17 LUGLIO 2018

Erano in molti ad attendere al varco i Marduk di Morgan & Co. dopo il successo riscosso dal precedente full lenght Frontschwein, datato 2015, album che aveva riportato in alto nelle preferenze dei seguaci della scena black il nome dello storico combo svedese dopo un periodo di riscontri ondivaghi che neppure l'ottimo Serpent Sermon, uscito nel 2012, era riuscito a rendere unanimamente favorevoli, con i detrattori che accusavano l'album di insistere troppo sulla melodia a discapito della ferocia che da sempre viene associata al nome “Marduk” e che andavano ad aggiungersi alla schiera di detrattori “storici” che mai hanno digerito il nuovo corso della band, che ha visto la sostituzione dietro al microfono dello storico frontman Legion col subentrato Mortuus, leader degli oscuri Funeral Mist, dove opera tutt'ora usando lo pseudonimo di Arioch (va detto, a onor del vero, che neanche l'acclamato Frontschwein riuscì nell'intento di silenziare del tutto questa agguerrita falange di detrattori di lungo corso, benchè abbia fatto vacillare la posizione di molti). L'attesa è finita il 22 giugno 2018, data di relase di questo nuovo capitolo della discografia della band di Norrkoping ,con un album destinato nuovamente a far discutere fans e critica in virtù di un approccio alla composizione e, soprattutto, alla produzione piuttosto diversi rispetto a quelli che aveva caratterizzato il precedente lavoro. D'altra parte, l'immagine di copertina scelta per questo nuovo album sembra volerne mettere subito in chiaro le linee guida, con la sua austera essenzialità e il suo richiamo ai temi e all'iconografia di stampo bellico che da lungo tempo caratterizzano in modo peculiare l'immagine e la produzione musicale della band di Morgan Hakansson, affiancato anche in questa occasione, oltre che dal già citato Mortuus alla voce, dai fidati Devo al basso (oltre che responsabile della registrazione dell'album, come accade fin dalla sua entrata in seno alla band) e Fredrik Widigs alla batteria, autore anche stavolta di una prova magistrale per potenza e tiro che lo conferma una volta di più come uno dei batteristi di punta dell'intera scena black, sia attuale che passata (se volete ulteriori prove riguardo a questa affermazione, provate a dare un ascolto alle prestazioni fornite, oltre che coi Marduk, con i vari Nordjevel, The Ugly e Kadeverdisiplin, tra gli altri). Se la copertina non fosse stata sufficientemente rivelatrice riguardo al contenuto dell'album, ci pensa l'intro dell'opener Werwolf a mettere definitivamente in chiaro le cose, con le sue sirene da allarme antiaereo a stagliarsi inquietanti sul percussivo e martellante incedere della band, prima che il brano esploda guidato da un trascinante riff dal gusto decisamente black& roll (cosa che ha generato più di qualche ipotesi di influenza latente esercitata su Morgan dalla sua militanza negli horror-punk metallers Death Wolf), caratteristica che non abbandonerà il brano nell'intera sua (breve) durata, compreso il trascinante e insistito refrain, per un'opener tanto diretta quanto inusuale per la band, che da sempre ci ha abituato a piazzare a inizio album brani estremamente veloci, ma che qui affida il compito a un brano sì trascinante, ma dall'incedere decisamente più contenuto del solito, che si assesta su un roccioso up-tempo lineare nell'andamento ed essenziale nella forma, rivelando una delle caratteristiche fondamentali dell'album, cioè l'essenzialità. Niente orpelli inutili o pezzi allungati per fare minutaggio,in questo disco si punterà dritto al sodo nel modo più crudo e radicale possibile, il che ci porta alla seconda caratteristica peculiare dell'album, questa volta riguardante la produzione. A tanta essenzialità compositiva corrisponderà infatti un'altrettanto accentuata essenzialità a livello di suoni, con una produzione asciutta, naturale ed estremamente organica