9 OTTOBRE 2021

Recensione a cura di

Jenn Samael Lotti

 

I White Thunder sono una band romana dal sound originale che, in parte, poggia le sue fondamenta nel metal classico, ma sa anche prendere ispirazione da molti altri generi facendosi spazio nel mondo del Progressive Metal. Si sono formati nel 2011 e dopo alcuni cambi di formazione hanno trovato la formula definitiva con Mattia Fagiolo alla voce, Alessandro De Falco e Jacopo Fagiolo alle chitarre, Simone Ndiaye al basso e Davide Fabrizio alla batteria. I loro lavori sono tutti, personali e tecnicamente ineccepibili, caratterizzati da un uso attento della dinamica, da sezioni pulite alternate a sezioni aggressive e veloci, da una buona dose di potenza e creatività e dall’unione armoniosa tra lo strumentale e le voci, sia melodiche che growl. Nel 2019 è uscito il primo EP "Never Ending Silence", propedeutico alla preparazione dell'album di debutto "Maximum: The Journey Of a Billion Years", un lavoro che presenta un concetto di progressive metal dalle molte sfaccettature e che andrò ora a recensire. Il disco, preceduto dall’uscita dei singoli e video “Orbit” e “Trial”, è composto da dieci tracce. I testi indagano le dinamiche delle emozioni più intime e controverse. I brani affrontano temi come la rabbia, il risentimento e il desiderio di rivalsa. Raccontano la voglia di un individuo di crearsi la propria realtà lontana da preconcetti e dal giudizio della massa.

Il brano che apre l’ascolto, “Timeless Depise” è già uno dei migliori dell’album. A una apertura ariosa, ma anche corposa, segue uno sviluppo aggressivo ed energico. Le, diverse e varie, sfaccettature del pezzo sono perfettamente integrate e in armonia fra loro. Le tracce successive, “Orbit” e “Trial” proseguono sulla stessa linea. Notevoli i riff  più melodici, del primo, che vanno a spezzare il ritmo, ma senza romperne l’armonia.  Le viarie sfumature si combinano alla perfezione rendendo l’ascolto piacevole e mantenendo viva l’attenzione. Nel secondo prevalgono le influenze Trash Metal e il ritmo si fa più incalzante.  “Mainmast” è un punto di rottura all’interno dell’album. Fluidamente accattivante spicca per la raffinatezza d’ esecuzione, le influenze jazz,  e il suo avvolgere l’ascoltatore anche grazie ad una sovrapposizione di voci delicate che poi si contrappongono al riffing epico strettamente legato all’Heavy Metal anni Ottanta. La stessa leggera influenza Jazz si ritrova anche in  “Wait for the sun”, pur non così netta,  dove la voce candida dona quel piccolo pathos da brivido. Queste superano le altre tracce, ma senza “soffocarle” poiché nessuna funge da semplice riempitivo, nemmeno la più breve “Kuma”.  Non considero “Dream-like surface” interamente strumentale che è, sostanzialmente, solo  una traccia di passaggio per legare due brani. Il picco narrativo della composizione si raggiunge nel concept degli ultimi tre brani, nel quale l’ascoltatore viene catapultato in un universo di pianeti e costellazioni che collidono con i desideri umani più primitivi. Il protagonista della storia raccontata cerca altrove le risposte che il mondo non può fornirgli. Il degno finale è dato da “Away from the Sun”, una suite di oltre nove minuti che immerge in una ambientazione che, vocalmente, attinge dagli anni Settanta. La cattiveria di alcuni passaggi, pur rafforzata dal growl, non è però limitata alla voce, ma è anche il risultato dell’uso magistrale delle chitarre. La voce è il grande valore aggiunto, abilità canora virtuosa che non vuole però essere sprecata in inutili divagazioni e che si concede a virtuosismi solo quando la composizione lo richiede. In conclusione, si tratta di un album dall’ottima finezza esecutiva e dalla vivida lucidità artistica, in grado di sorprendere grazie alla varietà di sfaccettature e alla ricchezza dei contrasti. Oltre all’abilità tecnica e canora è notevole la forza espressiva delle canzoni che non possono lasciare indifferente l’ascoltatore. 

 

76/100