7 NOVEMBRE 2020

Recensione a cura di

Edoardo Goi

 

Le band (o meglio, la maggior parte di esse) “SUONANO”. Alcune band, invece, “SONO”. Ecco, i sicilaini FIABA, decisamente e da sempre, “SONO”. Sono eccellenti musicisti, eccellenti songwriter ed eccellenti narratori, ma, soprattutto, sono creatori di mondi. Ciò che i loro brani evocano, infatti, va molto oltre il semplice concetto di “canzone”, e va anche oltre il comune concetto di “musica”. Sprofondare nella loro arte equivale ad affacciarsi su un mondo “altro” tra le pieghe della realtà quotidiana; muna realtà che non rinnega nulla del mondo visibile, ma che, al contempo, contempla infinite meraviglie che, sebbene celate all'occhio dello scettico e del razionale, fra questi solchi, appaiono vere e tangibili in modo incontrovertibile, e che dell'ingenuità del fanciullo conservano esclusivamente la magia e l'incanto, rifuggendo invece ogni possibile banalità o creduloneria. E' difficile spiegare a un neofita quanto tutto ciò di cui la band narra nei suoi album suoni “vero” alle orecchie e ai sensi dell'ascoltatore, per quanto straordinario o strampalato possa apparire, e di quanto le peculiarità del suo “progressive/folk” riescano a conferire al suo operato dei caratteri di unicità che non hanno paragoni sulla scena tanto italiana quanto internazionale. Fondati nel 1991 a Siracusa dal mastermind e batterista Bruno Rubino, e autori in precedenza di cinque full lenght, i siciliani ci propongono questo loro sesto album, intitolato DI GATTI DI RANE DI FOLLETTI E D'ALTRE STORIE, a distanza di ben otto anni rispetto al precedente “La Pelle Nella Luna”, per la felicità dei loro fan, così a lungo digiuni di nuova musica targata “Fiaba”. Inutile sottolineare, facendo parte chi scrive della schiera di fan della band, quale fosse l'attesa generata da questa release, e con quanto timore il vostro umile scribacchino si sia immerso in questi nuovi pezzi, smanioso di verificare se la magia dei Fiaba si fosse mantenuta inalterata dopo una così lunga assenza discografica. La risposta, manco a dirlo, è assolutamente affermativa, e non solo: i Fiaba si dimostrano una volta di più capaci di costruire sul proprio percorso artistico passato un nuovo lotto di brani fresco e interessante, senza adagiarsi supinamente su soluzioni sicure, ma arricchendo invece il proprio bagaglio di nuovi spunti e intuizioni capaci di portare avanti in modo coerente e intrigante il proprio processo evolutivo. Detto in parole povere, se siete fan di vecchia data della band, in questo nuovo album troverete tutto ciò che in loro avete sempre amato, e qualcosa di più. Accolti come meglio non si potrebbe dalla splendida copertina ad opera di Marketa Novak (autrice di una mervigliosa composizione fotografica ispirata al celebre quadro “Ophelia” di John Everett Millais), e non prima di aver fatto il punto sull'attuale formazione della band (che vede, oltre al già citato Bruno Rubino alla batteria, che nell'album ha registrato anche le chitarre acustiche e i cori, il fido e insostituibile giullare cantore Giuseppe Brancato alla voce, Massimo Catena alle chitarre elettriche e Davide Santo al basso, mentre Graziano Manuele, pur accreditato come membro ufficiale alle chitarre, non risulta accreditato per quanto riguarda le registrazioni), direi che è tempo di addentrarci senza indugio tra le pieghe di questa nuova opera, pubblicata sotto l'egida dell'etichetta Lizard Records il 26 ottobre di questo complicato 2020. Sono le suadenti note arpeggiate, contrappuntate da uno splendido lavoro di basso, dell'opener LA GEMELLA TRADITA a spalancarci le porte di questo nuovo Fiaba, che ben presto deflagra grazie a riff elettrici che i fan di vecchia data non faticheranno a inserire nella migliore tradizione della band sicula, il tutto arricchito da una splendida melodia dai connotati tanto evocativi quanto malinconici che, unitamente alla relativa linearità espositiva, rievoca un po' lo stile di un album come “I Racconti Del Giullare Cantore” del 2005. La presa emotiva è profonda e immediata, e risulta sublimata allorquando l'iconica voce di Giuseppe fa il suo ingresso, istrionica e capace di vette interpretative sublimi così come ce la ricordavamo e tratto inconfondibile e imprescindibile per i nostri, così come il batterismo sempre variegato e prominente di Bruno. Il suono é pieno, corposo e naturale, e permette a tutti gli strumenti di ritagliarsi il proprio spazio vitale senza creare impastamenti nemmeno nei momenti più articolati, ed evita accuratamente le pompature tipiche di tante produzioni odierne, restituendoci una deliziosa sensazione “live” che non fa altro che rendere più “vero” il materiale dell'album, favorendo il relazionarsi tra opera e ascoltatore (un elemento non da poco, se consideriamo l'importanza ricoperta dalla possibilità di immedesimazione nel godimento ottimale dell'operato