9 GIUGNO 2021

Recensione a cura di

Edoardo Goi

 

Il sole , nelle campagne bolognesi, deve picchiare parecchio forte, generando suggestioni sospese e sprazzi di poetica follia, per dare i natali una band come questi ineguagliabili VADE ARATRO (già il nome, geniale, è tutto un programma). Il sound e il concept della band (che definisce il suo stile come “Heavy Metal Agreste”) sono infatti qualcosa di assolutamente unico, nel modo in cui coniugano tradizione e attaccamento ai luoghi e alle tradizioni del vissuto dei suoi componenti e spunti sonori dal ventaglio ampissimo, che vanno dal thrash metal più furente al cantautorato italiano più avvolgente, il tutto suggellato dall'uso estremamente caratterizzante della lingua italiana nei testi. Vicini, per certi versi, ai siciliani Fiaba (col mastermind dei quali, Bruno Rubino, il cantante e chitarrista dei nostri, Marcello Magoni, condivide il side-project “Il Crocicchio”), per la profonda ricerca nella cultura popolare italiana, i Vade Aratro si differenziano da essi in virtù di un approccio compositivo decisamente meno arzigogolato e cervellotico, nonché per un'interpretazione vocale decisamente meno istrionica e teatrale, preferendo un approccio più diretto e semplice, ma non per questo meno intrigante o caratterizzante.

Fondati nel 2006, i Vade Aratro giungono, col presente AGRESTE CELESTE, al terzo full-lenght, dopo i precedenti “Storie Messorie” del 2008 e “Il Vomere Di Bronzo” del 2016, forti di una formazione consolidata che vede il già citato Marcello Magoni alla voce, chitarra e pianoforte, Federico Negrini al basso, voce e percussioni e da Riccardo Balboni alla batteria, percussioni e voce, e lo fanno con qualcosa di davvero molto interessante da dire. E' infatti impossibile non ravvisare nella musica dei nostri un'urgenza espressiva spiccatissima, nonché l'estremo diletto con cui la band vive la propria proposta artistica, entrambi elementi capaci di donare alla medesima il quid necessario a rendere i loro brani così unici e interessanti all'ascolto e permettendo alle suggestioni da essi evocate di colpire così in profondità l'immaginario di chi dovesse approcciarvisi.

