27 GENNAIO 2021

Recensione a cura di

Edoardo Goi

 

Quanto può essere difficile fare le cose semplici, e quanto lavoro ci vuole per raggiungere l'essenzialità ?

E ancora: quanto può essere complicato far suonare semplice e diretto qualcosa che, invece, in ultima analisi risulta sapientemente stratificato e strutturato?

La risposta a questi quesiti, se mai fossimo nella possibilità di conoscerla, potrebbe fare luce sul percorso artistico assolutamente unico dei piemontesi THE MAGIK WAY, enigmatico ensemble dalla difficile collocazione musicale fondato nel 1996 per mano di alcuni musicisti fuoriusciti dalla cult black metal band italiana Mortuary Drape con l'intento di dare forma a un progetto multidisciplinare che potesse coniugare il comune amore per il dark sound (italiano e non) con il teatro, la danza, la poesia, la letteratura e le arti visive.

Raccoltisi intorno alla figura del mastermind Nequam (che nei Mortuary Drape ricopriva il ruolo di batterista, ma che qui si occupa, oltre che del concept, della voce, delle tastiere, dell'elettronica, del basso elettrico e delle chitarre acustiche, oltre che della batteria, limitatamente a questo ultimo lavoro, in sostituzione del precedente batterista, Azàch), e legati a doppio nodo alle attività del circolo esoterico de “L'Ordine Della Terra” (Ordine fondato dai membri stessi e che vede, anche in questo caso, Nequam come principale figura di riferimento), i THE MAGIK WAY definiscono la loro proposta come “Ritualistic Occult Music”;una definizione che, se da una parte dice e non dice riguardo alle coordinate stilistiche del progetto, dall'altra risulta forse l'unica a poter contenere la complessità di influenze che va a costituirne il sostrato artistico senza tralasciarne alcuna.

Il percorso di affinazione del gruppo ha visto i nostri passare dall'iniziale sperimentazione sulla base dei linguaggi musicali precedentemente sviluppati dai singoli componenti (principalmente black metal, doom metal e dark sound) a una crescente prossimità a quello che potremmo definire un “cantautorato colto ed elitario” che, già decisamente evidente nel precedente full lenght “Curve Sternum” (datato 2015) e nel riuscito split in compagnia degli altrettanto sperimentali blackster campani MALVENTO (intitolato “Ars Regalis” e pubblicato nel 2018), trova in questo nuovo IL RINATO (pubblicato su etichetta My Kingdom Music) la sua sublimazione (forse) definitiva, in virtù di composizioni quantomai pregne di intimo lirismo e ricercata essenzialità.

Ecco quindi che, nel corso di questo complesso 2020 e con una formazione completata, oltre che dal già citato Nequam (alle incombenze precedentemente enunciate), da Maniac Of Sacrifice alle chitarre elettriche, elettroacustiche e agli effetti e da Tlalocàn al contrabbasso, alle orchestrazioni e ai rumori (e con la partecipazione di Gea Crini al canto e alla recitazione e alcuni spunti musicali forniti dall'ex bassista del gruppo, Diabolic Obsession), i THE MAGIK WAY ritornano sul mercato con un lavoro che, lo diciamo subito, potrebbe proiettarli con merito al vertice dell'attuale scena dark italiana grazie a una compenetrazione fra concept di base e mera espressione artistica che, sebbene già abbondantemente consolidata negli ultimi due lavori in studio, raggiunge qui nuovi livelli di eccellenza assoluta.

Parliamoci chiaro: la personalità, in questo progetto, è sempre stata una componente quantomai palese e conclamata;

ma il percorso di crescita di un entità dall'urgenza artistica ed espressiva così debordanti non poteva non generare un ulteriore, deciso passo nello sviluppo di connotati di unicità ancora più spiccati, che si traducono qui nella distillazione di un linguaggio artistico che, pur non nascondendo alcune evidenti influenze allogene, si dimostra altresì privo di autentici eguali sulla scena.

