9 AGOSTO 2018

Tornano sul mercato nove unghi anni dopo l'ultimo full lenght All Shall Fall, datato 2009, gli storici Immortal, orfani dell'iconico frontman e chitarrista Abbath (dopo il clamoroso divorzio consumatosi nel 2015, non scevro da accuse fra le parti e diatribe legali per il copyright su monicker e logo della band) ma forti del rientro fra i ranghi dello storico chitarrista Demonaz (in questo album impegnato anche in veste di cantante) dopo la guarigione dai problemi di salute che lo costrinsero ad abbandonare lo strumento nel periodo successivo alla pubblicazione dell'album Blizzard Beasts del 1997 il quale, coadiuvato dal fido Horg (batterista fisso della band fin dal già citato Blizzard Beasts) e facendosi aiutare dal celeberrimo produttore e musicista Peter Tagtgren per quanto riguarda le parti di basso (oltre che per la produzione dell'album stesso) getta queste otto composizioni in pasto ad un pubblico che attendeva al varco questa nuova uscita (e questa nuova formazione) della band con grande curiosità, e con non poche aspettative, dopo le dichiarazioni del gruppo che promettevano un ritorno al sound dei dischi storici del combo norvegese.

Quanto c'era dunque di vero in quelle dichiarazioni così allettanti per i fan del primo periodo della band ?

Si trattava solo di specchietti per le allodole per creare attesa attorno al disco o corrispondevano all'effettiva direzione musicale del lavoro?

A conti fatti, si può dire che ci fosse molto di vero in quelle dichiarazioni, anche se chi si aspettava un ritorno in tutto e per tutto al sound di album come Pure Holocaust o Battles In The North potrebbe rimanere parzialmente deluso, in quanto, sebbene quelle influenze siano più che presenti all'interno dell'album sono altresì presenti le tendenze death/thrash che caratterizzarono il controverso Blizzard Beasts, benchè non si sfoci praticamente mai nel riffing più ricercato e melodico dell'ultimo periodo della band con Abbath alla chitarra e voce (il periodo che va da At The Heart Of The Winter a All Shall Fall, tanto per capirci) e che, anzi, tutto l'album sia caratterizzato da un approccio oscuro e grezzo che non mancherà di mandare in solluccherò gli amanti di un certo modo di intendere il suono e l'atmosfera per quanto riguarda il black metal.

Le cose vengono messe subito in chiaro dall'attacco frontale della title track Northern Chaos Gods, già conosciuta per essere stata scelta come primo singolo per il lancio dell'album, che, costruita attorno al riffing gelido e spietato di Demonaz e al lavoro potente e preciso di Horgh alle pelli, lascia letteralemente impietriti per impatto e atmosfera, oltre che deliziati per il modo in cui lo stile chitarristico caratteristico del superstite dei “fratelli” Doom Occulta ci riporta in un istante al periodo in cui il nome Immortal era sinonimo di letale, implacabile gelo e di infestante oscurità, oltre che di intrinseca epicità di cui il regno di Blashyrkh è ammantato fin dalla sua creazione.

Va altresì rimarcata l'ottima impressione che lascia la voce di Demonaz, lontana dallo stile gracchiante caratteristico del fuoriuscito Abbath, più canonica, se vogliamo, ma anche estremamente calzante con l'atmosfera che il disco intende trasmettere.

La semplicità strutturale del brano non fa che aumentarne l'impatto e facilitarne la fruizione, aiutata altresì da un refrain tanto semplice quanto ben concepito e portato che permette al brano di stamparsi immediatamente nella testa dell'ascoltatore, pur senza arrettrare di un milimetro quanto a impatto o attitudine.

Ottimo anche lo stacco centrale, giostrato su tempi più contenuti e riff che, dopo tanto tempo, tornano a far sembrare la musica degli Immortal come posseduta dagli ululati del vento artico, sprofondata in una notte senza fine.

Un inizio davvero col botto.

Il secondo brano, intitolato Into Battle Ride, schiaccia fin da subito, nuovamente, il piede sull'acceleratore, col suo riffing torrenziale che riporta la mente al lontano 1995 e all'altrettanto mitico Battles In The North (benchè il drumming pulito e preciso di Horgh si differenzi non di poco da quello marcio e approssimativo di Abbath, che si occupò delle batterie su quel disco, con risultati non esattamente soddisfacenti, ma che contribuirono a dare a quel lavoro un'aura davvero particolare e leggendaria).

