10 FEBBRAIO 2021

Recensione a cura di

Alessia VikingAle

 

 

I Vesta sono un gruppo post-rock/metal formatisi nel 2016 a Viareggio. Il gruppo, formato da Giacomo Cerri, Sandro Marchi e Lorenzo Iannazzone, tornano a tre anni di distanza dall’omonima prima uscita per presentare al pubblico il loro nuovo disco, “Odyssey”. Uscito sempre per Argonauta Records, “Odyssey” è uscito il 16 ottobre di quest’anno.

Come con il precedente lavoro, anche con “Odyssey” i Vesta decidono di fare un disco totalmente strumentale. Inoltre, per la prima metà del disco i Vesta utilizzano un timbro stilistico fatto di strumentazioni baritone e accordature fuori standard per la metà delle canzoni, oltre a sferzare l’orecchio dell’ascoltatore con atmosfere rabbiose. Nella seconda metà invece ritornano nei binari tracciati dal precedente lavoro, aggiungendo sfumature psichedeliche e talvolta anche prog. 

“Elohim” apre il disco e anche la prima parte di esso, dedicata ai suoni fuori standard. La canzone presenta all’ascoltatore un’onda sonora pronta a travolgerlo per iniziare il viaggio in questa Odissea sonora. Duri riffs di batteria, loop infiniti e spesse linee di basso compongono questo potente brano. 

“Tumæ” ha un tono cupo e riflessivo per la quasi totalità del brano. Fatta di continue ripetizioni di riffs ma non per questo noiosa, la canzone fa volare la mente dell’ascoltatore verso oceani di perdizione, per poi farlo tornare bruscamente con i piedi per terra con il finale del brano.

“Breach” è un brano rabbioso, dove chitarra e batteria si inseguono e collaborano per creare un’atmosfera densa, che sembra dilatarsi come nebbia man mano che il minutaggio prosegue. 

“Juno” ha dei suoni corposi e ruggenti, in contrasto con le atmosfere rilassate. Ma è solo apparenza, perché la calma nasconde sotto di sé un’accelerazione dei ritmi all’inizio solo accennata che si svela piano, travolgendo infine l’ascoltatore con uno tsunami sonoro. 

“Borealis” apre la seconda parte del disco, quella più ispirata al precedente lavoro. Il cambio di atmosfera si sente, così come una strizzatina d’occhio al prog in alcuni passaggi. Ciò che non cambia è la qualità della musica proposta, sempre alta. 

“Temple” è un viaggio onirico negli abissi della conoscenza, condita con ritmi al limite del doom metal fuso con loop psichedelici, soprattutto sul finale che spiraleggia verso dimensioni inesplorate.

“Supernova” ha le sue tempistiche per ingranare, preferendo entrare in fade in e proseguire per loop infiniti, con rari sprazzi in cui le chitarre ruggiscono ed il ritmo diventa più serrato. Perfetto anche il finale in fade out. 

“Cerere” si presenta come bonus track, dove per un’ultima volta affrontiamo oceani di loop e atmosfere oniriche per intraprendere questa odissea musicale che i Vesta ci hanno regalato con questo disco.   

In conclusione, “Odyssey” è un’uscita imperdibile per gli manti del post rock. I vesta dimostrano di conoscere a fondo loro ed il genere che vogliono, sapendo anche come costruire e decostruire giocando sulle sperimentazioni. 

 

80/100