22 APRILE 2021

Recensione a cura di

Edoardo Goi

 

E' sempre bello vedere una band talentuosa evolversi e crescere in personalità, cercando una propria “voce” all'interno di una scena (quella estrema) oggi più che mai inflazionata. Essendo originari della mia regione, ho seguito con grande curiosità il percorso artistico dei friulani GATES OF DOOM, che avevo avuto modo di apprezzare nel 2018 mentre erano in piena promozione del secondo ep, intitolato “Forvm Jvlii” e pubblicato nel medesimo anno, constatando già allora come il nuovo materiale demarcasse una netta evoluzione rispetto al death metal melodico ed epico dai chiari rimandi agli Amon Amarth dell'omonimo ep d'esordio (risalente al 2015), grazie all'incupimento del sound mediante abbondanti implementazioni di black metal oscuro ed atmosferico, con rimandi a band quali Primordial, Belenos e i Windir più oscuri e meno “folk”. Di pari passo all'evoluzione sonora, la band ha palesato un'evoluzione molto interessante anche dal punto di vista concettuale, abbandonando le primigenie tematiche viking per esplorare la storia della sua terra d'origine, andando così a chiudere un ideale cerchio capace di donare alla stessa fondamenta molto solide su cui costruire un percorso artistico personale e distintivo. E' quindi con sincero interesse che ho accolto la notizia della prossima pubblicazione, sotto l'egida della sempre attivissima Cult Of Partenope Prod., del primo full lenght del gruppo, intitolato AQVILEIA MATER AETERNA e rilasciato il 6 gennaio del 2021. 

Tanta era, infatti, la curiosità di scoprire se la band avrebbe saputo sfruttare il talento dimostrato sulle precedenti uscite per dare vita a un lavoro sulla lunga distanza che sapesse concretizzare e dare forma compiuta alla sua visione artistica. Dopo numerosi e attenti ascolti, la risposta che il vostro umile scribacchino si sente di dare è un convinto e perentorio: SI. I Gates Of Doom hanno saputo mettere a frutto tutta la loro quasi decennale esperienza (la band è stata fondata nel lontano 2012 dal chitarrista Manuel Scapinello e dal batterista Davide Zago, poi fuoriuscito nel 2015) per confezionare un lotto di tracce estremamente compatto, focalizzato e coerente ma, soprattutto, pervaso da un'anima inequivocabilmente personale. Forti di una line-up che ormai può vantare cinque anni di affiatamento, e che vede, oltre al già citato Manuel alla chitarra, Stefano Declich alla voce, Giulia Zuliani alla batteria, Luca Franzin al basso e Francesco Nobile alla chitarra, i nostri sciorinano una prova solidissima, dove ispirazione e chiarezza di intenti la fanno da padroni dalla prima all'ultima nota, assecondando senza indugi la propria spinta evolutiva e distillando sette brani di purissimo e oscuro blackened-death metal “Friulano”. Si parte subito all'insegna dell'arcaica epicità sulle intense note dell'opener SVLCVS PRIMIGENIVS/UNDER THE SIGN OF THE EAGLE , la quale, dopo una breve introduzione acustica dall'arcano afflato,efficacissima nel calare l'ascoltatore nel giusto mood dell'album (il cui concept, come facilmente evincibile dal titolo dello stesso, è incentrato sul ciclo storico della città di Aquileia, antico avamposto Romano contro le popolazioni celtiche che si erano insediate nel nord-est dell'attuale Italia) esplode ben presto in un black metal tanto oscuro quanto evocativo, capace di trasmettere fin da subito all'ascoltatore una sensazione di grande compattezza, con una band ben poco interessata ad appesantire la propria proposta con inutili orpelli scenografici, preferendo senza dubbio puntare dritta al sodo per generare un'atmosfera autenticamente cupa e atavica che rifugga totalmente ogni possibile elemento kitsch. A coadiuvare i Gates Of Doom nel loro intento ci pensa la produzione, assolutamente definita e al passo coi tempi (curata dall'ex batterista Davide Zago, accreditato, insieme alla band, anche degli arrangiamenti), ma fortunatamente lontana dalla plasticosità che purtroppo caratterizza molte uscite odierne. Il suono è potente, “grosso”, ma anche asciutto e sobrio, privo di “pompature” inutili e ammorbanti, e conferisce il giusto tiro all'intera opera, sia quando la band lascia libero sfogo alle sue soluzioni più estreme, sia quando (come accade nella strofa di questa opener) si riappropria delle sue influenze primigenie, mettendo sul piatto un death metal epico, arcigno e compatto. Il riffing è ottimo, tagliente e impattante; la sezione ritmica, affiatata e potente; la voce è adeguatissima alle atmosfere proposte, perfettamente bilanciata fra le cupe asperità richieste dalla componente epic/death della band e quelle più taglienti richieste dalla componente black, assestandosi su un growl mai eccessivamente gutturale, spesso e volentieri innervato da elementi scream di grande efficacia. 