Il riffing della strofa e oscuro e opprimente tanto quanto quello del ritornello risulta epicamente gelido ed evocativo, semplicemente perfetto e dannatamente avvincente,per un brano travolgente che ci fa ritrovare a questo punto dell'album già decisamente esaltati, grazie a un'accoppiata iniziale di brani semplicemente spettacolare per impatto,immediatezza e atmosfera come non accadeva da tanto tempo su un album degli Immortal (per chi scrive, fin dai tempi del succitato Battles In The North, per la precisione).

Questa straordinaria accoppiata iniziale non poteva venir bissata meglio se non con un brano della portata della successiva Gates To Blashyrkh, dove ancora una volta gli Immortal ci trasportano nel regno dominato dall'ormai leggendario corvo sulle note di un'avvicente mid tempo dal riff contenente non pochi rimandi a quello del pezzo capostipite dell'intera saga e contenuto nell'ormai pluri-citato Battles In The North, compresa l'alternanza fra gelidi riff ed evocativi arpeggi dallo spiccato afflato epico.

Splendida la prestazione vocale di Demonaz, in grado di donare spessore e profondità allo sviluppo atmosferico del brano, che si staglia da subito come uno degli highlight assoluti dell'intero lavoro, impreziosito com'è da riff di rara intensità e dal trasporto emotivo a dir poco avvincente (strepitoso quello che introduce la parte finale del pezzo, tanto fiero e maestoso nel suo palesarsi, quando travolgente e trascinante nel suo dipanarsi).

Sul punto di prorompere in una clamorosa standing ovation, veniamo travolti dal gelido riff posto a introduzione della successiva Grim And Dark, il cui incedere ci riporta ai tempi del seminale Pure Holocaust del 1993, tutt'ora apice assoluto della band di Bergen, in virtù di un connubio perfetto tra oscurità e gelidi sentori dagli spiccati connotati epici di rara presa emotiva, che il successivo sviluppo dinamico del brano non fa che rafforzare grazie all'utilizzo di porzioni up-tempo che rimandano alle cose più maestose e “bathoryane” proposteci in passato dai nostri, esaltate veppiù dalle scelte fatte in sede di produzione del disco, che si giova di suoni si nitidi e potenti, ma non eccessivamente puliti e lavorati, il che conferisce a tutto il lavoro un suono pieno, rotondo e oscuramente glaciale, in grado di conferire ai brani la giusta atmosfera in ogni frangente in cui la band si cimenti, dal più furioso al più evocativo.

Splendido il caleidoscopio stilistico da cui la band attinge per questo ennesimo brano strepitoso, graziato, come accade in tutto il resto dell'album, da un riuscitissimo refrain in grado di dare quel tocco in più di immediatezza e friubilità al pezzo e renderlo immediatamente riconoscibile e memorizzabile, per un'esperienza di ascolto e assimilazione assolutamente entusiasmante (aspetto che spesso viene trascurato, erroneamente, da molte band dedite al lato estremo della musica).

Messo a confronto col quartetto che l'ha preceduto, Called To Ice sembrerebbe palesarsi a un primo impatto come un brano decisamente più debole, riuscito e catchy ma anche parzialmente privo della gelida magia che aveva permeato il disco fin o a questo punto, ma ripetuti ascolti lo riscattano decisamente proprio per il ruolo che questo brano va ricoprire all'interno dell'album, e cioè quello di spartiacque tra le due metà di questo lavoro, entrambe caratterizzate da una rara intensità sia esecutiva che emozionale; piazzato strategicamente proprio in quel punto della scaletta, il brano permette, col suo ritmo incalzante ma controllato e il suo sviluppo semplice e diretto, un attimo di piacevole e ottimamente realizzata “tregua” (se di tregua si può parlare, visto che il brano, a conti fatti, è un discreto bombardamento sonoro) all'ascoltatore, che non mancherà di farsi trascinare senza freni da un brano che sembra costruito appositamente allo scopo, riuscitissimo refrain compreso (ma questo ormai non fa più notizia).

