La band padovana colpisce ancora; 

Con il loro secondo album dal titolo “Moment Between Lives” dimostrano di poter creare varchi tra mondi paralleli nei quali poter viaggiare durante la durata dell’intero disco. Nulla si può contro la voce celestiale della frontman Anna Giusto, l’immancabile ruggito della chitarra di Eddy Talpo, la profondità dal basso di Nicolas Benarbin, le vibrazioni emanate dal batterista Antonio Gobbato e la leggiadra e oscura cornice creata dall’eccellente tastierista Stefano Tiso.

Nell’intero album si notano netti miglioramenti rispetto al precedente “Symphony of Silence”, quasi come se l’intera band avesse voluto dar libero sfogo delle proprie capacità, far valere il proprio talento per poi mostrarlo ad occhi ancora indecisi. E a parer mio, ci sono riusciti!

L’album prende il via con “Half-Moon Night”, un lento e profondo giro di basso inaugura lo scenario, la porta si sta per aprire mentre la voce di Anna fa il suo ingresso con tono leggiadro. Il coro proveniente dalla tastiera di Tiso crea l’atmosfera adatta a dare un immagine candidamente cupa dell’intera traccia, prima ancora che la chitarra facesse il suo ingresso nella stanza delle sonorità e presentarsi in maniera esemplare. Alla band bastano solamente 7:42 minuti per darle modo di dipingere l’inizio di una storia nella mente dell’ascoltatore. 

Ma non sarà un viaggio morbido questo, e a darcene prova è “The Abyss”, che con il suo mostruoso riff iniziale da il via ad una traccia più aggressiva della precedente, mai ripetitiva, con intro pesante e senza stop, per poi “alleggerirsi” con l’ingresso della voce di Anna, sempre molto espressiva e che muta le parole in emozioni. Ma nonostante questo, la traccia si lascia scorrere fluidamente e con qualche piccolo colpo di scena che non lascerà l’ascoltatore a bocca asciutta.

Un piccolo respiro prima di essere di nuovo scaraventati nel mondo di “Under the Sleeping Tree”, che scorre molto bene nell’album e s’incarna perfettamente nel progetto. Il pezzo si alterna molto bene tra momenti di quiete e respiro, a momenti di pura energia da scaricare! Grazie alla vocalist e al contorno dell’intera band, si crea un ottima immagine mentale nel quale poter spaziare. In fondo, su questo ci riescono alla grande!

Ed ecco che il sangue comincia a ribollire quando parte l’inizio di “My Existence to You”. La traccia si apre con un accostamento tra la batteria di Gobbato e la tastiera di Tiso privo di eguali, il ritmo penetra l’ascoltatore, scava nel profondo e pianta le radici di quello che sarà un ottimo svolgimento. Il basso di Benarbin accompagna l’eccellente interpretazione vocale di Anna, mentre la chitarra di Talpo riecheggia senza fermarsi, per poi essere deliziati da un solo più che ben eseguito dalle dita fatate del chitarrista! Non vorrei esprimere giudizi, ma credo che sarebbe un singolo niente male!

Cominciare con un rullante ed un ottimo break potrebbe essere il giusto inizio per un pezzo, ed è in questo modo che si mostra la graffiante “Broken Breath”. La lavorazione del sound è ottima e la pulizia eccellente, un pezzo ben studiato con un buon risultato, ma a tratti ripetitivo e leggermente monotono, ma nulla cambia il fatto che un lavoro del genere sia ben radicato in un album che trasuda emozioni, pezzo dopo pezzo. 

Vogliamo parlare di atmosfere suggestive? Vogliamo parlare di un emozione con aspetto sonoro? Bene, allora possiamo tranquillamente proseguire con “Dreamer’s Paradox”. L’apertura di un pianoforte che, come una porta immaginaria, fa varcare all’ascoltatore la soglia dell’immaginabile. L’esplosione del basso e di una chitarra imponente permettono il ritorno sulla terra ferma, mentre il doppio pedale del mitico Gobbato scarica raffiche di vibrazioni tali da far vibrare le corde di qualsiasi animo. Un viaggio mistico nel mondo che gli Afterlife Symphony hanno creato per noi. Ottimo pezzo della band padovana.

Arriva il momento di “Seventh”, che apre con il sussurro iniziale di una voce d’oltretomba seguita da una scarica adrenalinica iniettata dalla chitarra di Talpo, il tempo di far circolare la sostanze nelle vene e rendersene conto che già ci si trova ad headbangare come se non ci fosse un domani. In piccoli tratti la traccia rallenta, ma fa parte della scenografia sonora di questo gruppo che sa cosa disegnare nelle nostre menti. Ma in maniera non casuale torna in fase di ripresa con l’aggressività desiderata dall’ascoltatore! Nonostante tutto la traccia scorre in maniera fluida, con piccoli colpi di scena e ottimi momenti suggestivi. 

Ogni gruppo metal che si rispetti ha nel suo repertorio una ballata, un momento di emozione, ed è per questo che arriva “Last Hope”. Lo scenario si apre con un arpeggio acustico che fa sfumare l’adrenalina dal sangue dell’ascoltatore, iniettando invece una dose massiccia di dolce endorfina. I muscoli si rilassano, il corpo respira, lo spirito danza dietro le note di un atmosfera soave, e canta insieme all’eccellente voce di Anna che trascina anche i cuori più pesanti. Cosa dire: un intervallo eccezionale.

Qui arriva la leggiadra “Novembre (Part I), la leggera introduzione di 1:37 minuti che apre i cancelli alla sua successiva e accattivante: “Novembre (Part II)”. I riff di chitarra come al solito sono ben marcati e pieni di possenza, il basso da la sua voce strisciando sotto con le sue sonorità e mostrando la sua imponente presenza, seguito dalla batteria che picchia a ritmo e intensità adatti da non sopprimere il sound del resto della band. La vocalist ancora una volta mostra il suo talento sovrastando il suono più alto, facendo da padrone nell’intero pezzo. Una track ben incastonata in questo album.

Il disco si chiude con la sua undicesima traccia “Genesis of Eternity”. Le sonorità cupe non mancano neppure stavolta, e il basso di Benarbin ne è testimone. Un pianoforte fa da base all’intero dello scenario rafforzando il dark presente nel pezzo. Un piccolo ma ottimo solo di chitarra affiora nella seconda metà della canzone, accostandosi perfettamente. La traccia si chiude con un leggero arpeggio di chitarra e di basso, quasi creando l’immagine di una porta che si chiude lentamente, la stessa porta che fu aperta all’inizio dell’album.

Cosa dire di questa band agli esordi di un futuro che potrebbe mostrarsi roseo? Di sicuro che di talento ne hanno, e da vendere! Quest’album è la prova di tanta serietà e di ottima organizzazione. Magari minuscole lacune facilmente colmabili, ma in buonissima parte hanno carattere, stile e voglia di non mollare. C’è del personale in ogni gruppo che scrive pezzi, delle emozioni e delle sensazioni descritte in Musica, e gli Afterlife Symphony hanno dato prova di esserne capaci.

 

Marco Durst

80/100