in grado di rendere le atmosfere dell'album ancora più oscure e “reali”, di una crudezza quasi tangibile, molto in controtendenza rispetto alle pompatissime e ipercompresse produzioni che imperversano oggigiorno, andando a stagliarsi come valore aggiunto di un album che fin da subito si rivela in tutta la sua fredda, spietata intransigenza con un pezzo che, probabilmente, costerà alla band ancora qualche critica da parte di chi vede nel loro concept una malcelata apologia di nazismo (Werwolf era infatti il nome di un reparto di commando tedesco istiutito negli ultimi mesi della seconda guerra mondiale col compito di affettuare operazioni di guerriglia e sabotaggio ai danni degli Alleati abitualmente operante dietro le linee nemiche, ed è appunto di questo reparto che si parla nelle liriche del brano in esame). L'opener scorre talmente in fretta che quasi si viene sorpresi dall'attacco frontale della successiva June 44, brano nuovamente a sfondo bellico, com'è facilmente intuibile dal titolo (qui si parla dello sbarco in Normandia), dall'incedere stavolta guidato da un blast beat furibondo e implacabile sul quale il riffing asciutto e letale caratteristico di Morgan ha gioco facile nello sbaragliare qualunque difesa posta in essere dall'ascoltatore andando a colpire immediatamente durissimo e a fondo, senza alcuna pietà. La strofa si rivela maggiormente articolata dal punto di vista ritmico, giocata com'è su stop and go letali perfetti nell'esaltarne l'aggressività, e tappeto perfetto per le vocals di un Mortuus semplicemente ferale nella sua interpretazione (ribadendo una volta di più che le critiche a lui rivolte sono frutto più dell' intransigente fedeltà di alcuni vecchi fan nei confronti del cantante storico Legion che di effettive lacune nel suo modo di cantare), mentre da applausi a scena aperta è lo sviluppo successivo del brano, quando i blast beat lasciano spazio a porzioni più ariose ed evocative dove la voce quasi pulita, benchè declamata, di Mortuus fa raggiungere al brano vette emotive di livello assoluto. Splendido e tremendamente efficace anche il lavoro di Morgan alla chitarra, in grado di caratterizzare in modo perfetto sia le parti del brano più efferate che quelle maggiormente epiche,grazie a un lavoro di tessitura melodica essenziale quanto ficcante, per un brano solo apparentemente votato alla furia cieca, ma che denota invece un interessante lavoro svolto in fase di arrangiamento, sia dal punto di vista melodico-armonico che ritmico, in grado di valorizzarlo e renderlo longevo e interessante senza fargli perdere un'oncia di impatto ed aggressività. E' pura furia cieca quella che ci investe invece con la successiva Equestrian Bloodlust (narrante le gesta della divisione di cavalleria Florian Geyer delle SS impegnata durante la seconda guerra mondiale nella lotta antipartigiana e distantisi per efficacia ed efferatezza), traccia che azzanna alla gola l'ascoltatore fin da subito per non mollarlo più lungo l'intera durata del brano, senza però rinunciare a mirate tessiture melodiche (d'altra parte il black metal di stampo svedese ci ha abituato da sempre alla sua peculiarità di inserire sottili melodie anche nei riff più efferati) fondamentali per far si che il brano non si riduca a un semplice cazzotto nello stomaco, ma abbia anche un impatto emotivo più profondo nell'immaginario dell'ascoltatore. La violenza furibonda di questo brano mette in luce un'altra delle caratteristiche fondamentali di questo album, che, per approccio e concept, potrebbe far pensare di trovare al suo interno abbondanti se non preponderanti riferimenti ruffiani al celeberrimo e celebratissimo Panzer Division Marduk che grande segno ha lasciato nella storia del black metal mondiale, mentre invece, a conti fatti, della feralità belluina di quell'album si trova ben poca traccia in questo Viktoria, dove anche i momenti più feroci sono