Il brano trasuda robustezza da ogni singola nota, palesando una maturità notevole anche per quanto riguarda l'arrangiamento, equilibrato e decisamente fluido nonostante il flusso immaginifico della proposta dei nostri li porti a cambiare spesso riff, ritmiche e soluzioni nel volgere di breve tempo, mentre una menzione di merito va al modo in cui la band gestisce le implementazioni melodiche, grazie a fraseggi di chitarra molto azzeccati, catchy al punto giusto ma mai banali o ridondanti. Un'opener davvero coi fiocchi. Si prosegue all'insegna dell'intensità con la successiva SI VIS PACEM, PARA BELLUM, che ci accoglie a suon di blast beat e riff insistiti e martellanti prima di assestarsi su un death metal fiero e battagliero (il cui andamento mid-tempo ci ricorda un po' i Bolt Thrower di metà carriera), opportunamente innervato da aperture atmospheric/epic black di pregevole fattura. Il binomio stilistico su cui si basa la proposta dei Gates Of Doom, qui leggermente sbilanciato sul versante death, si arricchisce di atmosfere marziali e malinconiche che rimandano un po' alla scena francese più altera e battagliera (I Belenos di “Chants De Bataille e i primi Osculum Infame su tutti), andando a comporre un quadro dal grande potere evocativo, nonostante ci si trovi di fronte al brano più breve e diretto dell'intero lotto. Sono antiche percussioni ad accoglierci sulla soglia della successiva I,THE EAGLE,THE STRENGHT, THE POWER (che, con i suoi quasi nove minuti di durata, è invece il brano più lungo in scaletta), ottimamente coadiuvate da imperiosi arrangiamenti di tastiera per andare a concretizzare un'introduzione magniloquente al punto giusto per quello che andrà a stagliarsi come il brano più epico ed evocativo dell'intera opera (nonché il più complesso). La band mette qui sul piatto tutte le frecce al proprio arco, dimostrando una maturità invidiabile nel riuscire a dare compattezza, “punch” e anche il giusto afflato “catchy” a una composizione così zeppa di spunti, soluzioni e cambi di registro, permettendosi anche il lusso di suggellare il tutto con un refrain azzeccato e riuscitissimo.  Ventate di black metal oscuro e avvolgente, crude bordate epic/death, calibratissimi arrangiamenti di tastiera, accompagnano l'ascoltatore in un viaggio nel tempo nei giorni del massimo fulgore di Aquileia vividissimo, in cui il flusso emotivo del brano risulta talmente centrato e avvincente da far quasi dimenticare l'ascoltatore di trovarsi al cospetto di un pezzo dalla durata così importante. Highlight assoluto. Il black metal essenziale e penetrante che caratterizza l'inizio della successiva THE GALENUS PLAGUE ci rimanda ai migliori Primordial, prima che l'indole death dei nostri prenda il sopravvento, confezionando una delle strofe in assoluto più incisive e immediate dell'intero lotto, splendido contraltare alle atmosfere tragiche che caratterizzano il prosieguo della composizione.

