26 MAGGIO 2021

Recensione a cura di

Edoardo Goi

 

Avevamo lasciato gli À RÈPIT alle prese con un'evidente spinta evolutiva nei due loro brani contenuti nel bellissimo split “Teschi/Ossa/Morte” condiviso, nel 2019, con altre valide realtà del nostro panorama black come Inféren, Malauriu e Vultur, e li ritroviamo ora, a due anni di distanza, intenti a consolidare la propria proposta artistica con questo nuovo full, intitolato I CANTI DELLA VEGLIA e pubblicato su etichetta Naturmacht Productions.

Quasi a voler sottolineare la continuità con il percorso palesato nello split, la tracklist vede al suo interno anche i due pezzi summenzionati (“La Roccia Di Jean Grat” e “Ventre Di Lupo”), a creare un trait d'union molto interessante fra il presente e il passato della band,il cui stile risulta qui ancor più grezzo, essenziale e identitario (pur senza rinnegare nulla dello stile più rifinito e magniloquente che aveva contraddistinto lo splendido debut “Magna Leggenda” del 2017, del quale il nuovo nato rappresenta la naturale e coerente evoluzione).

Fondati nel 2012 da Gypaetus (che ai tempi si faceva chiamare Ghoul e vantava una passata militanza nei devastanti blackster valdostani Nefarium) come solo project, i nostri raggiungono l'attuale formazione a due con l'ingresso di Skarn (già membro di Paymon ed Entirety, fra gli altri) nel 2016, improntando fin da subito la loro produzione attorno a un concept che ruotasse intorno alla natura delle alpi dei loro luoghi d'appartenenza, e alle leggende e storie di cui erano pregne.

Non stupisce, quindi, che questo nuovo album trasudi fascinazione per la natura fin dalla splendida immagine di copertina (curata dallo stesso Gypaetus), così come non stupisce che lo stesso si apra con una intensa versione del classico brano corale alpino SIGNORE DELLE CIME,(qui arricchita da un uso oculato di effetti che danno al tutto un senso sospeso e vertiginoso) capace di calarci all'istante nell'immaginario tradizionale e montano che da sempre gli À Répit cercano di catturare nei loro lavori.

Dopo essersi assicurati di ricreare il giusto mood, il duo (che, ricordiamo, vede Gypaetus occuparsi di chitarra e basso e Skarn di voce, batteria, chitarra e tastiere) ci trascina nella propria visone artistica con l'intensa BEZOAR, brano di crudissimo ed evocativo black metal dai connotati quantomai ruvidi ed essenziali, stilisticamente non lontano dalle primissime cose di Mayhem, Burzum e, soprattutto, Immortal e Carphatian Forest (in virtù di un basso decisamente prominente), ma calato in un contesto più che mai personale e identitario (anche grazie all'uso dell'italiano per le liriche, altro tratto distintivo dell'operato dei nostri).

La batteria è scarna ed efficace;le chitarre si lasciano spesso andare a raggelanti arpeggi distorti, quando non impegnate a tratteggiare riff essenziali e primordiali, mentre la voce è rasposa e lacerante il giusto, salvo raggiungere vette di notevole epicità quando si lascia andare a sempre oculate aperture corali dai connotati atavici e ancestrali.

Molto parco e calibrato anche l'uso delle tastiere, mai invasive o fuori luogo, quasi la band temesse di eccedere in pomposità nella propria ricerca dell'essenzialità.

Si ha davvero l'impressione che il duo abbia scavato nella propria creatività fino a raggiungere la nuda roccia, ed intenda perseguire l'intento di esprimere la propria visione nel modo più puro e autentico possibile.

I lugubri rintocchi di una campana stonata si accompagnano al lontano ululare del vento nell'oscura litania di AMNIOS, intensa e straniante sorta di richiesta di protezione per i nascituri (la cui vita, in epoche nemmeno così remote, era spesso appesa un filo, nei suoi primi istanti, e soggetta alla fatica, nel divenire) che chiama in causa anche la città di Aosta (qui nella sua vecchia denominazione di epoca romana, Augusta Pretoria, quasi a voler dare una connotazione ancora più precisa, tanto dal punto di vista territoriale, quanto temporale) concretizzata in un brano recitato (anche con l'uso, decisamente efficace ed evocativo, di voci di bambini) davvero intrigante e arcano, nel modo in cui avvolge l'ascoltatore, trascinandolo inesorabilmente nell'ambientazione sonora che la band è stata così abile nel riprodurre con poche, abili, pennellate.

Al medesimo immaginario si ricollega anche la successiva SEUNGOGA, trascinante mid/up tempo di oscuro black metal dai connotati radicalmente old-school (non privo di accenni black&roll) che la band si dimostra abilissima nell'innervare col suo personale modo di gestire tastiere ed effettistica (una propensione che si rivelerà quantomai decisiva nel definire il canovaccio stilistico su cui andrà a muoversi l'intera opera).

Riff dall'incedere implacabile e repentine accelerazioni si snodano sul succitato sostrato atmosferico, evocando con semplicità e intensità le demoniache presenze che si annidano fra i solchi del brano, così come sugli alti sentieri di pietra e neve.