di una band come questa). Lo scorrere della narrazione, sull'onda di un progressive/folk metal dai toni romantici e madrigaleschi, ci restituisce intatta la magia dei Fiaba, in un brano che, sebbene piuttosto classico se inserito nel contesto globale della loro produzione artistica, mette anche in mostra una rinnovata maturità nella gestione atmosferica ed emotiva della composizione, capace di suonare leggera e profonda allo stesso tempo, incastonando così la prima gemma in un album che si preannuncia fin da subito straordinario. L'intensità esecutiva si smorza sulle carezzevoli note acustiche della splendida ballata agrodolce intitolata LA RANA E LO SCORPIONE, riduzione musicale della celebre fiaba che vede i due animali protagonisti di un comune, tragico, destino che ha per morale l'ineluttabilità della natura propria di ogni essere vivente. La band si dimostra, come sempre, maestra nel rendere tangibili le sensazioni evocate dalle proprie narrazioni, e confeziona un brano che, fra chitarre acustiche, toccanti fraseggi melodici di chitarra elettrica e azzeccati interventi ritmici (l'accoppiata Rubino-Santo si conferma sezione ritmica solida, fantasiosa e calibratissima tanto nei brani più complessi e impegnativi quanto in quelli maggiormente lineari e improntati alla narrazione), si dipana intenso e toccante, graziato dall'interpretazione come sempre di livello assoluto di un Giuseppe Brancato che reclama da tempo a gran voce il suo (meritato) posto al fianco dei grandi giullari moderni della tradizione italiana al fianco di Angelo Branduardi e Dario Fo; un posto che già gli spetterebbe di diritto grazie alla sua carriera in seno alla band, ma che viene ribadita con una veemenza che non ammette replica nella successiva, strepitosa cavalcata prog intitolata IL GATTO CON GLI STIVALI (basata su una fiaba che, senza dubbio, non necessita di alcuna presentazione). Ciò che invece merita di essere sottolineato è l'assoluta grandezza di una composizione che, mescolando sapientemente metal, progressive e tradizione popolare, riesce a generare una potenza espressiva inaudita che, sublimata da un costrutto emotivo sviluppato con impareggiabile maestria, porta il grado di compenetrazione tra artista e immaginario dell'ascoltatore a livelli quasi simbiotici. Impossibile infatti non farsi rapire da questa narrazione straordinaria, guidati da chitarre penetranti e incisive, parti di batteria di gran pregio e linee di basso ricche e intriganti, ritrovandosi di colpo sprofondati mente e corpo nel mondo evocato da questa band unica. Un'esperienza davvero difficile da rendere a parole, ma che, senza dubbio, chi è avvezzo alla proposta dei nostri conosce benissimo. Un classico istantaneo, senza dubbio alcuno. Dopo una simile scarica di elettricità, tocca all'intensa giullarata medioevaleggiante di IL RE BAMBINO DEL PAESE DI QUISSADOVE proseguire questo viaggio nel variegato mondo dei Fiaba. Cupa e incalzante come si conviene alle ballate dei tempi bui, questa ballata acustica si rivela trascinante, irriverente e sfacciata a puntino, con un Brancato istrione impareggiabile a spadroneggiare in lungo e in largo, mentre il rimbombo di inquietanti percussioni scandisce il tempo della venuta di un fato ineluttabile. Gustosissima. Le atmosfere si fanno senza dubbio più tristi e malinconiche nella successiva LA PRINCIPESSA RANA, sorta di “fiaba al contrario” della celebre “Il Principe Ranocchio” resa sotto forma di dolce e carezzevole ballata acustica per sola chitarra e voce. Un pezzo che ci mostra il lato più fiabesco e intimista della band, che qui assurge al ruolo di delicato cantastorie senza perdere un'oncia del proprio potere evocativo. Dopo un momento così soffuso e raccolto, è il tempo di precipitare nelle spire oniriche e psichedeliche nella curiosa LA BRACE LORO, brano caratterizzato inizialmente da chitarre liquide e ammalianti e da un groove di basso rotondo e dannatamente accattivante.L'andamento frizzante e dinamico del pezzo lo rende da subito incredibilmente piacevole all'ascolto, nonostante l'atmosfera generale del brano risulti invece molto trasversale, fra inquietudini silvane e ammalianti aneliti di leggenda e racconti attorno al fuoco. Il brano vive dell'alternanza di momenti più scorrevoli e discorsivi ed altri più pesanti e incalzanti, con la band che, da par suo, si dimostra maestra nel fornire ad ogni frangente narrato il giusto sostrato musicale, in un susseguirsi di soluzioni estremamente dinamiche che, fra porzioni di estrazioni quasi funk/fusion, oblique melodie psichedeliche che sembrano richiamare tanto i Pink Floyd quanto i più bislacchi Ozric Tentacles e singulti prog metal, confeziona uno dei brani più interessanti, dal punto di vista stilistico, dell'intero lotto, nonché uno degli higlight assoluti del medesimo (graziato da una storia assolutamente meravigliosa, peraltro).