Come già precedentemente espresso, è davvero complicato descrivere a parole la musica dei nostri, sicché bando alle ciance, e avventuriamoci senza ulteriori indugi in questa raccolta decisamente nutrita di brani (ben 22, nel computo finale), abbandonandoci, di volta in volta, alle suggestioni da essi evocate. Si comincia all'insegna dell'intensità sonora con l'opener AL SOLE, la quale, dopo un elegante fraseggio gemello di chitarra e basso, deflagra sull'onda di un thrash metal piuttosto sui generis, impattante ma non privo di risvolti melodici dai toni classic, salvo assestarsi su coordinate più arcigne all'altezza della bella strofa, interpretata con grande trasporto da Marcello, guascone al punto giusto (non lontano dallo stile dei celebri Graziani, Bennato ma non privo, forse anche per vicinanza geografica, al giovane Daolio, nei momenti più intensi). Lo sviluppo del brano vede la band innervare il sound, scarno ed essenziale nella forma quanto ricco e penetrante nelle ambientazioni sonore create, con momenti classic e epic, senza però mai perdere qiel sentore popolare e agreste che ne contraddistingue l'operato, con la cura riposta nella costruzione delle liriche a fare da valore aggiunto determinante nel rendere il tutto irresistibile, al contempo divertente e profondo (ma mai ampolloso o pretenzioso).È proprio la capacità della band di trasferire così abilmente in musica quella che potremmo definire “saggezza contadina” a renderla così unica e credibile nella creazione dei suoi microcosmi artistici, e se ne ha una subitanea conferma nella successiva LA FESTA DEL GRANO, autentico tripudio agreste (non lontano, stilisticamente, dai Fiaba più folk e travolgenti) concretizzato in una danza folk metal concreta e gioiosa, capace di coniugare leggerezza e antica sapienza e gratitudine nei confronti del duro lavoro e della prodigalità della Madre Terra in modo tanto semplice quanto incisivo. Segue la dolce favola per pianoforte e voce di CHICCO DI GRANO, intensa e al contempo cullante, prima che l'anima più metallica dei nostri si riappropri della scena col thrash sarcastico e irresistibilmente “paesano” di LA PUNTURAIA , caratterizzata da linee vocali estremamente gustose e catchy e aperture a tratti epiche, a tratti danzerecce e “punk”, che rendono il pezzo uno dei più divertenti e trascinanti dell'intero lotto. Il primo lato del vinile (l'album è infatti stato stampato unicamente in doppio vinile limitato a 500 copie numerate, su etichetta Andromeda Relix/Lizard Records) si chiude con la bella ballata acustica dai connotati (manco a dirlo) folkloristici POPULUS, mentre spetta alla martellante SOTTO LA TERRA il compito di aprire la seconda facciata del primo vinile, intensa ma capace di mettere in luce una delle caratteristiche principali dei Vade Aratro, cioè quella di saper ammantare la propria musica, anche nei frangenti più “estremi”, di intenti melodici avvolgenti e sospesi, spesso sghembi e stranianti, capaci di donare alla loro musica un'atmosfera sospesa nel tempo estremamente affascinante e funzionale all'ambientazione sonora ricercata. In questo, gioca un ruolo fondamentale anche la produzione dell'album, definita ma anche volutamente “artigianale”, naturale e organica, semplicemente perfetta per donare il giusto tiro alla proposta dei nostri, soprattutto tenendo conto del concept di fondo del progetto. Come di consueto,a un brano più esteso fa seguito un brano dalla durata più ridotta, quasi a voler intervallare narrazioni più ampie con altre più ridotte, ma altrettanto intense. Questo compito spetta, stavolta, alla bislacca e “pop” IL PESCE MAGICO, brano per sola voce e pianoforte, prima di finire nelle spire dell'oscura SANT'ANTONIO DEL PORCELLO, brano che alterna momenti trascinanti punk/metal ad aperture più epiche e cupe, splendide nel rendere tangibile il profondo rispetto con cui le comunità rurali vivono le proprie tradizioni e i propri rituali, fra fede e scaramanzia. Un brano vibrante e istrionico, screziato da alcuni momenti più teatrali di grande incisività. Senza dubbio uno degli highlight assoluti dell'intero album. Altro inframezzo (anche stavolta per soli voce e pianoforte, con alcuni interventi di chitarra) con la sorniona IL GATTO RINCHIUSO, prima di gettarci a capofitto nell'hard rock punk (con lo spettro dei The Clash più spumeggianti a fare capolino,insieme ad alcuni rimandi al rock italiano mainstream) screziato da feroci aperture in blast beat (???) dell'insolita e riuscitissima LUCERTOLE E LIBELLULE, brano dai connotati geniali assolutamente irresistibile, prima che il primo vinile si concluda sulle cupe note dell'acustica SARO' BUONO (delizioso atto d'amore per ogni creatura vivente, fino alla più piccola, con libera interpretazione finale assolutamente spassosissima). Compito di aprire la seconda parte di questa opera spetta all'antitetica (rispetto all'opener “Al Sole”) ALLA LUNA, brano variegato e notturno, non scevro da rimandi a un certo rock/pop italiano (chi ha detto “Le Vibrazioni” ?), ma splendidamente innervato da aperture hard rock/metal