4 OTTOBRE 2018

Dire semplicemente che vi fosse “molta attesa” da parte dei fan nei confronti di questa nuova prova sulla lunga distanza dei canadesi VOIVOD sarebbe più che un eufemismo:

sarebbe l'apoteosi dell'ignavia;

La consacrazione dello svilimento;

Il trionfo della banalità.

Per i fan e gli estimatori degli alieni nordamericani questo era senza dubbio il disco più atteso dell'anno.

Attesa che, peraltro, era diventata addirittura febbrile dopo la pubblicazione dei primi singoli estratti dal disco sulle maggiori piattaforme musicali telematiche, salutata da reazioni entusiastiche che sfociavano talvolta nel puro fanatismo.

La qualità dei suddetti era infatti parsa da subito di livello assoluto, il che, sommato all'ottima prova fornita col precedente Target Earth del 2013 e il significativo passo in avanti fatto registrare con i brani contenuti nell' ep Post Society del 2016, aveva paventato fin da subito la possibilità che il nuovo nato in casa Voivod avrebbe potuto portare le stigmate del capolavoro.

C'era inoltre molta curiosità nel voler testare in un lavoro completo la nuova line-up, già vista all'opera sul già citato Post Society (ep che vedeva l'avvicendamento fra lo storico bassista Jean-Yves “blacky” Theriault con il nuovo arrivato Dominique “Rocky” Laroche), ma ancora mai chiamata alla prova del full- lenght.

Curiosità che risultava veppiù marcata in quei fortunati che avevano potuto toccare con mano le potenzialità e l'affiatamento di questa formazione nelle date tenute a supporto del più volte citato ep, date in cui la band aveva palesato uno stato di forma a dir poco strepitoso.

Fu infatti in corrispondenza di dette date, che toccarono anche l'Italia in locali di piccole dimensioni a volte in località piuttosto insolite (chi scrive li vide in un locale piuttosto strano, un po' una via di mezzo tra un salotto, un garage e una sala da concerto, ma con un'acustica inaspettatamente ottima, sulle colline attorno a Conegliano Veneto), che si ebbe la netta sensazione che la band originaria del Québec stesse vivendo una seconda giovinezza, tale era l'entusiasmo dimostrato dai musicisti nel suonare la propria musica assolutamente unica, sia per il proprio pubblico che, in primis, per loro stessi, tanto che ci fu chi (compreso il sottoscritto) iniziò a chiedersi che cosa sarebbe successo se la band fosse riuscita a riversare tutto quell'entusiasmo debordante tra i solchi di un nuovo album.

La risposta è arrivata il 21 settembre del corrente anno sotto forma di un album incredibile che, a scanso di equivoci, per chi scrive si candida fortemente (se non in modo incontrastato) a disco dell'anno.

Ciò che la band, composta anche in questa occasione dai membri storici Micheal “Away” Langevin alla batteria e Denis “Snake” Belanger alla voce e dal “nuovo arrivato” Daniel “Chewy” Mongrain alla chitarra, oltre che dal già citato Dominique “Rocky” Laroche al basso, è riuscita a creare con questo nuovo full-lenght ha , infatti, dell'incredibile.

La prima cosa che balza subito all'orecchio non appena si preme il tasto play del proprio lettore e partono le prime note dell'opener OBSOLETE BEINGS (brano già noto in quanto scelto come primo singolo in preview, ma che qui possiamo ascoltare nel suo corretto contesto) è la rinnovata capacità della band di precipitare l'ascoltatore all'interno del proprio mondo stralunato e particolarissimo in una frazione di secondo.

Basta infatti il primo riff sparato da Chewy, unito alla prima, potentissima rullata introduttiva di Away per trovarsi catapultati nell' “universo Voivod”, circondati da macchinari mortali e personaggi straordinari, in un paesaggio lisergicamente vivido (la voce di Snake è da sempre maestra nel rendere quasi tangibili queste sensazioni) tanto bislacco quanto irresistibile.

Dal punto di vista prettamente musicale, le sensazioni evocate non sono affatto lontane da quelle che, a suo tempo, caratterizzarono un album come Dimension Hatross, cariche di sentori thrashy dallo spiccato afflato psichedelico che la band è però semplicemente straordinaria nel rendere attuali e freschi.