Alle sensazioni evocate dal titolo del brano non poteva, infatti, non corrispondere un costrutto atmosferico adeguato, con una band assolutamente magistrale nel rendere tangibili tali spettri di paura e morte, concretizzandoli in quello che, con ogni probabilità, è il pezzo che più di ogni altro vive dell'effetto destabilizzante generato dai chiaro/scuri stilistici di cui è composto. Mai come qui, infatti, la band traccia una netta demarcazione fra i momenti death e quelli black, sfruttando a pieno l'impatto dell'uno e la carica umorale dell'altro per dare profondità e massima penetrazione al brano, ammantando poi il tutto con melodie malinconiche e pregne di disperazione assolutamente centratissime.

Non stupisce affatto che questo pezzo sia stato scelto come singolo apripista (con relativo, ottimo, video) dell'intero lavoro. 

Un brano che, posto esattamente a metà album, fa da ideale spartiacque atmosferico dell'opera, che da qui in avanti si farà sempre più plumbea e drammatica. Non tragga in inganno il tono solenne ed epico che marchia a fuoco l'inizio della successiva UNDER A TREACHEROUS DOMAIN: da qui in poi, infatti, saranno le sensazioni di declino e fatalità a prendersi il proscenio, e ciò a partire proprio da questo brano, dove sembra davvero che ogni anelito di grandezza finisca per essere tradito e ridotto in polvere grazie a un sapiente utilizzo di melodie penetranti e malinconiche chiamate a fare da contraltare a un brano, di base, decisamente roccioso, in cui l'intensità esecutiva la fa senza dubbio da padrona. Le sensazioni di disfatta si fanno ancora più penetranti e incontrovertibili nella splendida ATTILA,FLAGELLVM DEI, a partire dalla sua splendida, quanto gravata di sentori disperati, introduzione. La distruzione è imminente, e viaggia sull'onda di chitarre compattissime e implacabili, benché capaci di ritagliarsi spazio anche per fraseggi melodici latori di malinconici e tristi sentori. E' proprio la capacità della band di legare ogni sezione del brano mediante il sapiente utilizzo di costrutti atmosferici e melodie a marchiare a fuoco il pezzo che, intessuto sulle consuete trame black/death che sono elemento distintivo degli attuali Gates Of Doom (e arricchito dalla presenza dell'ospite Raffaello Indri, chitarrista dei conterranei Elvenking, qui autore di un pregevole assolo), spicca proprio in virtù di una coerenza melodica posta più in primo piano che mai, supportata da arrangiamenti capaci di donare grande dinamicità al quadro d'insieme. L'onere e l'onore di chiudere degnamente un'opera così convincente sono demandati alla tiltle track AQVILEIA MATER AETERNA, cui spetta il non facile compito di dare la centratura e la coerenza definitiva all'insieme dei pezzi. Compito che il brano esegue magistralmente, riuscendo, pur nella tragicità insita nella fine di ogni epopea, a trasmettere il profondo senso di orgoglio e fierezza che ne costituiscono il lascito ai posteri. Per raggiungere questo scopo, i Gates Of Doom mettono momentaneamente da parte l'intensità esecutiva che solitamente li caratterizza per sfornare un brano dai tempi decisamente contenuti, caratterizzato da ritmiche cadenzate, marziali e quadratissime e da aperture atmosferiche straordinariamente evocative, dominate di volta in volta da fraseggi acustici,parti recitate, avvolgenti arrangiamenti di tastiera e splendide tessiture melodiche, nonché da sparute quanto efficaci porzioni corali dai toni solenni e profondi. Il quadro che ne deriva va a costituire l'epilogo perfetto per un'opera come questa, proprio grazie al tratto di discontinuità che va a rimarcare, pur nell'assoluta coerenza stilistica di fondo col resto del materiale. 

Si chiude così, su sfumanti chitarre acustiche accompagnate dai suoni di risacca del mare, un lavoro estremamente convincente e maturo, che colloca i Gates Of Doom fra i migliori esponenti del metal estremo italiano “identitario”, in compagnia di acts del calibro di Selvans,Atavicus, Dawn Of A Dark Age, Scuorn, Luce D'Inverno, Imago Mortis e A' Rèpit, forti di una personalità e di una padronanza dei propri mezzi assolutamente invidiabili (che lasciano, peraltro, intravedere ulteriori margini di crescita per questo progetto meritevole di tutte le vostre attenzioni). 

Promossi e consigliatissimi. 

Avanti così.

 

85/100