Potrà forse sembrare pura narrazione, per chi non dovesse avere familiarità con l'importanza che la band da sempre da ai luoghi e alle energie da essi trasmessi, l'affermazione che l'idea di non registrare il disco in un vero studio di registrazione, ma di usare come sale di incisione le location più disparate, dai luoghi aperti a vecchi stabili dismessi, doni al tutto un tono ancora più radicato e radicale, benché la qualità delle take e la resa sonora finale (grazie all'ottimo lavoro di mixaggio svolto dallo stesso Nequam presso “L'Alleanza Ermetica” di Alessandria e al mastering curato da Fabio Lanciotti) risulti assolutamente definita e ricca tanto quanto quella di un album prodotto in ambiente dedicato.

Ciò che fa la differenza sono le vibrazioni: tanto quelle donate dall'acustica delle varie location ai singoli strumenti, tanto quelle donate dalle medesime all'animo errante dei musicisti, avvinti da un rapimento sensoriale che traspare in modo evidentissimo dalle dieci tracce di cui è composta questa nuova opera.

E' la voce recitata di Nequam a introdurci in questo turbinio di emozioni che solo il silenzio sa gridare, stagliandosi perentoria all'inizio della tiltle track IL RINATO, posta in apertura.

Il tono ieratico e perentorio, unito a un cripticismo che fa suo il precetto esoterico di necessaria osticità di comprensione da parte dei non iniziati, nonché a un notevole slancio poetico profondamente radicato nella natura dell'uomo e degli elementi, sprofondano subito l'ascoltatore nel mondo parallelo e trasversale evocato dalla proposta dei nostri, capaci di dar vita alla loro “realtà aumentata” con poche, sapienti, pennellate liriche e sonore.

Ecco quindi i cantilenanti fraseggi di chitarra che fanno da ossatura portante al brano farsi strada nell'immaginario dell'ascoltatore col loro incedere teso che sa di fascinazione e timore per qualcosa di sconosciuto e incombente; una promessa di rinnovamento magistralmente reso dalle agrodolci trame sonore che si manifestano allorquando il brano prende slancio.

I riferimenti musicali sono più o meno gli stessi che hanno caratterizzato le ultime mosse del gruppo, quindi i nomi noti del cantautorato più ricercato che vanno da Capossela fino ai più concettuali Lindo Ferretti e C.S.I., il tutto unito a un approccio molto aperto a ogni influenza che possa risultare funzionale allo sviluppo del concept “The Magik Way”:

ecco quindi affiorare influenze dark e neofolk che sanno di Dead Can Dance, Ataraxia e ultimi Ulver, unitamente a cadenze dark/prog che evocano spettri di krautrock e Devil Doll, insieme a rimandi alla scena occult dei tempi andati, con screziature che rievocano nomi come Black Widow, Jacula e Coven, con qualche rimando all'esistenzialismo algido degli ultimi Anathema e Antimatter a completare un quadro che potrebbe apparire di difficile approccio, ma che invece da come risultante un sound estremamente coeso, ammaliante e godibile.

Le ritmiche del brano sono semplici e circolari, i fraseggi musicali evocano spesso suggestioni tanto esotiche quanto mistiche, capaci di scandagliare gli spazi e le ombre (che si fanno più scure tanto più il sole si fa splendente), generando un contrasto di suoni e umori di grandissimo fascino, supportato da orchestrazioni e crescendo/diminuendo gestiti in modo magistrale, donandoci così già col primo brano una gemma di introspezione che riesce, allo stesso tempo, a sapere di segreti celati nelle profondità della terra e di aspirazioni che puntano all'empireo e all'ultraterreno.

E' un demone in gabbia quello che invece si dibatte nella raccolta IL TEMPO VERTICALE, malinconico squarcio evocante strazianti inadeguatezze e aneliti di crescita e regresso a una consapevolezza primigenia straordinariamente resi dal bellissimo video girato all'uopo (con la regia di Alberto Malinverni, per Urbanproduzioni), autentica perla capace di dare un assaggio di quanto la già citata multidisciplinarietà della proposta dei THE MAGIK WAY possa raggiungere vette espressive di livello assoluto, con musica e immagini a formare un connubio inscindibile ed esaltante che ci da un assaggio di cosa potrebbe essere questo progetto se un giorno dovesse avere i mezzi per perseguire fino in fondo ogni sua singola aspirazione artistica.