Non mancano nemmeno riferimenti al mastodontico Killing Technology, allorchè il riffing si fa più serrato e le ritmiche più aggressive e incalzanti (benchè il tiro ritmico non arretri di un passo nemmeno nelle parti più dilatate e psicotiche), con l'intero brano costruito sull'alternamza di questi due elementi caratteristici almeno fino al suo “finto finale”, laddove un brusco stop che parrebbe, in un primo momento, definitivo si rivela invece essere solamente il preludio alla coda del pezzo, portatrice di atmosfere rarefatte e oniriche (benchè pervase da uno strisciante senso di inquietudine e disagio) magistralmente tratteggiate da arpeggi sia in toni puliti che in toni distorti intrecciati da basso e chitarra, il tutto adagiato su una splendida batteria shuffolata, mentre la voce di Snake dipinge scenari cupamente distopici forte di un'interpretazione di livello assoluto, per personalità come per espressività.

Giunti al termine di questo brano non possiamo esimerci dal sottolineare lo straordinario lavoro fatto dalla band stessa in fase di produzione dell'album (mentre per quanto riguarda registrazione e mixaggio il compito è stato affidato, e realizzato in modo strepitoso, da Francis Perron, che già aveva ricoperto tale ruolo in occasione dell'ep Post Society) per un risultato complessivo finale assolutamente spettacolare, in grado di valorizzare al massimo ogni singolo strumento (voce compresa) con suoni perfetti, cristallini e definiti ma anche potenti e ricchi di pathos, in grado di rendere in modo straordinariamente vivido e reale l'estro compositivo ed espressivo di ogni singolo musicista e capaci, ognuno col proprio apporto, di dare vita a un quadro sonoro d'insieme a dir poco stupefacente, portatore di una pasta musicale unica, compatta, perfettamente bilanciata con la quale la band originaria del Quebec è effettivamente in grado di tratteggiare e ricreare un mondo intero tutto suo, nonché di restituirlo al proprio pubblico in modo talmente coinvolgente da renderlo quasi tangibile.

Un'inizio di disarmante bellezza.

Sono invece gli umori umbratili e algidi che caratterizzarono a suo tempo un album come Nothingface a dominare le fasi iniziali della splendida THE END OF DORMANCY, brano dall'attacco marziale e inesorabile scandito dal bellissimo riff scolpito da Chewy su una base ritmica avvolgente e deliziosamente percussiva, ottimo terreno d'appoggio per le vocals declamate da uno Snake nuovamente sugli scudi per espressività e capacità interpretativa, mentre nel bridge spetta al basso di Rocky prendersi la scena grazie a arrangiamenti tanto semplici quanto efficaci nel rendere l'atmosfera gelida e angosciante al punto giusto, prima che il riuscitissimo refrain esploda con la sua metallica, opprimente cadenza che lo splendido lavoro di cesello fatto sulle parti di chitarra rende ancora più incisivo e accattivante.

Il brano procede monolitico, dandoci modo di apprezzare l'organicità del suono dei nostri anche in composizioni dominate da un'importante pesantezza di fondo.

Strepitoso il modo in cui il pezzo assume connotati profondamente progressivi nella sua seconda parte, introdotta da un insistito, fluttante riff di chitarra a stagliarsi su secche, implacabili rullate di batteria, con parti corali ariose dai toni cupamente epici ad espandersi sulle psicotiche pulsazioni musicali sottostanti per una porzione dall'impatto quasi cinematografico, carica di tensione e presagi nefasti.

Lo splendido crescendo costruito dalla band trova sfogo in un potentissimo riff di chitarra, travolgente e spigoloso quanto basta per fare da base a uno Snake velenoso come non mai, meraviglioso interprete di una linea vocale dai toni quasi comiziali, prima che la chitarra si prenda il proscenio con un assolo schizoide che, unito al riffing claustrofobico e al lavoro estremamente compatto del resto della band, ricrea un'atmosfera asfissiante che solo il passaggio di stampo progressive posto in coda a questa porzione riesce a stemperare, facendo scivolare il pezzo in una porzione dilatata e quasi psichedelica, prima che i brano venga inspessito da un mirabile, nuovo crescendo accentuato da uno splendido lavoro di batteria e percussioni (straordinaria la profondità data dall'uso di timpani orchestrali, che nel segmento finale sembrano quasi riprendere il tema percussivo dell'”Also Sprach Zarathustra” di Strauss reso celebre dalla colonna sonora di 2001 Odiessa Nello Spazio di Stanley Kubrick) sul quale si staglia una linea vocale nuovamente impazzita, folle suggello a un pezzo da ascoltare e riascoltare a ripetizione, per cogliere tutte le chicche di cui è disseminato.