di grande gusto, momenti di grande lirismo e frangenti splendidamente teatrali, il tutto graziato da un costrutto profondamente “progressivo” (splendidamente gestito da una band dalle evidenti qualità tecniche, sebbene sempre usate al servizio dei brani, senza inutili sbrodolamenti fuori luogo) e da scelte tanto interessanti quanto azzeccate dal punto di vista delle melodie, sghembe e “lunari” al punto giusto, per uno dei brani in assoluto più geniali dell'intero lotto. Un vero tourbillon di spunti e situazioni sonore straordinarie. Spettacolo puro. L'alternanza di brani lunghi e brani/inframezzo viene spezzata dalla particolare IL GALLETTO BIANCO, brano capace di far convivere la cupezza doom di Black Sabbath e Candlemass con spunti melodici tanto strambi quanto efficaci e penetranti, mettendo nuovamente in mostra la facilità con cui la band sa attingere, di volta in volta,ai giusti colori della propria sterminata tavolozza stilistica per dare vita ai propri quadri sonori di agreste poesia, unici ed inimitabili. Rumore di coperchi e pentole sbattute ci accolgono sulla soglia della claudicante e danzereccia CHARIVARI, gustoso spaccato metal/folk dal retrogusto prog dove la band mette in mostra il suo lato più istrionico e festaiolo, pur senza rinunciare al flavour cupo che spesso accompagna le narrazioni popolari. Menzione d'onore per la gestione melodica, assolutamente splendida per gusto ed efficacia, nonché per l'ormai conclamata cura con cui la band gestisce le parti vocali, tanto quelle principali, quanto quelle corali e “di sottofondo”, fondamentali nel donare al tutto quel senso di “narrazione orale” indispensabile per rendere credibile ed empatica l'arte dei Vade Aratro. Il tempo del breve e sognante interludio IL TESORO DEI VECCHI, intrisa di tangibile nostalgia, ed eccoci piombare nella danza pagana e scaramantica di CARNAVALE, brano dai connotati deliziosamente prog metal innervato da sentori folkloristici e rurali (che non può non rimandare a certi Fiaba), splendido nel rendere tangibile l'atmosfera al contempo gioiosa e tetra che contraddistingue la festività evocata nel titolo. E' proprio su questa ambivalenza che fa leva il brano, tanto nelle progressioni musicali estremamente sfaccettate e ricche del tessuto musicale quanto nelle splendide liriche, risultando, a conti fatti, l'ennesima gemma di un lavoro che si rivela più convincente ad ogni brano che si sussegue. L'ultimo lato del secondo vinile si apre invece all'insegna dell'escursione onirica con la cullante e intensa HO SOGNATO UN BARBAGIANNI, breve piece nuovamente per soli piano e voce, prima che il basso di Federico prenda il sopravvento nella tenebrosa DENTRO LO SPECCHIO, brano piuttosto atipico costruito su ritmiche insistite di batteria e su sparuti e dilanianti incisi di chitarra, splendido nel rendere tangibile il senso di cupezza e straniamento evocati dalle (come sempre splendide) liriche. Composizione tanto insolita quanto riuscita nel suo dipanarsi narrativo dai connotati al contempo intimi e teatrali. Le atmosfere si fanno meno opprimenti con la suadente LA LEPRE BAMBINA, prima che il buio cali sull'album (e che l'elettricità si riappropri dei solchi di cui è composto) con l'intensa NEL TEMPO DI NOTTE, brano sospeso fra asperità doom metal e aperture più vicine al metal classico (non privo di schegge prog) reso più accessibile dall'efficacia interpretativa di Marcello, come sempre bravissimo nel tessere le proprie linee vocali curate ed efficaci tanto sui momenti musicali più avvolgenti e immediati quanto su quelli più spigolosi e impegnativi, donando al tutto una continuità discorsiva assolutamente invidiabile. Un brano cupo e al contempo affascinante proprio come gli scenari notturni che evoca. Il tempo di un ultimo interludio, intitolato HO CHIESTO A 30 ROSPI, ed eccoci giungere all'ultimo brano di questa lunga esperienza musicale sulle intense note della rocciosa LA NAVE DEI MORTI, chiusura potente e briosa, capace di coniugare momenti più oscuri e pregni di oscuri sentori e momenti più trascinanti in una narrazione, come sempre, estremamente avvincente, graziata dall'ennesimo refrain riuscitissimo e da alcune aperture melodiche fra le più belle in assoluto dell'intero lotto (quella conclusiva è da pelle d'oca, a dir poco). Miglior finale non ci poteva essere, per un album così sospeso tra presente e passato, se non con un brano così incentrato sull'ineluttabilità del ciclo vitale, suggello magistrale a un album che gronda personalità e urgenza espressiva da ogni solco. Un lavoro “necessario”, ispiratissimo e sentito,che affonda le sue radici nel passato e nella terra per rendere eterne e vive le istantanee degli immutabili cicli dell'uomo e della natura che lo circonda grazie a pennellate musicali eccezionalmente vivide. Complesso e al contempo semplice come l'ambiente di cui si nutre, quello che ci regalano i Vade Aratro è un album assolutamente imperdibile per tutti gli amanti della musica privi di inutili barriere mentali. Aggiungete tranquillamente la lode al voto a piè pagina.

 

100/100