28 FEBBRAIO 2019

Avere l'opportunità di parlare di una band del calibro degli OPERA IX incute sempre un po' di timore reverenziale.

La storia e il vissuto di band di questo livello sono infatti di tale spessore e importanza da instillare istantaneamente nell'animo dell'umile scribacchino la necessità di approcciarsi a tale impegno con una dose di concentrazione e preparazione supplementare, per non rischiare di dimostrarsi non all'altezza del compito assegnatogli.

Qui, in particolare, parliamo di una band fondata in Piemonte, e più precisamente a Biella, nel lontano 1988, balzata agli onori delle cronache fin dal leggendario debutto The Call Of The Wood del 1994 e che ha consegnato alla storia del black metal italiano e non, oltre che un sound unico e peculiare, almeno due dei suoi componenti storici: il chitarrista e fondatore Ossian e la cantante con la quale hanno raggiunto la fama, Cadaveria, fuoriuscita dalla band dal 2001 per intraprendere una fortunata e longeva carriera solista (mentre il batterista storico Flegias avrebbe avuto modo di entrarvi in modo clamoroso diventando il frontman dei riformati Necrodeath nel 1999, anno di pubblicazione dell'osannato come-back Mater Of All Evil).

Va da se che, date le premesse, trovarsi ad avere l'occasione di trattare il primo album di inediti della band dai tempi di Strix-Maledictae In Aeternum, pubblicato nell'ormai lontano 2012, un certo senso di responsabilità lo fa sentire.

Per i medesimi motivi, ovviamente, a detto senso di responsabilità si accompagnano l'esaltazione e la curiosità di poter approfondire, esaminandolo nel dettaglio, un lavoro tanto atteso e da più parti bramato, dopo il ritorno sulle scene segnato dall'uscita della raccolta Back To Sepulcro del 2015, contenente vecchi brani riregistrati e l'ottimo inedito Consacration, dopo il quale, però, della band si erano nuovamente perse le tracce, impelagata negli ennesimi cambi di line-up.

E' quindi doveroso, innanzi tutto, fare un po' il punto sulla formazione autrice di questo disco, la cui continuità storica è garantita dall'imprescindibile presenza, quale figura centrale nonché songwriter di riferimento, di Ossian alla chitarra, in questa occasione nuovamente affiancato dai fidi M:A Fog alla batteria e Alexandros alle tastiere, mentre si segnalano le new entry Charon al basso e, soprattutto, Dipsas Dianaria alla voce, nuova voce femminile, subentrata ad Abigail Dianaria dopo la lunga parentesi che ha visto il posto di cantante affidato alla voce maschile di M. (al secolo, Marco De Rosa, scomparso nel 2017).

Chi segue la band fin dai suoi esordi sa quali sono i temi di riferimento ad essa più cari: occultismo, stregoneria, magia e antiche tradizioni sono da sempre alla base del percorso artistico della band italiana, e questo album non fa eccezione, trattandosi di un lavoro incentrato sulla figura della dea Aradia (figlia di Lucifero e Diana, scesa sulla terra per insegnare ai contadini la stregoneria in modo da permettergli di opporsi ai signori feudali e all'ingerenza della Chiesa Cattolica) e sul Vangelo Delle Streghe, opera datata 1899 e scritta dallo studioso inglese Charles Godfrey Leland, che a sua volta affermò di avere ricevuto il manoscritto originale da una strega italiana di nome Maddalena nel 1886.

Detto manoscritto contiene l'intera dottrina della stregoneria italiana, e descrive, attraverso i vari capitoli, origini, credenze, rituali e incantesimi di un'oscura tradizione religiosa toscana su cui l'intera suddetta dottrina pagana si poggia (è questo uno dei testi cui si sono ispirate le dottrine neopagane della Wicca e della Stregheria).

Un concept che più calzante non si potrebbe, per una band come gli Opera IX, concretizzatosi nel 2018 sotto l'egida dell'attivissima Dusktone Records e intitolato THE GOSPEL (Il Vangelo, appunto).

