17 NOVEMBRE 2021

Recensione a cura di

Edoardo Goi

 

Saliti alla ribalta della scena black italiana con la pubblicazione, nel 2015, del primo full lenght, intitolato “Viteliu” (concretizzazione di un percorso iniziato nel 2005 e caratterizzato dalla pubblicazione di due demo, “La Rivolta Delle Stelle” del 2006 e “Fides” del 2007), i lucani OMNIA MALIS EST (one man band da sempre guidata dal polistrumentista Uruk-Hai) si sono presto distinti per il proprio amore per la storia dei loro luoghi di appartenenza; e se il primo album aveva visto i nostri costruire un concept incentrato sulla storia dei Sanniti, questo secondo full, intitolato in modo piuttosto esplicativo LUCANIA, vede invece la band addentrarsi in alcune interessanti considerazioni relative alla natura a metà strada tra sacro e profano del proprio popolo e della propria terra in relazione tanto al quotidiano quanto all'imponderabile, con particolare riferimento al decennio 50-60 (anni in cui questa natura ambivalente nell'approccio alla vita e alla morte era veppiù radicato). Rifacendosi al lavoro dell'antropologo Ernesto De Martino, Uruk-Hai ha suddiviso questo concept in tre parti, a loro volta suddivise in brani: Sacra Povertà (incentrata sulla ritualità della nascita in quanto affermazione della Presenza nel mondo e su quella del lavoro visto come elemento inscindibile della quotidianità), Lamentazione Funebre (incentrato sulla ritualità della morte come esorcizzazione della vacuità dell'esistenza tramite la sua consegna all'eternità) e Terra Di Luce (autentica dichiarazione di Appartenenza mediante la coscienza e la celebrazione delle proprie radici). nteramente composto,registrato, mixato e masterizzato dallo stesso Uruk-Hai (autore anche dello splendido artwork), l'album si apre sulle evocative note dai connotati folkloristici dell'introduzione (in parte recitata) A VIJE DU LAMIENT, ottima per mettere l'ascoltatore nel giusto mood prima che BATTESIMO NEL VINO deflagri dalle casse con tutta la sua avvolgente carica melodic-epic black metal, resa ancora più penetrante dall'uso dell'italiano per i bellissimi testi (valore aggiunto irrinunciabile per un album con queste prerogative). Uruk-Hai é come sempre molto abile nel non indulgere eccessivamente su partiture avvolgenti, irrobustendo il tutto con oculate accelerazioni dai connotati più “grim” e donando dinamica e penetratività emotiva con calibrate aperture pulite dal grande fascino. Il brano si dipana così in modo vibrante, esaltando l'onnipresente vena atmosferica di fondo grazie a un costrutto agile e curato, capace di far coesistere emotività e muscolarità con un equilibrio invidiabile.

A voler dare qualche riferimento stilistico, si potrebbero citare i primissimi Satyricon (quelli avvolgenti e brumosi dei primi due album, tanto per capirci), le prime cose di acts quali Lord Belial e Dark Fortress, ma anche i Thy Serpent più mistici e, immancabilmente, i Windir più cupi, il tutto riletto mediante un approccio “territoriale” palese e radicatissimo. Uno splendido riff dai toni profondamente 90's ci accoglie alle porte dell'avvincente SETTE ANNI, brano che alterna mid-tempo e sfuriate al fulmicotone in modo più lineare, ma non per questo meno avvincente, rispetto al brano precedente. Graziato da linee melodiche mai ingombranti ma di grande rilevanza, questo brano dai connotati stilistici deliziosamente old-school (fanno capolino anche alcune reminiscenze Taake e secondi Carphatian Forest) convince proprio in virtù della sua consistente profondità umorale. Quasi a voler sottolineare il cambio di macro-zona tematica, la successiva CRISI DEL CORDOGLIO picchia forte come non mai, mettendo in mostra il lato più ferale degli Omnia Malis Est sull'onda di un blast beat martellante e insistito sotteso a chitarre feroci (ma che non mancano di innervare il tutto di sottotrame melodiche tanto discrete quanto fondamentali all'onnipresente connotazione atmosferica della proposta artistica dei nostri), il tutto reso più accattivante da oculati stop and go capaci di esaltare in modo congruo le appassionate liriche in scream di Uruk-Hai.

