12 APRILE 2021

Recensione a cura di

Francesco Yggdrasill Fallico

 

Non semplicissimo l’ascolto di questo debut full-length dei capitolini Bedsore, approdati alla 20 Buck Spin dopo la release, nel 2018, del 2-tracks demo che portava il loro nome e che è stato, seppur riarrangiato, suonato anche all’interno di questo lavoro. a band, formata da personaggi, non del tutto sconosciuti del panorama metal romano,(SVNTH tanto per citare una splendida realtà con la quale ho avuto a che fare anche in sede di recensione), ci propone un viaggio sonoro che, pur ponendo le radici nel death metal, si articola lungo ambiti progressive, giungendo, non datemi del folle, a toccare persino la Vergine di Ferro più famosa al mondo, quando si inoltra in arpeggi ed intermezzi, come nella lunga “At The Mountains Of Death”, uno dei due pezzi già editi all’interno del sopracitato demo. Durante l’ascolto di tutto il lavoro emergono echi molto epici, in sinergia con certa scuola svedese dei gloriosi ’90, senza che sia uno scimmiottare banale e senza personalità e questo è un elemento che va riconosciuto alla band, senza esitazioni. Lasciarmi senza parole, non è una cosa che capita così frequentemente, ma questa è una di quelle situazioni nelle quali accade e resto in una fase di impotenza nella quale è impossibile descrivere con freddi termini l’ascolto che questo album mi continua a provocare, senza rischiare di cadere nel banale o, ancor peggio, in inesattezze… Scordatevi la furia fine a se stessa, qui tutto è dilatato e calcolato, sia nelle parti brutali che in quelle più riflessive, qui si va molto più in profondità e si supera ogni limite e pregiudizio, ecco che organi e tastiere si sposano con accordature basse e suoni cupi.

Complimenti davvero alla lucida follia di Stefano Allegretti e di Jacopo Gianmaria Pepe, che hanno concepito questo viaggio devastante tra sogno e realtà, tra distruzione e false dissoluzioni, che porta il nome di “Hypnagogic Hallucinations”, spingendoti, alla fine dell’ascolto a chiederti…Chi è vero? Cosa è vero? Lasciatevi corrompere, sin dal profondo, dal marciume etereo dei Bedsore…che la sofferenza abbia inizio!

 

 85/100


03 FEBBRAIO 2021

Recensione a cura di

Daniele Blandino

 

Distorcendo le menti e la materia con la loro demo omonima datata 2018, i Bedsore hanno suscitato l’attenzione di 20 Buck Spin che ora pubblica il loro primo album " Hypnagogic Hallucinations ". Un titolo appropriato per i torbidi e allo stesso tempo limpidi paesaggi sognanti che i Bedsore, con oscura fantasia, ci propongono nelle loro sette tracce per 40 minuti di musica. Come in un film di Dario Argento, la band romana dipinge la tela di questo death-metal con colori vividi, dando pennellate luminose e orrorifiche pugnalate di inventiva che smentiscono presto il significato più