A spalancarci le porte di questa affascinante opera ci pensano le evocative note di tastiera e chitarra pulita della title track THE GOSPEL il cui inizio, costruito su uno splendida progressione in crescendo cui i vari strumenti contribuiscono implementandone il costrutto sonoro e strutturale subentrando uno alla volta fino a completare un affresco musicale di grande tensione e intensità, ci guida magistralmente nelle atmosfere magiche e tenebrose del disco per poi precipitarci del tutto al loro interno una volta che il brano esplode definitivamente in un mid-tempo dai connotati tanto sinfonici quanto oscuri.

L'impressione, immediata, è che la band abbia voluto riappropriarsi dello stile che l'aveva contraddistinta nei suoi primi album, e quindi un black metal corposo, strutturato, oscuro e melodico, non privo di arrangiamenti maestosi ma rifuggente ogni possibile ridondanza, il tutto ammantato da spiccati sentori occulti e pagani, ma senza rinunciare a far tesoro né delle sonorità più eleganti di un album come The Black Opera, né a quelle più epiche di Anphisbena, né tantomeno a quelle più avvolgenti dell'ultimo Strix-Maledictae In Aeternum; sonorità che andranno ad arricchire questo brano così come il resto dell'album, contribuendo in modo sostanziale alla creazione di un flusso sonoro multisfaccettato e di grande profondità, allo stesso tempo vario e compatto.

E' altresì evidente quale peso abbia nel processo compositivo della band l'influenza del dark sound tipicamente italiano, presente a livello di sfumature all'interno dell'intero costrutto sonoro della band, e concretizzato soprattutto nei vari passaggi puliti, sia di voce che di chitarra, che nella costruzione delle parti di tastiera; influenza da sempre alla base dell'evoluzione musicale della band e in grado, da sempre, di donare alla stessa un sound dall'impatto emotivo assolutamente unico e personalissimo.

Il brano in questione si dipana così fra momenti più maestosi ed altri più efferati, in uno sviluppo strutturale molto ricco che prevede più di qualche apertura dai tratti smaccatamente occulti e dark, il tutto impreziosito da una prestazione assolutamente convincente della nuova entrata Dipsas Dianaria alla voce, sia nei momenti più feroci che in quelli che richiedono un'interpretazione dal pathos più spiccato.

Davvero un ottimo inizio.

Vale, peraltro, la pena di spendere due parole sulla produzione dell'album, realizzata, sia per quanto riguarda la registrazione che la masterizzazione, presso i Music Ink Studios di Federico Pennazzato e presso gli Occultum Studios di proprietà del chitarrista Ossian e del bassista Charon; produzione che si rivela corposa, nitida e profonda, priva dei modernismi sonori che tanto tendono ad appiattire le produzioni in serie che infestano il mercato ma al contempo assolutamente impattante e curata, costruita su suoni potenti, avvolgenti ma al contempo naturali e pregni di pathos, rivelandosi fin da subito come un valore aggiunto per l'intero album.

Si prosegue con l'ancor più oscura e magniloquente CHAPTER II, brano che, insieme al precedente e al successivo Chapter III, raccoglie la narrazione contenuta nei primi capitoli del summenzionato Vangelo Delle Streghe concernente la venuta sulla terra di Aradia, e lo fa tratteggiando un costrutto sonoro di grandissimo impatto emotivo, edificato attorno a tastiere solenni e riff di chitarra scuri e pesanti, il tutto corroborato da voci tanto aggressive quanto salmodianti e adagiato su un low-tempo dai tratti doomeggianti e sofferti, prima che un' improvvisa accelerazione conduca il brano su lidi non lontani da quelli evocati dalla band in un disco come Maleventum.

Il brano si dimostra, come il precedentemente, decisamente strutturato e vario, zeppo di saliscendi emotivi e dinamici di grande impatto, in grado sia di colpire in modo immediato l'immaginario dell'ascoltatore che di farsi portatore di dettagli e sfumature che solo ripetuti ascolti sapranno svelare.

Colpiscono soprattutto gli stacchi rallentati, ammantati di una maestosità e di una magniloquenza davvero straordinarie, così come la capacità palesata dalla band di rendere la propria musica molto “visuale”, grazie a soluzioni sonore ottimamente studiate al fine di rendere l'esperienza di ascolto, unitamente a quella di approfondimento del concept, il più possibile totalizzante; compito che gli Opera IX portano a termine in modo dannatamente efficace.

