5 NOVEMBRE  2021

Recensione a cura di

Edoardo Goi

 

 

Rapportarsi a un album come questo PORTA INFERI degli irpini DIANADEA è un'impresa tutt'altro che semplice, soprattutto per orecchie abituate a un modo “convenzionale” di intendere musica e composizione. Appassionata fin dalle sue prime mosse artistiche a sciamanesimo, magismo e folclore locale, la one man band fondata da Lord Yshua nel 2018 giunge con questo nuovo album alla sua quarta fatica sulla lunga distanza (dopo “Radici” del 2018 e “Santa Djanara” e “In Nomine Dei Nostri” del 2019, cui vanno aggiunte due live release molto particolari come “La Discesa Di Inanna Infera” e “Inni A Hecate”, entrambe basate su antichi testi, e la partecipazione alla compilation “O Sarai Ribelle O Non Sarai del 2020), e lo fa sempre sull'onda di una musica dai fortissimi connotati ritualistici, dove la struttura dei brani viene polverizzata in circolari groove di basso, synth e percussioni atte a sorreggere litanie vocali altamente suggestive e dal chiaro intento trascendente.

In particolare, in questa release Lord Yshua ha deciso di basare tutto il processo compositivo su tessiture di basso iperdistorto, pur senza accantonare assolutamente i connotati trance, psichedelici, drone e sciamanici che da sempre caratterizzano il progetto, dando così vita a un magma sonoro tanto inscalfibile quanto ieratico, ma anche decisamente affascinante per chiunque sia in grado di apprezzare il lato più spirituale e animistico dell'arte, intesa come catalizzatore fenomenologico tanto del terreno quanto dell'ultraterreno. Ottimamente presentato dal particolare artwork a cura di Simona Arian Cordara (che non può non rimandare a un certo modo di raccontare la musica per immagini molto anni 60-70). l'album in esame si rivela essere un concept incentrato sulla figura della dea Mefite, divinità del pantheon italico passata da un'iniziale connotazione benefica di dea legata ad abbondanza e fertilità ad una successiva decisamente più maligna, il cui culto si svolgeva nella valle di Ansanto, in Irpinia, presso il luogo (reso tetro da esalazioni solforose provenienti dal terreno) in cui il poeta Virgilio aveva collocato nientemeno che la porta dell'inferno (luogo successivamente convertito al culto cristiano). Va da se che un luogo caratterizzato da una simile storia possa fornire una ricchezza di spunti e suggestioni a dir poco notevole, e sono proprio le suggestioni legate ai miti, alle leggende e alle tradizioni del luogo a fornire la chiave per entrare nel mood di questo lavoro così particolare e radicale. E' infatti necessario calarsi nel giusto stato mentale per poter godere appieno di quello che è più un viaggio sensoriale che un semplice album musicale, dove sentori di dark sound che rimandano ai Coven, ai Black Widow e agli Jacula più ritualistici e “ambient” si mescolano a suggestioni sciamaniche e folclore ancestrale (con alcune cose che potrebbero rimandare a certi Dead Can Dance) per dare vita a un trip sonoro ad alto contenuto immaginifico. 

Si passa così dall solennità acida di PORTA INFERI all'essenzialità distorta, fumosa e inquietante di ALZA CARONTE, guidati da una voce ora salmodiante, ora insinuante, ora recitata e ora spaventevole, mentre su DIAVOLI E TESORI emerge il lato più synth e drone dei nostri, concretizzato in un brano meno dilatato e dalla pulsazione più decisa e ossessiva, per un effetto finale quantomai ritualistico e deviato. 

L'utilizzo, per le liriche, tanto dell'italiano quanto del latino e del dialetto locale conferisce al tutto un grado di radicamento ancora più spiccato, come accade nell'evocativa MEFITIS, dove basso e synth, ottimamente orchestrati, riesco a rendere in modo tangibile la tetra e fumosa atmosfera della mefite (uno specchio d'acqua reso tossico dalle esalazioni solforose sottostanti, che prende il suo nome proprio da quello della dea), sensazioni veppiù amplificate dall'ancor più cupa e ieratica MORTIFERI (brano dove le influenze di dark sound “sacrale” si fanno più evidenti), che avvince grazie a soluzioni non inedite agli amanti dell'horror sound tipicamente italiano (mentre le litanie finali generano uno strano quanto efficace ibrido fra il dark sound e le esplorazioni etniche care ai mai dimenticati C.S.I. Di Giovanni Lindo Ferretti). L'opera si conclude in modo assai congruo sulle note della straniante OSCURA MEFITE, caratterizzata, oltre che da un uso tanto avvolgente quanto disturbante di synth e percussioni di varia natura, da un uso dell'effettistica sulla voce che, qui come in altri momenti dell'album, calata in un contesto così etnico, rimanda ad alcune sperimentazioni portate alla ribalta dal Demetrio Stratos solista (ma anche in seno agli Area), donando così al tutto un'aura trascendente ancora più marcata e suggellando come meglio non si potrebbe un lavoro dall'urgenza artistica quantomai spiccata, che potrà senza dubbio trovare i favori degli ascoltatori maggiormente avvezzi alla sperimentazione e alla non convenzionalità musicale, soprattutto se amanti tanto dell'esoterismo quanto delle sue connotazioni più folcloristiche e territoriali. 

Affascinante e riuscito, ma da ascoltare con la necessaria predisposizione mentale.

 

80/100