15 MAGGIO 2021

Recensione a cura di

Edoardo Goi

 

La proposta dei milanesi INSANIA.11 è senza dubbio di non facile collocazione stilistica. Rinati nel 2008 sulle ceneri della precedente esperienza musicale (denominata esclusivamente “Insania”) undici anni dopo lo split, i nostri si affrancano in modo abbastanza deciso dal sound primigenio (un thrash metal venato da elementi core) per abbracciare una dimensione più vicina a un death metal notevolmente brutale e molto tecnico, non privo di alcuni rimandi thrash/core, ma comunque calati in un contesto marcio e inquietante al punto giusto, reso ancora più incisivo e mordace dall'utilizzo della lingua italiana nei testi, interpretati in modo decisamente non-convenzionale e intrigante. Passati (sia come Insania che come Insania.11) attraverso diverse vicissitudini dal punto di vista della line up, i nostri si consolidano in un duo formato da Saamang (Voce e chitarra) e .Ethrum (chitarra), decidendo di affidarsi a linee di basso e di batteria programmate per la realizzazione dell'ep di debutto sotto il nuovo moniker, intitolato DI SANGUE E DI LUCE e datato 2016. L'impressione di trovarsi di fronte a una proposta decisamente particolare nasce fin dall'immagine di copertina, capace di evocare sensazioni decisamente trasversali e oscure, e trova la sua conferma allorché la prima traccia, intitolata UROBOROS, deflagra in tutta la sua aggressione sonora. Introdotto da inquietanti samples, il riffing si palesa in tutta la sua ferocia sull'onda di un death metal d'assalto, brutale e affilato, dagli evidenti richiami ai Suffocation e ai Criptopsy più tecnici ed evoluti, ma non privo di sentori più moderni, vicini all'attuale scena technical death metal dominata da nomi quali Psycroptic, Decrepith Birth o Defeated Sanity. Non mancano, nel fluire del brano, nemmeno richiami al thrash evoluto, contorto e circolare di acts quali Coroner e Realm, ma ciò che conferisce un'aura autenticamente inquietante al tutto è senza dubbio l'uso della voce, impostata su un growl decisamente intelligibile e su un registro più recitato e declamatorio che cantato. La produzione, curata quasi totalmente in home recording dalla band stessa, risulta sufficientemente potente e definita da esaltare tutti gli elementi della proposta degli Insania.11, col tono asettico e inumano delle drums programmate (in modo comunque impeccabile ed estremamente credibile e curato tanto dal punto di vista dei suoni che dell'esecuzione) a conferire un tocco di algida implacabilità assolutamente calzante con l'atmosfera che trasuda dai solchi dell'ep. Il brano (che, insieme ai successivi tre, andrà a comporre un mini-concept dai toni tanto metafisici quanto orrorifici, composto insieme a Sigrfrido, batterista della band fino al 2014 e cui va ascritta la creazione del 70% dei drum pattern in essi utilizzati) procede contorto e feroce dall'inizio alla fine, senza lasciare all'ascoltatore la benché minima possibilità di tirare il fiato e confluendo senza soluzione di continuità nella più thrashy e groovosa METAMORFOSI, composizione dal riffing decisamente meno soffocante e (relativamente) meno contorto, in cui la band decide di dare sfogo alla sua anima più schizoide e dissonante, pur senza rinunciare minimamente alla feroce aggressione sonora e sensoriale che ne caratterizza la proposta. Le chitarre della porzione centrale faranno andare in sollucchero gli amanti del techno-trash più sofisticato (si odono anche echi dei meravigliosi Theory In Practice, nella combinazione di pattern di chitarra complessi e fraseggi più spiccatamente melodici), e vanno a creare un interessante gioco di contrasti con la maggiore pesantezza (tanto sonora quanto atmosferica) che caratterizza il resto del brano. Le tinte orrorifiche si fanno ancora più decise nella successiva NOSFERAT (ASPETTANDO L'ALBA), composizione che vede gli Insania.11 ammantare il loro death/thrash ad alto contenuto tecnico ad algidi frammenti che rimandano un po' ai Meshuggah più glaciali (non temete, non c'è comunque traccia di djent, fra questi solchi). Ci troviamo di fronte al brano strutturalmente più complesso del concept, in cui la band esplora in lungo a in largo tutto il suo bagaglio di soluzioni mettendo sul piatto chitarre contorte e “matematiche”, momenti di pura dissonanza cari a certi Voivod, ripartenze brutal/death al cardiopalma e momenti thrash ad alto contenuto tecnico, il tutto ottimamente miscelato e congegnato per plasmare un pezzo estremamente dinamico e coeso, in cui la varietà di spunti risulta un valore aggiunto, e non un'inutile appesantimento dai contorni onanistici. A chiudere il mini-concept, ecco giungere la brutale I MORTI, brano decisamente più diretto e “catchy” rispetto al precedente, in cui la band, pur non rinunciando alla sua complessità di fondo, punta dritta alla gola dell'ascoltatore, e non molla la presa fino all'ultimo secondo. Come sempre, molto interessanti le progressioni ritmiche, per un brano che va a concludere con grande compattezza un quartetto di brani che rappresentano in modo decisamente esaustivo e appagante i primi anni della band sotto il nuovo moniker. A chiudere l'ep, un brano più recente, intitolato B NAURAL (I FIGLI DEL QUINTO SOLE),composizione decisamente più estesa rispetto a quelle che l'hanno preceduta (si vanno a sfiorare i nove minuti di durata) che mette in mostra una decisa evoluzione nel sound degli Insania.11, che qui acquista toni quasi prog-new age, grazie all'uso di arpeggi dilatati e siderali tastiere, il tutto unito a un riffing che, sebbene ancora contorto e decisamente tecnico, si assesta su tempi decisamente controllati (non disdegnando comunque alcune calibrate accelerazioni, contrassegnate comunque da un riffing decisamente più intrecciato e dissonante, rispetto alla passata brutalità), mentre immutato resta l'utilizzo recitato e inquietante della voce. La musica dei nostri sembra qui intraprendere una via più “cinematica”, puntando decisamente forte sulla costruzione di vere e proprie ambientazioni sonore a tutto tondo e demarcando in modo senza dubbio netto la volontà di intraprendere una percorso artistico ancora più personale e unico (pur senza rinunciare a quanto di buono seminato in passato), lasciandoci addosso una notevole curiosità nei confronti delle future mosse del duo lombardo. Un ep interessante e zeppo di spunti, foriero di possibili, ancora più intriganti, sviluppi. Consigliato agli appassionati dell'estremo dalla mentalità aperta.