Sono eteree tastiere, unitamente a cori dal sapore sacrale, a introdurci alla successiva, sorprendente, CHAPTER III; è, infatti, quasi inaspettato il modo in cui Dipsas si insinua nel brano utilizzando una voce pulita straordinariamente evocativa, donando all'intero dipanarsi del brano un'atmosfera magica e notturna assolutamente strepitosa;

stile vocale che la cantante userà anche nel resto del brano, alternandolo al suo classico e ferale scream. In un gioco di chiaroscuri assolutamente riuscitissimo e affascinante.

Il pezzo stesso sarà un saliscendi emotivo continuo, fra parti dai toni maestosamente dark, esplosioni black in classico stile Opera IX, rallentamenti al limite del doom e parti riconducibili al black metal sinfonico anni 90 assolutamente deliziose e rifuggenti ogni accusa di tronfiezza, mentre spettacolare risulta lo stacco centrale dai toni swing che, unitamente al carattere oscuro della composizione, donano alla stessa un'atmosfera assolutamente particolare e vincente.

E' ancora lo voce pulita ad accoglierci alle porte della successiva THE MOON GODDESS, pezzo che, narrativamente parlando, si distacca dalla trilogia iniziale dell'album ma che, a livello atmosferico, vi rimane comunque strettamente legato; caratteristica questa che ricorrerà lungo l'intero lavoro, che si dimostrerà, a conti fatti, quasi un corpus unico, a livello atmosferico: un tratto assolutamente essenziale, per un concept come questo.

Il brano in questione si rivela, almeno inizialmente, come maggiormente diretto e compatto rispetto ai pezzi che lo hanno preceduto, costruito com'è attorno a un trascinante up-tempo dai tratti spiccatamente sinfonici, torrenziale nell'esposizione quanto semplice nello sviluppo, graziato da un efficacissimo lavoro delle tastiere e sostenuto da una sezione ritmica solidissima e compatta, salvo riservare l'ormai consueta varietà strutturale e timbrica per la sua parte centrale, mentre il finale si fa portatore di una carica evocativa maestosamente occulta dalla presa emotiva immediata sinceramente entusiasmante.

E' un riff di chitarra dai connotati profondamente doom a sprofondarci nell'atmosfera della successiva HOUSE OF THE WIND; connotati doom che andranno a caratterizzarne l'intera prima parte, supportati da tastiere debordanti quanto affascinanti e ricche di pathos e trasporto emotivo, splendido tappeto per le liriche ancora una volta magistralmente interpretate da Dipsas, che si dimostra, con lo scorrere dell'album, cantante assolutamente solida e perfettamente calata all'interno del suono degli Opera IX.

La parte centrale del pezzo, splendidamente in stile black anni 90 (coi suoi rimandi al riffing classico delle scene più mediterranee come quella italiana e quella greca, straordinari calderoni di soluzioni e intuizioni musicali impareggiabili), ne arricchisce la struttura donando dinamismo e vivacità,prima che siano i tratti doom iniziali a riprenderne in mano le redini, conducendolo in porto in modo assolutamente magistrale.

Tastiere quasi barocche dai forti sentori di clavicembalo, adagiate su un torrenziale riff in tremolo picking, ci accolgono all'inizio della successiva THE INVOCATION, pezzo dai rimandi classic-power (benché virati in senso oscuro e black) piuttosto marcati, resi ancor più efficaci da sporadiche incursioni in territorio black tout-court e da passaggi cadenzati dall'afflato cupamente epic di grande effetto e presa emotiva.

La band si dimostra, in questa occasione, davvero maestra nel saper infondere il suo tocco personale a una composizione che più di ogni altra nel corso di questo lavoro si avvicina a concetti e soluzioni più vicine al metal classico che alla musica estrema, riuscendo a donare, con apparente semplicità, una non indifferente varietà stilistica all'intera opera.

Va rimarcato, peraltro, anche il modo in cui tutta la band, anche in questo frangente stilisticamente più borderline, si muova come un corpus compatto e unico, dando una sensazione di compattezza e unità di intenti e di visione musicale davvero inscalfibile.

Un brano efficacissimo e assolutamente coerente col concept e col flusso emozionale e musicale dell'album, del quale si rivela come uno degli highlight indiscussi.