Irresistibile l'attacco della successiva ORB CONFUSION, ipotetico ponte fra le atmosfere levigate e post-organiche di Nothingface e il groove immediato e catchy di Angel Rat, costruito su un riff gommoso e scorbutico, un basso pulsante e brioso (io qua e là ci ho sentito qualche richiamo addirittura agli intrecci dei Primus più siderali) e una batteria spumeggiante e al contempo solidissima, in puro stile Away, con uno Snake abilissimo a saltellare tra gli intrecci costruiti dagli altri musicisti prima di prorompere in uno straordinario, efficacissimo ritornello destinato a stamparsi nella mente dell'ascoltatore per non uscirne mai più.

L'arpeggio tirato e nevrotico chiamato a sorreggere il peso del refrain è a dir poco strepitoso, alienante nel suono e nella forma, e ci conferma una volta di più la versatilità e l'assoluta cura posta in ogni singola parte di chitarra da parte di Chewy, trionfatore assoluto dell'album e finalmente completamente calato nel ruolo che da qualche anno in qua è stato chiamato a ricoprire senza più alcun timore reverenziale, benchè in ogni suo fraseggio traspaia il rispetto per il percorso musicale e la storia della band così come per il monumento musicale di cui ha, suo malgrado, preso il posto, consapevole che il modo migliore per riempire un vuoto impossibile da colmare è contribuire all proseguio del gruppo della band mettendoci il massimo impegno, la massima personalità e la massima creatività possibile.

Basta ascoltare il riff sparato nella porzione centrale del brano per constatare come l'obbiettivo possa dirsi assolutamente raggiunto, tali sono la bellezza e l'incisività raggiunte da questa architettuta di chitarra angolare, magnificamente spezzata e al contempo dinamica, magnificenza che si manifesta veppiù all'altezza dell'ispiratissimo, pertinentissimo solo, chiamato ad aprire le danze per un finale tanto incalzante quanto instabile e periglioso, per un brano che, pur partendo su coordinate piuttosto catchy ( benchè ottenute mediante intrecci per nulla banali), si rivela essere nuovamente una composizione multisfacceta e piena zeppa di dettagli e soluzioni sonore geniali che sono patrimonio e bagaglio di pochissime band al mondo.

Come se tale spiegamento di forze non bastasse, ecco giungere la già nota, ma non per questo meno straordinaria, ICONSPIRACY, introdotta da un torrenziale riff techno-thrash semplicemente strepitoso brutalizzato qua e là da incursioni nel punk-thrash di inizio carriera (il tutto mediato dall'attuale sensibilità artistica dei nostri, ovviamente: non troverete una nuova Thrashing Rage fra questi solchi). Pazzeschi intarsi progressive arricchiscono il costrutto sonoro di questo brano torrenziale e inarrestabile, prima che la genialità dei Voivod li spinga a partorire un'ulteriore trovata clamorosa allorchè le redini del brano vengono lasciate a una spettacolare porzione orchestrale dalla straordinaria resa nonché dall'impressionante presa emotiva, mentre la band è semplicemente pazzesca nel cucire nel terreno sottostante un costrutto splendidamente “pizzicato” in grado di ricreare un'atmosfrera da “quartetto d'archi futurista” assolutamente clamorosa, da spellarsi le mani dagli applausi.

A far da contrarltare all'atmosfera bucolicamente pscichedelica ricreata in questa porzione del brano segue una sezione dai toni decismente pià cupi e malinconici, dominati da un lavoro di chitarra di rara incisività, a tratti insinuante, a tratti deflagrante (splendido ancora una volta l'assolo, costruito nuovamente davvero come una canzone all'interno della canzone, fondamentale e arricchente per l'intera composizione in generale e per questa specifica porzione in particolare) e da pennellate splendidamente progressive, prima che sia nuovamente l'impatto ad impossessarsi del brano, guidandolo in porto con un impeto travolgente e sinceramente entusiasmante.