Lontani rintocchi di campane a morto rendono l'atmosfera del pezzo ancora più lugubre, consegnandoci un brano che trasuda sensazioni funeste e luttuose da ogni singola nota, piazzandosi fin da subito fra gli highlight assoluti dell'intero lavoro. Trascinanti connotazioni black&roll (in alcuni momenti vicine ai momenti più rutilanti dei controversi Ad Hominem) e aperture atmosfericamente più rilevanti (irrobustite qua e là da opportune sfuriate “total black”) sono invece le caratteristiche stilistiche che marchiano a fuoco la travolgente STABAT MATER DOLOROSA, brano che mette in mostra la componente più “fisica” e torrenziale dei nostri, comunque abilissimi nel non far mancare mai l'indispensabile retrogusto etnico, soprattutto grazie a una oculata gestione atmosferica che, fra dissonanze e struggenti cantilene in lontananza, ci consegna vivo e vibrante il mondo rurale e ricco di tradizione evocato dalla loro proposta. Summa assoluta di questa seconda macro-zona tematica, e aperta da una raggelante lamentazione funebre femminile, la successiva LA MESSA DEI MORTI si distingue per un approccio più ferale che mai, con scudisciate di batteria e chitarra a tratteggiare in modo quantomai penetrante la disperazione incipiente che ne caratterizza il dipanarsi, mentre a splendide aperture atmosferiche è demandato il compito di rendere palpabile il senso si Eterno che ad essa si accompagna. Si tratta di uno dei brani più complessi e strutturati dell'intero album, in cui la band non lesina nulla in quanto a soluzioni per donare al tutto una coerenza e profondità a tutto tondo, centrando perfettamente il bersaglio.

Conclusasi la parte dell'album riguardante l'approccio rituale al ciclo di vita e morte, la dichiarazione d'amore per la propria terra e le proprie radici messa in scena da Uruk-Hai in questa terza e conclusiva macro-zona tematica si apre con l'epica title track LUCANIA. L'atmosfera abbandona i toni funerei degli ultimi brani per abbracciare sensazioni che, sebbene sempre ammantate da una latente e struggente malinconia, risultano palesemente più trionfalistiche ed epiche, decisamente più adatte a rendere palpabile l'orgoglio dell'appartenenza ai propri luoghi e alla propria storia da parte dell'autore. Benché sempre costruite su un sostrato black metal decisamente denso (che qui predilige i tempi medi rispetto alle sfuriate, comunque presenti), le melodie si fanno più prominenti e avvolgenti, marchiando a fuoco un brano dall'emotività debordante. Nonostante un attacco decisamente feroce, l'emotività la fa da padrona anche nella successiva, lunga e articolata DESIDERIUM (e così sarà per tutta la durata di questa terza macro-zona tematica), brano multi-sfaccettato in cui Uruk-Hai da fondo a tutte le frecce stilistiche al suo arco per comporre una piccola ode/epopea intrisa di atavici sentori che, fra momenti di grande e torrenziale black metal, aperture dai toni più epici, passaggi etnici e intensi momenti dominati da chitarre pulite, recitati, litanie e suoni ambientali di grande fascino, va a dipingere un affresco straordinariamente vivido capace di colpire a fondo l'immaginario dell'ascoltatore, ergendosi immediatamente a fulcro emotivo dell'intera opera.

L'album si avvia quindi a conclusione sulle intense note di AMORE, ideale outro dai toni magniloquenti (benché non manchino anche in questo caso momenti più incalzanti, robusti e oscuri) caratterizzata dall'intenso recitato della poesia “Amore” del poeta Albino Pierro e dalla conclusione affidata a un canto popolare locale di grande fascino.

Si conclude così un'opera che riconferma gli Omia Malis Est ai vertici della scena italiana per quanto concerne il black metal più identitario e radicato nel territorio, grazie alla fusione perfetta di black metal tradizionale e afflati etnici, che merita di trovare estimatori tanto fra i fruitori della prima che della seconda cifra stilistica in virtù di un equilibrio fra le parti assolutamente azzeccatissimo, foriero di ripetuti ed appaganti ascolti.

Un album da ascoltare, avere e interiorizzare. Estremamente affascinante.

 

90/100