 

75/100


5 MAGGIO 2021

Recensione a cura di

Edoardo Goi

 

Avevamo lasciato gli INSANIA.11 alle prese con spinte evolutive evidenti fra le tracce dell'ep “Di Sangue E Di Luce”, nel tentativo di evolvere il proprio sound dal death metal brutale e molto tecnico (venato da schegge thrash e core) del materiale più datato a uno stile più variegato e composito, e li ritroviamo su questo primo full , intitolato L'ORRORE e pubblicato su MASD Records, più brutali, spigolosi e soffocanti che mai. Saamang (voce, chitarra, basso e drum programming) e Ethrum (chitarra) sembrano, infatti, aver accantonato le pulsioni prog/death dai connotati quasi new-age che avevano fatto capolino nelle cose più recenti del precedente lavoro per concentrare tutte le loro energie nella forgiatura di un sound freddo, mortifero e implacabile che rendesse giustizia all'atmosfera evocata dal titolo scelto per questo primo lavoro sulla lunga distanza. Nato per essere, concettualmente, un semplice compendio di suggestioni derivate dal cinema horror, e successivamente concretizzatosi in un discorso di più ampio respiro atto ad interrogarsi sul senso dell'esistenza dell'uomo in forma umana sulla Terra (considerazioni che, come è facile intuire dando una breve scorsa ai titoli di questo album, non tratteggiano un quadro molto incoraggiante riguardo la condizione umana), il lavoro si apre con la dura e soffocante IL DIVORATORE DI MONDI, brano che spinge fin da subito forte sull'acceleratore, coniugando un riffing brutale e contorto, memore della lezione di acts quali Suffocation, Criptopsy e Malevolent Creation, ma rivisitata mediante l'utilizzo di soluzioni più moderne e chirurgiche (ricordandoci, in questo, i Decapitated di metà carriera, prima di scivolare sulla buccia di banana del groove), e atmosfere inquietanti e trasversali donate dal particolare cantato (rigorosamente in italiano) di Saamang, come sempre capace di caratterizzare in modo decisivo la proposta dei nostri tanto per le scelte interpretative quanto per le linee vocali utilizzate. A iniziali contorsioni del rifferama fanno seguito porzioni scandite da contorsioni ritmiche altrettanto contorte , per un brano che, se da un lato riesce in tal modo a rendere tangibile il senso di angoscia e ineluttabilità intrinseco nella proposta della band, tende a risultare, a conti fatti, eccessivamente monolitico e dinamicamente “bloccato” e inscalfibile, rendendo l'ascolto un po' pesante. Non è detto però che questo non fosse il vero intento della band: creare un dedalo sonoro impenetrabile e implacabile in cui far smarrire l'ascoltatore, per poi fustigarlo a suon di brutalità e visioni nefaste. Quasi a suffragare questa sensazione, si scopre ben presto che anche la successiva MADRE DOLOROSA si muove sulle medesime coordinate dell'opener, fra aperture thrash, schizzate e improvvise scudisciate in blast beat, contorsioni ritmiche assortite in cui le chitarre tratteggiano riff angolari di chiara matrice technical death e il pervicace rifiuto nei confronti di qualunque hook melodico o atmosferico che possa garantire all'ascoltatore un minimo appigli, nella sua discesa nell'orrore. Anche la porzione centrale, caratterizzata da tempi meno ossessivi e da un più spiccato flavour melodico, non è che un breve tratteggio dai connotati disperati in mezzo a un mare di sadismo sonoro. Non c'è scampo nemmeno nella successiva NELLA FOSSA (con un titolo