02 MARZO 2021

Recensione a cura di

Daniele Blandino

 

line-up

Marco Monacelli – Voce

Sauro Mori – Chitarra

Matteo Carovana – Basso

Alessio Monacelli – Batteria

 

Gli Hellcome! si formano nel 2009 a Fabriano (AN). Fino al 2012 tra live, prove e bar più o meno loschi, viene fatta la stesura di quasi tutti i brani che comporranno il disco d’esordio: “Good Friends, Bad Company”, che è anche il motto che guida da sempre i loro passi barcollanti e ispira testi indecenti e politicamente scorretti. Lo stile della band unisce la potenza del Metal e il divertimento del Rock’n’Roll: in una sola parola Thrash’n’Roll. Dopo un lungo periodo di inattività dovuto al trasferimento di alcuni membri della band a Bologna, nel 2019 il progetto riprende vita proprio nel capoluogo emiliano.

Una line-up rinnovata e una maggiore maturità contribuiscono a rendere lo stile della band più attuale ed estremo. Oltre a comporre nuovo materiale, viene data nuova linfa vitale ai brani dell’album. Nel marzo 2020 la band termina i lavori di “Good Friends, Bad Company”, album d’esordio, registrato e mixato da Sauro Mori. Decente debut album dei marchigiani Hellcome; il loro thrash/groove metal è di stampo classico e non sembra voler portare particolari innovazioni nel genere. L’album è composto di 9 tracce per la durata di 36 minuti. L’artwork fa trasparire la natura scherzosa del gruppo. L’album si apre con la title track “Good Friends, Bad Company”: opening, francamente, senza mordente. La band ci prova a coinvolgere il pubblico, ma senza riuscirci; alquanto banale anche se ascoltabile ma che tende a non lasciare particolari impressioni dopo l'ascolto. Si continua con “Dead City Lights”: altro brano senza  grandi pretese, leggermente più veloce del precedente,  ma che non riesce a dare quella spinta coinvolgente che l’ascoltatore si aspetterebbe, la band non sembra voler esprimere alcuna novità, piuttosto usa formule musicali già espresse in passato da gruppi dello stesso genere. Terza traccia “Revenge”: brano a mio giudizio piuttosto noioso, come i precedenti, ripetitivo sia nei riff e sia negli schemi. Quarta traccia “Can You Feel My Hate?”: anche in questo brano il gruppo non appare come volenterosa di far trasparire mordente, l’ascoltatore casuale potrebbe rimane sempre più perplesso e deluso, quasi scontento ed annoiato. Brano ripetitivo, la band ripete i canoni del genere senza aggiungere nulla di personale al brano. Si ha la sensazione che i ragazzi non vogliano addentrarsi nelle novità, forse per paura di non essere capiti e, probabilmente, proprio per questo motivo scopiazzano qua e là; un po’ di coraggio in più li farebbe uscire da quella mediocrità in cui sono cascati. Quinta traccia “Until See Snakes”: sembrerebbe che in questo brano abbiano preso un pochino di coraggio, leggermente più coinvolgente dei precedenti, ma nulla di eclatante, come detto in precedenza non si deraglia dai binari già percorsi da altri, si va avanti solo per inerzia. Sesta Traccia “The Art of Squirting”: brano veloce ma, come i precedenti, senza mordente e ripetitivo. La rassegnazione di non trovare novità sonore e l’attenzione per l’intera opera va man mano decrescendo.  Settima traccia “Motörhead”: brano molto veloce, capace di risvegliare leggermente la voglia di proseguire l’ascolto; sicuramente migliore dei precedenti e con qualche accenno a qualcosa di personale, la durata non molto elevata lo rende piacevole. Penultima traccia “Life Parade”: una simil-ballad studiata leggermente meglio dei brani precedenti; l’ascoltatore riesce a esserne coinvolto di più e soprattutto la band è uscita dagli schemi e si sente il tocco personale senza essere ripetitivo. Chi ascolta questo brano percepisce l'impegno che la  band dimostra cercando di creare qualcosa di nuovo, è sicuramente il migliore brano dell’intera opera. L’album si chiude con “ Liver”: brano dalle sonorità leggermente migliori dei precedenti ma, dopo le prime battute, ritorna alla mediocrità. la band usa nuovamente melodie di altri, la personalità dimostrata nella traccia precedente viene cancellata del tutto. 

Un debut album per questa band marchigiana che non convince. Sicuramente non è un buon biglietto da visita, molto ripetitivo in quasi tutte le tracce e quell’accenno di personalità espresso nell’ottava traccia non è sufficiente per valorizzare l’intero lavoro. Il lato positivo dell’opera si trova nella produzione: pulita, con un ottimo mixaggio ed una buona regolazione dei volumi. Consigliato l’ascolto agli amanti del genere casual.

 

45/100