Un pezzo da far rizzare i capelli sulla testa.

Inquietanti rumori provenienti dallo spazio profondo ci introducono alla pazzesca SPHERICAL PERSPECTIVE graziata da un bellissimo riff innervato da un lavoro di basso assolutamente geniale, splendido preludio a un brano che per attitudine sperimentale, così come per la sua atmosfera siderale, sembra partorito dalla stessa ispirazione che generò l'impareggiabile The Outer Limits.

Impossibile non sentire i semi della celebre suite Jack Luminous, contenuta per l'appunto in quel lavoro, germogliare nuovamente nella struttura di questo brano incredibile, profondamente progressivo nell'approccio alla composizione ancor prima che nella composizione e realizzazione delle singole parti, e così incredibilmente coeso e fluido da rasentare il puro genio, se non centrandolo del tutto.

Come non rimanere esterrefatti di fronte allo scorrere di questo quadro sonoro unico?

Come non restare ammaliati e avvinti dal tocco psichedelico della sua prima parte, mirabilmente intrecciata su chitarre tanto fluttuanti quanto organiche, voci chiamate a stagliarsi imperiose ed evocative su ritmiche spezzate, ma spesso pronte ad aprirsi per regalare al brano meravigliosi squarci di panorami e scenari avveniristici e futuribili, un lavoro di basso ricchissimo e fantasioso quanto solido e fondamentale?

Come non entusiasmarsi di fronte alla destabilizzante accelerazione centrale, parte in cui sembra davvero di venire sospinti a velocità imponderabili attraverso galassie in perpetua evoluzione, oltre le barriere dello scibile universale a contemplare verità al di la di ogni parola?

Come non restare senza fiato di fronte alle progressioni musicali mutevoli e dinamicissime, così straordinariamente bilanciate tra pulsioni schizoidi e concretezza ritmica ed espositiva, dissemitate lungo l'intero brano?

Come non farsi avvincere dal tema portante del pezzo, così melodicamente perfetto, così straordinariamente incisivo, e come non farsi conquistare dalla spettacolare, rarefatta porzione finale, così sospesa nel tempo e nello spazio da essere al contempo vividissima e inafferrabile?

Assolutamente impossibile.

L'unica soluzione possibile è lasciarsi trascinare senza indugio da cotanta magnificenza sonora.

Un brano davvero da fuoriclasse assoluti.

A rincarare la dose giunge poi il fenomenale riff di apertura della successiva EVENT HORIZON, bislacco e irresistibile, portato su un groove rimbalzante gustosissimo, sfociante in seguito in una strofa acidissima e tesa, algidamente metallica (rimembrante in alcuni riflessi inanimati della chitarra alcune soluzioni care agli svedesi Meshuggah) che si trasforma in una specie di strepitoso blues dcosmico masticato e sputato direttamente da un buco nero.

Quello che accade dopo, e mi riferisco all'incredibile refrain, è semplicemente magia; Dal gorgo di cupo smarrimento in cui il brano ci stava sprofondando la band estrae un ritornello così catchy, trascinante e perfetto da lasciare sinceramente senza fiato.

Quando il brano arriva alla sua porzione centrale, non possiamo che constatare ancora una volta quanto le capacità compositive di questa band siano di un livello assolutamente irraggiungibile per la quasi totalità delle band in circolazione;

Il modo in cui i musicisti riescono infatti a masticare decenni di tradizione blues rock, musica space e schegge prog (nonché, incredibile ma vero, anche rimandi vicini al rap in alcune linee vocali di Snake) per restituire una materia così unica da poter essere definita seriamente aliena ha davvero dell'incredibile.

Penso che si possa affermare senza timore di smentite che, se vi avventurerete fra le pieghe di questo album, ascolterete cose che non ascolterete su nessun altro disco in circolazione.

Mastodontici.