Si ripiomba immediatamente nelle terre del buio e del ghiaccio con la successiva, spettacolare, Where Mountains Rise, permeata senza remora alcuna da sentori vicini ai Bathory più epici e maestosi (caratteristica e influenza, questa, che accomuna l'attuale formazione degli Immortal con il lavoro del transfugo Abbath, e che in effetti ha fatto spesso capolino anche nei lavori concepiti dalla formazione storica del gruppo), il tutto fatto opportunamente proprio mediante abbondanti inserti di black metal tipicamente primi anni 90, per un pezzo che parte cadenzato e fiero, introdotto da un evocativo arpeggio, e si sviluppa su tempi medi su cui riff monolitici e vocals ispiratissime (splendida anche in questo caso la prestazione di Demonaz dietro il microfono, una vera, continua sorpresa) hanno gioco facile nel condurci in paesaggi innevati, gelidi e maestosi, soggiogati da forze immensamente potenti e antiche, prima che una non parossistica accelerazione finale porti il brano su lidi ancor più minacciosi e opprimenti, da dove ogni possibilità di mediazione sensoriale sembra essere bandita, e tutto è notte,vertigine e gelo.

Un altro pezzo-gioiello.

Si parte subito a tavoletta con la successiva Blacker Of Worlds e il suo riff,a metà strada tra gli Immortal di Battles In The North e quelli maggiormente imbastarditi con thrash e death di Blizzard Beasts. Demonaz sputa veleno e oscurità, fornendo l'ennesima prova convincente dietro il microfono, e la band dimostra ancora una volta la facilità con la quale è in grado di comporre brani impattanti, senza fronzoli e dannatamente efficaci che riescono a risultare estremamente piacevoli, godibili e freschi nonostante l'utilizzo di canovacci compositi piuttosto uniformi lungo tutta la durata del disco.

Una cosa che non manca mai nella tavolozza cui il gruppo ha attinto nella fase di composizione di questo lavoro è l'epicità di fondo che ne permea ogni solco; non fa eccezione questa traccia che, pur essendo una delle più aggressive del lotto, mantiene una sensazione di oscuro lirismo dalla carica evocativa spiccata in ogni suo frangente, dalla strofa devastante, al refrain ancora una volta efficacissimo, al rallentamento che guida il pezzo verso la sua conclusione, per un altro centro pieno di questo disco finora sinceramente entusiasmante.

L'album si conclude con un'altra capatina nel regno di Blashyrkh con l'epicissima Mighty Ravendark, spettacolare mid tempo dal portamento fiero e incalzante che, graziata da uno dei refrain più riusciti di un disco in cui la “forma canzone” è un valore aggiunto al risultato finale e ogni singolo refrain è stato curato e valorizzato in modo spettacolare in modo da rendere ogni brano immediatamente riconoscibile e unico all'interno della tracklist, spicca da subito, oltre che come brano più lungo dell'intero lotto (si superano i nove minuti di durata), anche come uno dei più accattivanti, grazie a riff splendidi, melodie insinuanti e di grande presa e una struttura semplice ma ben concepita in grado mantenere l'attenzione e il pathos lungo tutto il dipanarsi del pezzo.

Molto bella, in tal senso, la parte centrale del brano che, introdotta da un evocativo arpeggio di chiaro stampo Immortal, prosegue come un low tempo dalla carica evocativa debordante, con chitarre epicissime e un'atmosfera generale estremamente maestosa, prima il riff portante del pezzo riprenda il controllo del brano per condurlo, sfumando in un oscuro arpeggio, verso la sua conclusione, per un altro pezzo da applausi a scena aperta con tanto di standing ovation finale, trattandosi della fine non solo di questo brano,ma dell'intero album.

Rimane poco da aggiungere a quanto già espresso.

Gli Immortal, nella loro attuale incarnazione, si giocavano moltissimo con questa uscita che, non fosse stata all'altezza non solo del loro passato, ma anche del lavoro prodotto dall'ex dal dente avvelenato Abbath, avrebbe potuto decretarne forse la fine.

Invece Demonaz e Horgh hanno lavorato duro e hanno messo sul piatto un album strepitoso che, per chi scrive, si piazza senza dubbio alcuno al fianco della mitica triade iniziale della band, e li riporta con forza fra i nomi di punta dell'intera scena per qualità espressa, e non per meriti pregressi.

Un album che soddisferà senza dubbio i vecchi fan della band, soprattutto quelli più legati ai primi dischi della discografia dei nostri, e che potrebbe riavvicinare al gruppo molti dei fan allontanatisi dopo la svolta di At The Heart Of The Winter, grazie a un approccio “grim and dark” assolutamente congruo ed entusiasmante.

Insomma, bentornati, Immortal.

 

 Edoardo Goi

95/100