così, come sarebbe potuto essere diversamente), nonostante un inizio caratterizzato da tempi contenuti su cui si stagliano riff marci impregnati del doom più evocativo e catacombale che la band si dimostra molto abile a trasportare, mediante un azzeccato crescendo, sui consueti territori brutali e decisamente tecnici. Il brano si rivela il più dinamico e strutturalmente variegato fra quelli ascoltati fin'ora, e passa con notevole efficacia e fluidità da momenti più lenti e orrorifici ad altri più intensi e parossistici, riuscendo così a trasmettere in modo tangibile le atmosfere mortifere di cui è impregnato senza che i nostri rinuncino ai trademark di brutalità che sono alla base del loro operato artistico. Pezzo senza dubbio vincente. Dopo un tale profluvio di implacabile brutalità si resta quasi spiazzati dagli arpeggi clean che contraddistinguono l'inizio della successiva INVERNO , straniante e obliquo (chiamatemi pazzo, ma io ci sento echi di Marlene Kuntz, Teatro Degli Orrori e Massimo Volume, nei loro momenti più “storti” e lisergici), che fanno da contraltare a successivi intrecci prog-death in odore di Atheist e Cynic. E' proprio su questa ambivalenza che vive l'intero brano, fra momenti più liquidi e ammalianti e altri più freddi e mortiferi: esattamente come nella copertina dell'album, la musica dei nostri appare sempre virata in toni di bianco e nero, a tratti più velati,a tratti più definiti e definitivi, ma sempre accomunati da una totale assenza di vita e di speranza, che in questo brano trovano la loro disperata sublimazione. Un brano anormale e atipico, ma comunque pregno della personalità degli Insania.11 e capace di donare all'intero lavoro connotati più variegati e multidimensionali. Si torna su lidi più brutali con la successiva IL BOSCO , brano che recupera le coordinate stilistiche tipiche dei nostri rialzando l'asticella dell'intensità dell'album grazie alla sua attitudine molto “in-your-face”. 

Si tratta di una composizione in cui la band, pur non rinunciando al suo approccio ritmicamente e chitarristicamente contorto, si affida a soluzioni parzialmente più immediate, confezionando così un pezzo di grande impatto e resa, prima di lanciarsi nella lunga cavalcata conclusiva di LA LEGGE DI DAMHER (LA MARCIA DEI GOLEM), otto minuti abbondanti in cui i nostri riversano tutto il loro amore per la brutalità e le soluzioni contorte, dando vita a una sarabanda di technical/brutal death metal implacabile e inarrestabile, col lavoro delle chitarre (come sempre) sugli scudi e soluzioni ritmiche sempre in divenire, capaci di mantenere vivo l'interesse e l'attenzione dell'ascoltatore nonostante il brano non abbia un attimo di tregua (nemmeno nella sua seconda parte, quando i tempi si fanno più lenti senza che la tensione del pezzo subisca il benché minimo calo). Si conclude così un album riservato senza dubbio a una fetta di pubblico selezionata, che fa della sua inscalfibilità tanto il suo più grande (possibile) difetto quanto la sua caratteristica più interessante e caratterizzante, che potrà trovare ampi consensi negli ascoltatori maggiormente avvezzi a determinate complessità e estremismi sonori che non rinnegano a prescindere l'inserimento di soluzioni più moderne all'interno di costrutti già collaudati. Provante ma al contempo interessante. Se rientrate nella suddetta categoria di ascoltatori, dategli un ascolto senza indugi.

 

70/100