Evocativo in modo clamoroso, il brano viene immediatamente bissato dalla più complessa e briosa COMETA SOLE, sorretta da un arpeggio circolare che evoca lo spettro degli Afterhours e Il Pan Del Diavolo più cupi e introspettivi e dal rimbombare ossessivo di percussioni i cui rintocchi sembrano scavare via via sempre più a fondo nell'animo dell'ascoltatore, sprofondandolo in uno stato di stordimento accecante al contempo inquietante e ammaliante.

La struttura in crescendo del pezzo è estremamente efficace, e fornisce lo spunto per porre l'accento sull'estrema cura con cui la band costruisce le ambientazioni sonore chiamate a fare da sostrato alle proprie composizioni, grazie a un lavoro di effettistica, elettronica, orchestrazioni e trame corali che, a volte più in evidenza e a volte in modo più oscuro, contribuisce in modo sostanziale alla costruzione di quadri sonori estremamente completi e totalizzanti, capaci di donare un'esperienza di ascolto ricca e appagante anche all'ascoltatore meno attento proprio grazie alla capacità della band di saper cogliere di volta in volta gli aspetti focalizzanti dei propri brani e valorizzarli al meglio.

Tutto questo si riallaccia in modo naturale alle considerazioni fatte in merito alla sapienza necessaria a rendere “facile il difficile” poste in apertura a questa recensione e non può non riportarci alla mente, confermandone l'attualità, le considerazioni fatte dal maestro Fabrizio De Andrè in merito alla necessità dell'artista di non soffocare il fulcro vitale delle proprie composizioni soffocandolo sotto coltri di inutili orpelli;

una lezione che i THE MAGIK WAY sembrano aver imparato alla perfezione, e che ritorna nella mente, ricordando che queste considerazioni furono fatte da De Andrè ai tempi del capolavoro di mediterraneità Creuza De Ma, anche in virtù del profondo radicamento della musica dei nostri, le cui vibrazioni risultano inscindibili dall'humus ambientale in cui sono state concepite e fissate nel tempo.

A ulteriore conferma di questi enunciati, ecco giungere lo splendido anelito di regressione fanciullesca di DEFORME, vivido affresco tratteggiato da poche, semplici pennellate, capace di evocare in un attimo sensazioni e ambienti quantomai, in modo evidente, radicati nell'immaginario dei suoi creatori così come in quello di ogni ascoltatore, che di certo non faticherà a riconoscere un afflato universale nelle schegge di inconsapevole capacità di astrazione propria della coscienza possibilista del bambino evocate in questo brano cantilenante, che fa il paio con la cupa filastrocca esoterica di IN IGNE VIVIT SALAMANDRA.

Si tratta di un brano che contrappone, alla reiterata ripetizione della frase che da il titolo al pezzo, costrutti musicali di gran pregio, abilmente intessuti di richiami folcloristici capaci di donare al tutto un tono evocativo e rurale straordinari, perfetto apripista per la danza primordiale e inarrestabile di LE VAMPE, travolgente e avvincente nel suo incedere foriero di istanze creatrici e distruttrici, per quello che, forse più di ogni altro brano in questa raccolta, sa dare la cifra dell'inscindibilità dell'arte dei THE MAGIK WAY dalla terra e dai soffi vitali universali che regolano l'esistenza di tutto ciò che consideriamo “materiale e immateriale”.

Non stupisce che un brano dalla simile potenza espressiva sia stato scelto per farne un video (sempre diretto dal buon Malinverni) ancora più osato rispetto al precedente;

vedere la danza elementale evocata dal brano prendere forma davanti ai propri occhi è un'esperienza assolutamente sconvolgente: provare per credere.

Non sembra fuori luogo, in questo caso, pronunciare il termine “genialità”, per dare la giusta misura di quanto la proposta dei nostri sia capace di travalicare il mero mezzo espressivo per dare corpo a qualcosa di autenticamente vivo e vibrante;

un vero atto di creazione nel senso più letterale e puro del termine.