Altra storia assolutamente bellissima è quella della lettura “apocrifa” della famosa filastrocca per bambini che sta alla base della cantilenante HAMBARABAH CIICCI COCKOO, brano saltellante e spezzettato che ci rimanda alle prime cose della band, grazie ai suoi riff angolari e alle sue melodie stranianti. Ci troviamo al cospetto di un progressive metal di grandissimo pregio, reso dissonante e bislacco da melodie di chitarra trasversali e impreziosito da splendidi pattern ritmici, dal costrutto sonoro vagamente criptico nella sua circolarità e dalla monoliticità del lavoro delle chitarre in fase ritmica, specchio fedele della complessità della trama che Giuseppe va a dipanare nella sua narrazione, per un brano che, seppure piuttosto ostico a un primo approccio, rivela dopo ripetuti ascolti la bellezza insita nella sua profondità concettuale e compositiva. Tanto impegnativo quanto appagante. Le atmosfere si fanno meno opprimenti con la semi-ballad IL GATTO DEL CAMPO DEI BIANCOSPINI, agrodolce alternanza di delicate strofe acustiche dai toni malinconici e di penetranti squarci elettrici, con splendidi fraseggi cantilenanti a fare da classica ciliegina sulla torta di una composizione dal forte afflato progressivo che, a un inizio apparentemente lineare, fa seguire uno sviluppo decisamente variegato e intrigante.

Un brano che è una manifestazione di superiorità compositiva che i ripetuti ascolti non fanno che rendere via via più disarmante, soprattutto nel modo in cui l'emotività spiccatissima del brano non viene in alcun modo inficiata dalla varietà di soluzioni e di dettagli che la band, di volta in volta, inserisce come tappeto sonoro alla narrazione che, al contrario, ne risulta arricchita in modo assolutamente decisivo.

La successiva E' MALE non è altro che un breve inframezzo sotto forma di filastrocca che fa da preludio al tripudio da festa pagana della deliziosamente danzereccia DENTRO IL CERCHIO DELLE FATE, brano folk metal nella migliore tradizione dei Fiaba, lineare e catchy quanto assolutamente irresistibile, con un Brancato inguaribile guascone nell'invitarci a seguirlo in danze sfrenate fino alla luce dell'aurora.

Un brano che promette di fare furore dal vivo, e che permette all'ascoltatore di tirare un po' il fiato e sfogare un po' i sensi dopo una serie di brani bisognosi di un alto livello di attenzione, per essere assaporati a pieno. L'arduo compito di chiudere questo splendido album viene lasciato all'avvolgente ballad I PASSI NEL SOLAIO, brano contrassegnato da un'intensa vena nostalgica per il modo in cui solo i fanciulli sembrano riuscire ad accettare la magia senza perdersi in inutili domande e con infinita meraviglia e desiderio; nostalgia resa splendidamente in questo brano dolcissimo che conclude in modo magistrale un album capace di ammaliare fin dal primo approccio, ma che solo dopo ripetuti, attenti, ascolti sarà pronto a svelare tutta la sua infinita magia. Un album magistrale, necessario, figlio di una band forse troppo unica per arrivare al grande pubblico, ma che di certo meriterebbe se non altro il riconoscimento del proprio talento da parte di tutti gli amanti della grande musica.

Irrinunciabile, magico e vivo. Assolutamente imperdibile. Bentornati, Fiaba.

 

100/100