Una ritmica rimembrante l'introduzione alla celeberrima Sabre Dance ( di cui fecero una mirabile versione metallizzata i pionieristici Skyclad) ci introduce alla già nota ALWAYS MOVING, tanto thrashy nell'attacco quanto dilatata e inquietante nella strofa, così carica di echi e riverberi da sembrare catturata attaverso un varco dimensionale instabile. L'alternanza tra quest'ultima e le porzioni deliziosamente thrash che ne costellano lo sviluppo dinamico dona al brano un'atmosfera particolarissima, incerta e traballante, in grado di insinuare una sottile, pervicace tensione sotto la pelle dell'ascoltatore, impossibilitato com'è ad aggrapparsi a qualcosa di sicuro che lo mantenga in linea di galleggiamento fra i flutti di questo brano insospettabilmente vischioso e avvolgente.

Ma non c'è speranza, in tal senso.

Anzi, la band sembra volutamente alienare l'ascoltatore da ogni possibile appiglio giocando con ritmiche incisive e riflessi riverberati che sembrano evocare miraggi sonori tanto vividi quanto pronti a dissolversi e ricrearsi all'improvviso, fra cori stratificati, bagliori di accecante bellezza ( l'assolo del brano è semplicemente da pelle d'oca, pur nella sua estrema semplicità) e gorghi di abbandono tentatore, promesse di tranquillità screziate dalla sensazione che ci sia qualcosa di immenamente triste e malinconico celato dietro tale beatitudine, sensazione che non riesce comunque in alcun modo a frenare quei viaggiatori che l'attrazione per l'insondabile immensità dell'ignoto spinge ad abbandonare i loro porti sicuri per fare rotta verso ciò che giace celato oltre l'orizzonte.

Le porte di questo mondo incredibile si chiudono sulle note della conclusiva, magistrale, SONIC MYCELIUM, ardita composizione di lunga durata (si va oltre i 12 minuti) che è, letteralemnete, la summa di tutto quanto proposto dalla band in questo straordinario album.

Questa suite risulta infatti composta utilizzando, opportunamente riarrangiate, tutte le soluzioni e le parti musicali utilizzate nei precedenti brani dell'album, in uno splendido gioco di deja-vu che la band si rivela ablissima nel non rendere un semplice campionario di frammenti musicali, ne tantomeno un passatempo ludico per musicisti desiderosi di dimostrare la propria indole geniale attraverso arditi cimenti musicali.

Il brano infatti brilla di luce propria, innerbato comìè di un senso tutto suo che lo rende allo stesso tempo estremamente interessante proprio nel ripresentare le porzioni di cui è costituito sotto una nuova veste ed estremamente compiuto come pezzo a se stante, così perfettamente bilanciato fra queste due anime da risultare assolutamente irresistibile.

Il lavoro fatto dalla band per realizzare questo brano è, manco a dirlo, certosino e maniacale, come per tutto il resto dell'album, e non c'è un solo istante del brano che appaia abbozzato o poco focalizzato, donandoci un ultimo, lungo sguardo sull'universo sonoro evocato dalla band prima di doverlo, nostro malgrado abbandonare.

Giunge così a conclusione un album destinato a entrare profondamente nel cuore e nella mente di chi avrà il coraggio di intraprendere fino in fondo questo viaggio sensoriale.

Un album che domina in modo pressochè incontrastato sulle altre uscite dell'anno in corso, e che difficilmente potrà essere raggiunto da quella ancora da venire, esattamente come accade da sempre per questa band, destinata dalla propria creatività debordante e unica a trovarsi (almeno nei suoi momenti di massimo splendore, momenti che questo nuovo corso sembra voler rinnovare) sempre anni e anni avanti rispetto alla “concorrenza”, costantemente nel futuro, proprio come i personaggi di cui narrano i propri brani.

Non c'è altro modo per apprezzare un album come questo se non lasciarvisi trasportare completamente, lasciando che siano le note e non la ragione a guidare i sensi.

Non è un approccio facile, ma, d'altra parte, trovare le chiavi in grado di spalancare le porte di un altro mondo è un dono al di la di ogni possibile recriminazione, e vale tutto l'impegno che vi si possa mettere.

Un dono che solo band uniche come i Voivod sanno regalare.

Le chiavi sono qui, tra queste note.

Volete entrare?

Ne vale davvero la pena, fidatevi.

CAPOLAVORO.

 

Edoardo Goi

100/100