Ancora storditi da una tale esperienza sensoriale, è quasi con gratitudine che accogliamo le atmosfere avvolgenti e intime de IL SACRO DOLORE, soffusa ballata ammantata da sensazioni dark e ambient che potremmo definire quasi come un brano di doom acustico, tale è la rotondità del groove portante.

Straordinariamente ammantato da sensazioni necro e rurale teatralità, tanto che non fatichiamo ad immaginarlo come ipotetica colonna sonora del Pupi Avati più agreste e atavico, il pezzo si bea di splendide sensazioni che sanno di ancestrali timori e culto dei morti, piazzandosi fra gli highlights assoluti di un album che fa della sua capacità di creare un piccolo microcosmo ad ogni brano la sua caratteristica peculiare.

E' invece la componente più smaccatamente rituale dei nostri a prendere il sopravvento nella successiva EUFORIA DEL SANGUE, cantilena oscura ed evocativa che ricorda, portandolo però su un livello decisamente più alto, l'operato dei Goblin più orrorifici e sacrali. Il lavoro delle voci e dei controcanti è semplicemente perfetto (grandiose le parti recitate dall'ospite Gea Crini), così come le ambientazioni sonore create da musicisti evidentemente rapiti dalle loro stesse trame, grandiosi nel coinvolgere nella loro trance sensoriale chiunque abbia l'ardire di abbandonarsi in modo totale all'esperienza di ascolto.

Impossibile non andare, invece, con la mente al Ferretti più mistico e aulico ascoltando il dipanarsi delle liriche della splendida LA GIACULATORIA DEL DOPPIO, implacabile nel suo incedere ipnotico e avvolgente e arricchita da squarci di crudo lirismo nei quali la voce di Nequam si fa narrazione sprezzante della condizione umana nel suo rapportarsi all'ineluttabilità del ciclo dell'esistenza  che tutto regola e comanda.

Un brano splendido, giostrato su una strutturazione dal grande potenziale descrittivo, che sfuma nell'altrettanto vivida (e conclusiva) LA PROCESSIONE, corposa composizione che ancora una volta evoca sentori dark doom decisamente spiccati (non è un caso che , qui come nell'assimilabile “Il Sacro Dolore”, siano presenti spunti accreditati a un musicista come Diabolic Obsession), resa estremamente affascinante da fraseggi dal sapore mediorientale, aperture malinconiche in odore della migliore dark wave italiana a cavallo fra gli anni 80 e 90 e impreziosita da un refrain assolutamente irresistibile.

Si tratta di una delle composizioni più briose e ritmicamente “catchy” dell'intero lavoro, nonostante siano le atmosfere funeree a dominare la scena; si tratta però di atmosfere talmente pregne di consapevolezza della caducità della condizione umana da rendere il tutto più vicino a un'amara presa di coscienza della stupidità dell'uomo nel suo rapportarsi alla sua inevitabile fine piuttosto che una più stereotipata giaculatoria di disperazione.

Il finale, più intimo, rarefatto e rituale (con tanto di recitato finale a chiudere il cerchio col recitato posto in apertura all'opera) conclude magistralmente tanto la composizione quanto un lavoro creato per attraversare indenne lo scorrere del tempo, tanto urgente e universale risuona la sua spinta creativa e tanto potente è il percorso di ricerca personale ad esso sotteso; un percorso che non si limita a quello dei suoi creatori, ma che si estende a chiunque si approcci a questa opera di insondabile profondità col medesimo desiderio di interrogare il suo “io” più intimo senza il timore di far affiorare le pieghe più tenebrose del proprio inconscio, in un percorso iniziatico che ha come fine ultimo la conoscenza, nonché la consapevolezza del “non sapere”.

Un album unico, senza dubbio riservato a un pubblico selezionato e attento, ma capace di regalare sensazioni assolutamente uniche e imperdibili. Esoterismo, occulto e ricerca si fanno di note, parole e carne, rendendo questa opera un “must have” per chiunque abbia dell'arte la più alta concezione possibile. Assolutamente irrinunciabile.

 

100/100