16 SETTEMBRE 2021

  Recensione a cura di

 Alessia VikingAle

Neker è un cantante bassista che guarda agli anni 90 ma che è al contempo alla ricerca di nuove sonorità. Il progetto omonimo nasce dall’esigenza di una band che accompagnasse i suoi riffs di basso e la voce, così nel 2015 ha modo di incontrare Alessandro Eusebi e Daniele Alessi, rispettivamente chitarra e batteria. Con questa formazione nasce nel 2016/2017 “Louder”, cui seguiranno vari show tra Italia ed Europa, un vero e proprio tour europeo e un tour in Canada. Oggi parliamo di “Slower”, disco composto e registrato tra il 2019 e il 2020 ed uscito il 18 giugno di quest’anno per la Time To Kill Records. Il disco si apre con “Nosferatu”, dove il muro sonoro tramortisce l’ascoltatore per trascinarlo in un abisso fatto di cupi riffs ripetuti in loop, accompagnati da una voce che rimane come sottofondo.  “Like there’s no tomorrow” ha un carattere aggressivo e violento che convince fin da subito e non accenna a diminuire, anzi. Interessante l’assolo che sancisce il passaggio alla parte finale del brano. In “Too fierce” la band cambia ancora volto mostrando un’aura malvagia, ritmi serrati e riffs taglienti a sancire le varie fasi del brano, mentre la voce qui predilige passaggi in pulito piuttosto che in scream, che è ad ogni modo presente ma in misura minore.  In “Another one” tornano I bassi pesantissimi già sentiti in “Nosferatu” uniti alla chitarra che è ora malinconica, ora rabbiosa. Batteria e voce completano il quadro stando dietro ai repentini cambi di atmosfera per una traccia in continuo movimento. “A kind of pain” è un brano rabbioso che esprime frustrazione e malcontento, dove i riffs si inseguono fino all’ultima distorsione, la voce non ha bisogno di parti in pulito, mentre la batteria scandisce al meglio il ritmo.  “Something from nowhere” riprende gli stilemi classici del doom per creare un brano cupo e potente, dove i bassi e grancassa rimbombano nella cassa toracica dell’ascoltatore. Il brano è tra i più lunghi del disco ma la composizione fa in modo che quei quasi otto minuti passino senza nemmeno accorgersene. “Pretty fucking far from ok” si spoglia delle atmosfere doom accumulate dal precedente brano per mostrare un’anima bruciante. Qui non c’è spazio per passaggi cadenzati, bensì per riffs sludge ed esplosioni di piatti della batteria. “The birth of pain” continua ancora sulla linea aggressiva della precedente canzone, dipanando una ragnatela compositiva che si basa sulla batteria ed i suoi cambi di tempi, furiosi riffs e un growl cavernoso alternato ad un pulito stridente (in senso buono). “Laura Palmer’s Theme” è una cover dell’omonimo brano del maestro Badalamenti, rifatto in stile Neker e impreziosito da dialoghi tratti da Twin Peaks. “The world I waiting for” è una traccia che prende il suo tempo per maturare e diventare più aggressiva. dall’animo sludge, si fregia di riffs accattivanti e un buon ritmo per conquistare l’ascoltatore. “Deception of the guardian” chiude il disco disseminando caos e rabbia, umore che aumenta man mano che avanza il minutaggio, fino all’esplosivo finale. Tirando le somme, “Louder” è un disco dalle molteplici sfaccettature, che esula le etichette evitando di chiudersi su un solo genere e spaziando su più fronti.

 Un disco ottimo per staccare il cervello dalla quotidianità e godersi del tempo di qualità ascoltando un buon disco. 

 

75/100