E' un riff nuovamente figlio del miglior doom a inaugurare la successiva, straordinaria, QUEEN OF THE SERPENTS, invocazione alla dea Diana quale regina delle streghe, resa veppiù pregna di pathos da un'interpretazione ancora una volta magistrale da parte della cantante Dipsas e dall'uso, nel ritornello, dell'italiano; l'intero pezzo ha un tono sacrale prominente e incisivo, interamente giostrato su tempi lenti e arrangiamenti salmodianti e avvolgenti, nei quali spicca il lavoro assolutamente perfetto svolto da Alexandros alle tastiere, strumento che domina il brano in modo indiscusso e imprescindibile.

La durata del brano, che si rivela essere la più contenuta dell'intero lavoro, gli permette di risultare efficace e impattante nonostante la sua natura dilatata e la sua struttura semplice e ripetitiva; un altro centro pieno, perfetta entrée musicale per la successiva CIMARUTA, pezzo che si discosta leggermente dal concept, non essendo legato al Vangelo Delle Streghe se non per il suo simbolismo (si parla qui infatti di un antico talismano, costituito da un ramo di ruta, un fiore di verbena, una luna, un simbolo fallico e la chiave di Ecate, posti ai vertici di un pentagramma, come forma di protezione da ogni male dalle seguaci di Diana, le dianare, appunto), ma che lo fa esclusivamente a livello lirico, rivelandosi invece il comparto musicale perfettamente coerente al flusso musicale dell'opera.

Ci troviamo nuovamente di fronte a un brano dalla struttura complessa e variegata, caratterizzato da un inizio dai tratti gotici, giocato su voci ora sussurrate, ora pulite, chiamate a stagliarsi su arrangiamenti di tastiera tenebrosi ed eleganti, così come elegante risulta il successivo decollare del brano, porzione in cui le tastiere ricoprono ancora un ruolo centrale, prima che siano i riff di chitarra di Ossian a prendere il controllo del pezzo, portandolo su lidi black di maggiore impatto e cattiveria.

La band si diletta, come detto, ad arricchire la struttura del brano di numerosi stacchi e cambi di intensità e atmosfera, andando di volta in volta a lambire territori più pesanti e compatti e altri non lontani da un certo melodic-symphonic black tipicamente anni 90, quando non vicini ancora una volta a sentori gotici, in un turbinio controllato di situazioni sonore che non fa però perdere compattezza ed efficacia a un altro brano decisamente riuscito e convincente.

E' pura efferatezza black quella che ci accoglie all'esplosione della conclusiva SACRILEGO, brano che stavolta si discosta in modo deciso dal concept lirico dell'album, essendo basato non sul Vangelo Delle Streghe, bensì sulla Pharsalia del poeta Lucano e, più nello specifico, su un rito negromantico riferito alla maga Eritto ivi descritto.

L'inizio del pezzo, come detto, è furioso, scellerato e impattante, perfetto nel riportare lo sviluppo dinamico dell'album su picchi di assoluta aggressività, scelta assolutamente azzeccata e che contribuisce in modo determinante alla longevità e all'impatto generale dell'opera nel suo complesso.

La band non manca, poi, di implementare la struttura del brano con porzioni più controllate ed evocative, costruendo una struttura nuovamente complessa e multisfaccettata che vede il pezzo passare dalla furia iniziale a momenti più cadenzati ed evocativi, quando non addirittura in territori dominati da una magniloquenza debordante, per poi concludersi magistralmente sui rumori di un imminente temporale che ci riconsegnano al mondo reale dopo un'esperienza sensoriale assolutamente totalizzante, dono di un album ispiratissimo dove la “necessità creativa” è talmente evidente da portare l'ascoltatore al totale abbandono sensoriale lungo l'intero dipanarsi dello stesso.

E' inutile dilungarsi ulteriormente nella descrizione di questo lavoro; siamo di fronte un come-back assolutamente clamoroso, magistralmente realizzato e minuziosamente curato fin nei minimi dettagli, che non potrà non mandare in visibilio i fan della band e che ogni appassionato di musica oscura, esoterica e graffiante non potrà non apprezzare.

La band non avrebbe potuto davvero festeggiare meglio i suoi 30 anni di attività.

Bentornati, e cento di questi giorni, Opera IX.

Imperdibile.

 

Edoardo Goi

90/100