grottesco e corporeo del loro nome. Indagando nella mente attraverso digressioni psichedeliche e un tortuoso prog ipnotico, prende forma un mondo mutevole, fatto di strani contorni organici e significati misteriosi. Un album di debutto di notevole immaginazione e inconscia peculiarità, "Hypnagogic Hallucinations " è un primo passo disinibito per una band incoraggiata a viaggiare fino ai limiti più lontani tra le sfere celesti del death metal. Album strano e inusuale per un gruppo di progressive death metal, lo stile della band è molto personale e non è paragonabile a nessun’ altra band del genere. La lunghezza dei brani non è eccessiva e la durata dell’album totale e di 39 minuti e 59 secondi e contiene 7 tracce. L' Artwork è molto bella e si intuisce subito  quali sono le tematiche che il gruppo vuole affrontare: Decesso, malattia, infermità mentale, morbilità. L’album sia apre con: “The Gate, Disclosure (Intro)”, brano strumentale, già dalle prime note si intuisce che la band è diversa dalle altre dello stesso genere, usano in maniera magistrale strumenti quali organo sintetizzatore e tastiere senza snaturare il genere, questo tocco personale rende il lavoro molto coinvolgente.  Si continua con "The Gate, Closure (Sarcoptes Obitus)": brano legato al precedente, anch’esso molto coinvolgente,  la velocità di esecuzione e l’atmosfera che la band crea fa viaggiare il pubblico nel suo mondo musicale, un finale lento, morbido come una coperta, avvolge l’ascoltatore e lo traporta verso il brano successivo:  terza traccia: “Deathgazer”, brano ben studiato e profondo, le note in esso contenute coinvolgono emotivamente la platea suscitando profondi sentimenti come se chi lo ascolta li stesse vivendo in prima persona la storia narrata dalla band.  Quarta traccia: “At the Mountains of Madness”, la sua durata, 8 minuti e 56 secondi, è la più lunga dell’album, , brano molto lento ed evocativo, che trasporta l’ascoltatore in un mondo di tenebra e di pazzia;  il titolo del brano è uguale a quello del racconto del “solitario di Providence” (soprannome di Lovecraft), le note melanconiche in esso contenute lo traportano all’interno delle “Montagne della follia”, le atmosfere horror e le liriche contenute nel brano lo rendono molto coinvolgente ed apprezzabile, nel finale le note e l’atmosfera si fa più cupa e fa scorrete nelle vene un brivido di freddo e di paura mentre ci si avvicina all’ Abisso oscuro descritto nel “Necronomicon” (sarebbe opportuno leggere anche l’omonimo libro dello stesso autore che nell’occasione usa lo pseudonimo “Abdul Al Azreq”).  Quinta traccia, “Cauliflower Growth”: le atmosfere oscure della traccia precedente, in questo brano si perdono quasi del tutto, l’ascoltatore viene rapito dalla musica che lo trasporta in un mondo oscuro e   mostri alieni e di un velo dalla realtà che non sa sé alzarlo e vederci dentro oppure rimanere della propria ignoranza. Questa scelta è prettamente personale e ogni ascoltatore farà la propria scelta in proposito. Penultima traccia “Disembowelment of the Souls (Tabanidae)”: brano molto evocativo che fa rilassare l’ascoltatore, il viaggio allegorico sta giungendo al termine e la mente si sta degradando sempre di più ad ogni secondo che passa. La musica espressa dalla band trascina il pubblico in questo viaggio fantasioso pieno di pericoli per la propria psiche e sanità mentale. L’album si chiude con “Brains on the Tarmac”: “il viaggio fantastico ed allegorico è giunto alla fine, la mente è ormai invasa da formule, astri di altri universi costellati di paure e pazzie, il velo dell’ignoranza è stato sollevato e guardando in fondo all’abisso si scorge la verità degli Antichi  e delle creature dell’orrore cosmico”. Brano lento ed evocativo ottimo per concludere il viaggio intrapreso. Dopo un intro lenta si inia ad aumentare la velocità e l’ascoltatore rimane colpito dalla violenza musicale che la band produce, i passaggi lenti che lo compongono fanno capire all'ascoltatore che lo aspettano solo orrore e pazzia; questa è la bravura della band di lasciare l’ascoltare concentrato ed immerso del brano. La durata del brano è apprezzabile, conduce alla fine del viaggio senza rendersene conto.  La band è abile a trasmettere forti sensazioni al pubblico senza incorrere a ripetizioni e banalità espressive trasportandolo fino in fondo nell’abisso dell’orrore e della paura che caratterizza l’intero lavoro musicale ovvero la visione dell’orrore cosmico nascosto nell’universo che può portare solo alla pazzia.  Ottimo album di debutto per questa giovane band, non semplice da capire al primo ascolto; sarebbe opportuno ascoltarlo diverse volte per poterlo apprezzare appieno e capire le diverse sfaccettature e collegamenti che lo compongono. La cosmologia che hanno scelto non è di facile comprensione, le melodie guidano passo dopo passo ad un viaggio lungo ed irto di pericoli, ma alla fine tutti riescono ad apprezzarlo. Lo consiglio a tutti quelli che vogliono approcciarsi alla cosmologia lovercraftiana e questo, insieme ad alcuni libri del “Solitario di Providence”, potrebbe essere un buon punto di partenza per capire questo mondo. Il loro progressive death metal è ben studiato e mai banale. L’unica piccola pecca è la registrazione che forse, se fosse stata meno “pulita”, avrebbe reso meglio l’atmosfera espressa dall’album, ma questi sono dettagli che passano in secondo piano. Come direbbe HOWARD PHILLIPS LOVECRAFT: “Il sentimento più forte e più antico dell'animo umano è la paura, e la paura più grande è quella dell'ignoto. Ho visto oscuri universi spalancarsi Dove neri pianeti ruotano senza meta… Dove ruotano nell'orrore invisibile Privi di consapevolezza, splendore o nome...“.

 

80/100