dominata dall'elettronica, benchè di stampo meno intimista e maggiormente incalzante rispetto alla porzione chiamata a supportare la strofa del brano, venga demandato il compito di introdurre il melodicissimo, malinconico refrain (o quello che potremmo identificare come ipotetico refrain, visto che poi, in effetti, non si ripete più, essendo piazzato, per costruzione, quasi alla fine del brano), ancora una volta in odore di Porcupine Tree, benchè la peculiare atmosfera “alla Ihsahn” ne pervada ogni singola nota e permetta, a questa come ad ogni altra porzione dell'album tutto, di brillare assolutamente di luce propria.

Luce che si fa addirittura sfavillante con la successiva, debordante MARBLE SOUL, introdotta da un calibratissimo riff prog su cui si stagliano particolari vocalizzi nuovamente in odore di avant-garde così come del grunge oscuro e armonizzato tipico degli Alice In Chains più cupi ed elegiaci (dal punto di vista musicale, non temete; Non troverete accenni musicali al grunge in in questi brani).

Sono i medesimi vocalizzi a fare da controcanto a un Ihsahn al solito velenosissimo e più che mai ispirato e coivolto dalla propria creazione, molto abile nel costruire un crescendo introduttivo perfetto e arioso (per quanto sostenuto da una pulsazione ritmica incalzante e vigorosa) per lo strepitoso refrain, tanto catchy quanto efficace e congruo rispetto al costrutto del brano.

Molto bello lo stacco centrale, dominato da voci carezzevoli e pregevoli intrecci di pianorforte e chitarra dai toni quasi seventies, presto brutalizzato dall'incedere di un pre-chorus ancor più trascinante e debordante del precedente, mentre ciò che non cambia assolutamente è la qualità e la bellezza del refrain, per chi scrive, in assoluto uno dei migliori dell'intero album (chiamatemi pazzo, ma io ci ho sentito più di un richiamo alla briosità sfrenata dei progsters svedesi A.C.T.), e lo stesso dicasi per il pezzo, highlight assoluto di una scaletta che si rivela via via sempre più strepitosa (non si stenta a capire perchè anche questo brano sia finito fra i singoli apripista dell'album).

I toni tornano a farsi soffusi e carezzevoli, benchè intrisi di malinconia, con il brano TWIN BLACK ANGEL, pregno di sentori dark wave più che palesi (Depeche Mode e Massive Attack su tutti) e con qualche puntatina in territori prog settantiani assolutamente gustosissimi,soprattutto nel bellissimo pre-chorus mirabilmente armonizzato, perfetto preambolo per un ritornello tanto melodico quanto trascinante, ancora una volta rimembrante il lavoro trasversale e brioso di Ola Andersson e dei suoi strabilianti A.C.T., influenza che fa capolino lungo un po' tutto il brano in virtù del groove irresistibile che ne permea l'intero sviluppo, oltre che per lo spettacolare uso di voci e armonizzazioni dai toni tanto cristallini e “pop” quanto accattivanti.

Un brano per certi versi sorprendente, per quanto la varietà di stili e influenze sciorinata lungo tutto l'album rendano il tutto perfettamente pertinente e coeso al resto del materiale.

Da rimarcare ancora una volta lo splendido lavoro di Ihsahn alla chitarra, capace anche in questa occasione di piazzare l'ennesimo solo azzeccatissimo e sentito, uno dei migliori in assoluto dell'intero album, ennesimo sprazzo di vivida luce in questo caleidoscopio di carezzevoli onde sonore.

Ci si avvia alla conclusione, e lo si fa tornando a picchiare duro, con la potente WAKE, brano finale e perfetto compendio sonoro di un lavoro dalle mille sfaccettature e dalle molteplici anime come questo.

C'è tutto, in questo brano: si va dal blast beat iniziale chiamato a supportare un arrembante quanto tenebroso riff (in bilico tra black, thrash e prog epico e tenebroso) al successivo stacco prog guidato da gustosissime chitarre dalla ritmica spezzata e tastiere dal tono siderale, dall'arioso e melodicissimo ritornello (tanto aperto e carico nel suo incedere da ricordare il lavoro del geniale Devin Towsend, fatti i dovuti distinguo in merito alle atmosfere evocate) allo straordinario e trascinante break successivo, splendido connubio di tentazioni estreme e sentori prog anni 70 (nella loro versione più acida e lisegicamente cosmica) semplicemente straordinari, dallo stacco puramente elettronico chiamato a spezzare in due la composizione alla splendida digressione strumentale che porta al nuovamente calibratissimo assolo di chitarra.

Qui dentro c'è tutto, e tutto portato ad un livello di composizione e arrangiamento semplicemente disarmante, perfetta chiusura per un disco che vive delle medesime caratteristiche lungo l'intera sua durata.

Ci troviamo di fronte all'opera di un genio musicale, ed è bene sottolinearlo.

La personalità e le capacità palesate in questo disco non si trovano facilmente in giro, ed è bene assaporarle e custodirle nel proprio animo come un tesoro prezioso, una volta che ci si imbatte.

Non si tratta certo di un disco facile: gli imput sonori qui forniti sono tantissimi, variegati ed elaborati in forme che solo la sapienza e la chiara visione musicale del compositore di questo lavoro hanno saputo coniugare in modo così organico ed armonico, creando in tal modo un sound unico, variegato e riconoscibilissimo, portato in questo disco all'ennesima potenza come mai era successo prima d'ora (benchè anche i tre album precedenti siano andati molto vicini anch'essi a raggiungere il medesimo livello), caratteristica che dona all'album le stigmate del capolavoro e lo pone fra gli highlights assoluti di questo 2018, con credenziali in grado di garantirgli, per chi scrive, insieme a The Wake dei Voivod, la palma di disco dell'anno senza remora alcuna.

Un album da avere senza se e senza ma.

Un album che racchiude in se un mondo intero.

Un'autentica opera d'arte.

 

Edoardo Goi

100/100