caratterizzati da una ricerca atmosferica spiccata e mortifera che invece in PDM era pressochè assente, votato com'era alla distruzione totale. I tempi rallentano drasticamente con la successiva Tiger I (nome identificativo di uno dei Panzer più iconografici in dotazione all'esercito tedesco durante la seconda guerra mondiale) che, col suo riff tagliente, pachidermico e implacabile ha gioco facile nel ricordarci la marcia inesorabile della macchina di morte cingolata decantata nelle liriche del brano; riff che ascrive da subito questo pezzo all'ormai lunga tradizione di granitici mid tempos nella discografia dei Marduk al fianco di pezzi quali Dracul Va Domni Din Nou In Transilvania o The Levelling Dust, dimostrando una volta di più quanto questa band sia in grado di scrivere pezzi grandiosi anche senza dover andare per forza a mille all'ora. L'incedere del brano è marziale,lento e soffocante, scandito da martellanti stacchi che avvicinano il pezzo a sentori quasi industrial, tale è la “meccanicità” greve e metallica da essi evocata, e l'accelerazione finale non può non farci pensare alla tempesta di fuoco e devastazione che questa macchina portava sui campi di battaglia. Un brano splendido, piazzato strategicamente a questo punto dell'album in modo da dare all'ascolto dinamica e pluri-dimensionalità, compito che assolve in modo impeccabile in virtù di una qualità e una presa atmosferica sinceramente esaltanti, e che inizia a farci sorgere il sospetto che i Marduk siano riusciti a sfornare un gioiellino di album in grado di mettere finalmente d'accordo fan vecchi e nuovi, grazie alla grande compattezza che pian piano l'album va rivelando. L'ascolto prosegue con la devastante Narva (nome di una celebre campagna militare che vide contrapporsi forze russe e tedesche sul fronte estone nel 1944 e conclusasi con la sconfitta delle armate tedesche, con perdite ingentissime su ambo gli schieramenti), tipico brano “d'assalto” alla Marduk giocato su tempi velocissimi e vocals assassine, reso ancor più intenso da stacchi marziali e aperture melodiche dall'afflato epico spiccato e battagliero che donano al pezzo un ottimo sviluppo dinamico e una grande presa emotiva, calandoci con sapienti pennellate sonore nel bel mezzo del campo di battaglia,fra esplosioni, aneliti di eroismo e sentori di morte imminente. Un altro brano riuscitissimo e ferale, bissato dalla successiva The Last Fallen, il cui inizio cadenzato e marziale tradisce la natura assassina e feroce della strofa che andrà a seguire, questa sì vicina alle sonorità del già citato Panzer Division Marduk, la cui ferocia è però smorzata da rallentamenti ancora una volta calibratissimi ed estremamente funzionali nel rendere il pezzo vario e interessante, così come estremamente funzionali risultano le ormai caratteristiche tessiture melodiche evocativamente epiche di cui l'album è disseminato, che formano un formidabile trait d'union fra i vari brani donando una sensazione di estrema continuità atmosferica all'intero lavoro, che appare sempre più coeso e focalizzato man mano che le tracce si susseguono. Con la successiva title track Viktoria (il cui testo sembra incentrato sulla figura dei giovani tedeschi della Gioventù Hitleriana arruolatisi prestissimo tra i ranghi dell'esercito dei Reich animati da un'isaziabile sete di gloria e da un'inattacabile fede nella vittoria finale) si arriva a uno degli highlight assoluti dell'album. L'impatto cinetico del pezzo è semplicemente devastante, da ko immediato, con una band che sembra compiacersi sadicamente nel ridurre in cenere tutto ciò che trova sul suo cammino, ascoltatore compreso, spingendo a fondo sul pedale dell'acceleratore così come sul piano della ferocia per un brano tirato allo spasimo e nuovamente accostabile alle cose più efferate e furibonde partorite dalla band, graziato da un refrain riuscitissimo e uno splendido bridge atmosferico