13 GENNAIO 2021

Recensione a cura di

Alessia VikingAle

 

Gli Yellow Kings si formano nel 2016 da un’idea di Morgan Bellini che, dopo che il suo progetto precedente, i Vanessa Van Basten, smise di far concerti. 

Nato inizialmente come “Droga”, il progetto vedeva coinvolte tre persone, ma da quando il batterista cambiò città, si decise per rimanere un duo ed aggiungere la batteria come drum machine. Nel 2017 esce su Bandcamp la prima demo a nome Yellow Kings seguita da qualche concerto e nel 2019 registrano il successore, ovvero “Songs for the Young”, uscito poi sempre in digitale nella primavera del 2020. 

Oggi parliamo proprio di “Songs for the Young”: registrato presso l'El Fish di Genova, il disco è una autoproduzione che si compone di cinque tracce. 

Iniziamo con “Fucked Up”, traccia dove vengono messi in tavola gli elementi che caratterizzano questa uscita: suoni graffianti, drum machine diabolica, armonici passaggi post-rock, voce che si destreggia tra il roco e il sussurrato ed un basso massiccio a dare corposità al suono. 

“Junkfuck” per buona metà del suo minutaggio si mostra come una classica, innocua canzone dalla struttura strofa1/strofa2/ritornello, per poi cambiare faccia nell’ultimo terzo con un assolo psichedelico e violenti passaggi per tornare ad una calma solo apparente verso la fine della canzone. 

“Billy Morgan” arriva strisciando nelle orecchie dell’ascoltatore, proponendosi come una pausa dall’aggressività delle tracce precedenti. Con riff ridondanti ed un’atmosfera onirica, la canzone si presenta come un viaggio introspettivo al limite dell’allucinogeno.  

“Jugoslavia” parte con una vena cupa, quasi malinconica, che ci accompagna nell’’ascolto. Man mano che il minutaggio prosegue, però, la malinconia sembra dissolversi negli assoli acuti, come ad aver trovato un equilibrio interiore. 

“Wrong Side of the River” chiude il disco offrendo all’ascoltatore una traccia pregna di frustrazione, con un ritornello accattivante, passaggi strumentali ridondanti ma tutt’altro che noiosi. 

Il disco è un’opera massiccia e ruvida, fatta di suoni pesanti ed echi primordiali. Imperdibile per chi ama il post-rock con sfumature grunge. Notevole anche la loro predilezione per passaggi allucinogeni, sintomo di come cadesse a pennello il primo moniker, “Droga”. 

 

75/100

 

La traccia preferita dalla recensitrice:  "Fucked Up"