Il risultato è una composizione estremamente coinvolgente e riuscita, resa ancora più incisiva da toni sacrali tanto poco ostentati quanto suggestivi.Il riffing assume connotati più polverosi e classici (si potrebbe dire quasi stoner, fatte le dovute premesse) nella successiva MASNADA, composizione marchiata a fuoco da un basso distorto e slabbratissimo, molto intrigante nel modo in cui riesce a rendere la vertigine e la sospensione temporale che sono alla base della proposta dei nostri in un modo decisamente nuovo, rispetto a quanto sentito fin'ora.

Completano il quadro azzeccati inserti doom, per un brano tanto atipico quanto ben inserito nel contesto umorale e immaginifico dell'opera.Non sfugge ad alcuni rimandi black&roll nemmeno la successiva, intensa e trascinante, PROCESSIONE, brano decisamente improntato su coordinate black metal d'assalto (sebbene questa definizione vada inserita nel contesto di un black metal primordiale, non privo di quelle schegge thrashy che contraddistinguevano il periodo borderline primigenio del genere) non privo di momenti in cui voci stentoree e declamate lo ammantano di irresistibili sentori epici.

Si tratta non solo di uno dei brani più impattanti dell'intero lotto, ma anche di uno dei più articolati e ricchi di dettagli, il tutto gestito in modo decisamente oculato e vincente.

Senza dubbio, uno degli highlight assoluti dell'intero lavoro.A seguire, uno dei brani più sperimentali e osati dell'intero lotto, intitolato IL PASSO DELLE CENGE e affidato alla splendida interpretazione recitata dell'ospite Nequam, mastermind della occult band The Magik Way.

Si tratta di un brano dominato da chitarre liquide e dilatate, spesso arpeggiate, e da splendide architetture di tastiere, synth e cori, unite in un connubio che suona quasi come una piccola, essenziale, sinfonia delle vette:

vertiginosa, pura e magica, il contesto perfetto su cui adagiare la voce stentorea, ieratica e inconfondibile di Nequam (chi conosce i The Magik Way sa di cosa parlo, e chi non li conosce farebbe meglio a colmare la lacuna al più presto).

Ciò che ne risulta è un piccolo, grande, spaccato rupestre di rara intensità, gemma assoluta (sebbene stilisticamente abbastanza atipica) di un album che non lesina, in quanto a momenti memorabili.

Seguono i due brani già presenti nello split “Teschi/Ossa/Morte”, qui resi finalmente disponibili in formato cd (ricordiamo che il summenzionato split era stato pubblicato esclusivamente in formato lp).

Si tratta di due brani che i seguaci della scena underground black italiana già potrebbero conoscere, ma sui quali vale la pena spendere comunque due parole (anche per completezza e correttezza nei confronti di chi non ha avuto modo di ascoltarli prima).

LA ROCCIA DI JEAN GRAT è un brano travolgente e decisamente magniloquente, che riconduce direttamente al debutto della band, col suo riffing gelido e i suoi imponenti rimandi ai Bathory più epici e “identitari”, reso come sempre personale dal modo radicale con cui gli À Répit portano avati il proprio concept, mentre VENTRE DI LUPO si snoda come una piccola epopea di sette minuti abbondanti attraverso la quale la band esplora un po' tutte le sfaccettature del proprio sound, dai momenti più intimi e avvolgenti (come nello splendido inizio, in cui le voci e le tastiere riecheggiano fascinazioni mai sopite per il dark/prog sound tipicamente italiano) a quelli più ruvidi e feroci, contrassegnati da asperità old school black metal (ancora solo parzialmente riecheggianti l'intransigente essenzialità degli À Répit più recenti), a quelli più epici e magniloquenti, il tutto ammantato dallo straordinario potere evocativo che fa da trait d'union attraverso l'intera produzione artistica dei nostri.

Chiudono l'opera una riuscita cover della leggendaria VENGEANCE FROM BEYOND degli ancor più leggendari Mortuary Drape (resa in modo piuttosto fedele all'originale quale tributo alle radici old school del sound “À Répit”, che ci mettono del loro caricando in modo sostanziale i momenti più oscuramente epici del brano, nonché attraverso un uso decisamente scabroso e slabbrato del basso) e la bellissima ESSENZA, splendida ambientazione sonora dai connotati folk e ancestrali, dal testo a tratti sussurrato, a tratti recitato in scream e growl, splendidamente arricchita mediante l'uso di suoni della natura e da imponenti percussioni, che rende evidente come la presenza di brani come le precedenti “Amnios” e “Il Passo Delle Cenge” non sia frutto di esperimenti estemporanei,bensì parte integrante e importante del discorso artistico degli À Répit.

Si chiude su queste magiche note un album assolutamente rimarchevole e consigliatissimo per tutti i fan del black metal più integralista e identitario che non disdegnano sonorità più osate e ricercate;

un album che rende ancora una volta palese come, per suonare personali, non sia per forza necessario andare a inventarsi soluzioni astruse e assurde, ma sia “sufficiente” perseguire in modo indefesso e radicale la propria unicità e la propria identità inimitabile.

Poesia che nasce dall'essenzialità, pura e cristallina come l'acqua che saltella sulle pietre dei torrenti montani.A suo modo, imperdibile.Promossi senza riserve.

 

85/100