in cui è il basso a prendersi la scena con fraseggi tanto semplici quanto evocativi, in grado di coniugare fierezza e oscuri presagi in modo semplicemente perfetto per un brano che promette sfracelli dal vivo, e che già su disco lascia l'ascoltatore tramortito e senza fiato. Una vera bomba sonica, provare per credere. Si picchia ancora duro con la successiva The Devil's Song, ma con un approccio decisamente meno furibondo e maggiormente oscuro, un po' più “old school”, se vogliamo, e quindi ci troviamo si bombardati da un pezzo di grande impatto, ma anche avvolti da un'onnipresente atmosfera mortifera e pregna di sentori oscuri che calza a pennello con le immagini evocate dalle liriche del brano, incentrate sulla fratellanza consacrata alla morte e alla guerra delle Waffen SS, di cui “ La Canzone Del Diavolo (Teufelslied, nota anche come SS Marschiert In Feidesland)” era uno degli inni più famosi. Ed è proprio un sentore da inno ciò che le chitarre di Morgan sembrano evocare nel magistrale refrain, mentre nella cadenzata parte centrale non è difficile immaginare battaglioni in marcia senza sosta con l'unico scopo di portare morte e distruzione sul mondo intero. Il brano mantiene la sua connotazione old school per tutta la sua durata, con soluzioni che rimandano alla prima fase della carriera dei nostri, pur mantenendo inalterata l'asciuttezza dei riff che ne ha caratterizzato il percorso da Panzer Division Marduk in poi, e si impone come ennesimo highlighth di un album che non sembra davvero conoscere cedimento alcuno, e che si conclude con la cadenzata,inesorabile Silent Night, il cui incedere lento sembra imprigionare sempre di più l'ascoltatore in una morsa d'acciaio, costringendolo a condividere il fato dei protagonisti del testo del brano, che parrebbe riferirsi alla fallimentare conclusione dell'offensiva tedesca delle Ardenne, sancita proprio nel giorno di Natale del 1944 dal blocco dell'avanzata tedesca e il passaggio alla controffensiva da parte degli Alleati. L'atmosfera del brano è soffocante e la band, grazie anche all'oculato utilizzo di raggelanti sinth, si dimostra maestra nell'evocare le immagini di morte, distruzione e sconfitta di cui il pezzo vuole farsi portatore, così come si dimostra impeccabile nel rendere quasi tangibili le sensazioni di ineluttabilità nel destino di uomini stritolati dalle maglie della storia e dalla loro stessa fede cieca in visioni di dominio e trionfo descritte nelle liriche. Un brano tanto monolitico quanto efficace,chiusura perfetta di un album dall'atmosfera intensissima dalla prima all'ultima nota, in cui non si ravvisa il benchè minimo calo di tensione e che vede ogni singolo componente della band sugli scudi con prestazioni di rara efficacia e ferocia (compreso il tanto discusso Mortuus, autore di una prova semplicemente impeccabile sotto ogni punto di vista, e in grado di far ricredere con questo lavoro anche i più suoi acerrimi detrattori). Un album che va ad aggiungersi ai capolavori di cui è costellata la discografia dei Marduk, piazzandosi ai vertici della loro produzione senza temere in alcun modo il confronto con le pietre miliari del passato (pur mancandogli forse la varietà di soluzioni propria di album come Those Of The Unlight o Opus Nocturne, apici assoluti della discografia di Morgan & Co.per chi scrive, ma forte di un'efficacia espositiva e di una centratura complessiva che forse in quegli album non era così spiccata) e che potrebbe finalmente riportare il gruppo svedese al posto che gli compete nella scena black, e cioè non solo quello di imprescindibile band storica, ma anche quello di band in grado di portare avanti il genere con qualità, competenza e attitudine. E credetemi, in questo album di qualità, competenza e attitudine ne troverete a pacchi. Un album imperdibile, un vero capolavoro, per di più con un titolo azzeccatissimo.

 

Edoardo Goi

95/100