19 LUGLIO 2019

Recensione a cura di Ed. (Aldo Artina)

 

Gli Aether Void nascono in provincia di Modena nel 2017 dalle ceneri dei No Way Out, autori di un EP nel 2017 dal titolo “Dirty Games” e del singolo, sempre nel 2017, intitolato “99.1%”.

Dopo queste due pubblicazioni il gruppo, con una nuova line-up ed il nome odierno, arriva nel 2019 con questo primo lavoro registrato all’Art Distillery Studios di Modena e sotto l’egida della Revalve Records.

“Curse Of Life” propone un heavy metal di stampo classico ma molto personale, con incursioni nel power e nel progressive metal grazie a melodie molto ben riuscite; la band sa suonare eccome, e il tasso tecnico di ogni singolo membro forma un’ossatura (sia musicale che dal punto di vista dell’affiatamento) bella rocciosa, decisa e potente.
L’intro “Walking Down The Path”,breve ed orchestrale, apre le porte a “Golden Blood”, un pezzo molto bello e granitico che mostra già l’impronta della band : riff serrati e melodici, una partitura che segue in parte la vocalità dell’ottimo Thore senza però rifarsi all’orchestralità tipica del progressive metal degli anni’90…il tutto condito da un testo interessante che parla dell’isolamento e del senso di alienazione dal punto di vista di un clochard.

“What You Reape And Deserve”,analisi molto profonda sulle stragi americane nelle scuole oramai tristemente famose, si sposta verso gli anni ’90,creando un mix molto ben calibrato di metal e rock (soprattutto nelle incursioni melodiche vocali)…ottimo l’equilibrio che si crea tra la sezione ritmica (Bruso al basso ed Albi alla batteria) e le chitarre di Erik e Bond…forse un po’ scontato il bridge prima dell’assolo, che ricalca un po’ gli stilemi tipici del genere, ma in generale un ottimo pezzo, che potrebbe essere un pezzo di punta della band, soprattutto nel live act.

Arriva quindi il riff epico di “Twisted Maze” ed il suo ‘labirintico’ contenuto lirico (il cui video ufficiale sta riscuotendo ottimi risultati), che a ritmo di schiacciasassi incastra l’ascolto in un buonissimo equilibrio di melodia e potenza. Le chitarre di Erik e Bond sono due massicce armi di potenza che ora tritano tutto, ora fanno da appoggio alla bellissima interpretazione di Thorne. Grandissima prova di Albi, che dietro ai tamburi è un grande percussore.

La malattia, e la consapevolezza di essa, tra illusioni e lucidità, sono l’argomento principale di “One Last Dawn”, brano più rallentato, e che, in alcuni suoni, mi ricorda qualcosa che incrocia i Metallica con i Queensryche e li filtra attraverso una lente metal molto moderna, seppur di stampo classico.

In questo brano, forse più che in altri, si evince la compattezza della band, che pur esprimendo singolarmente la propria personalità, agisce all’unisono in un ottimo brano dalla presa quasi immediata.

“Hoax”, con un intro abbastanza classico, ci porta nell’universo fumettistico del mitico “Spawn” e, più in profondo, nell’universo delle promesse ingannevoli e malevole. Qui la voce di Thorne si fa quasi doppia, con un registro sia pulito che aggressivo, dando modo all’ascolto di penetrare nel brano come ad ascoltare la parte buona e cattiva che è in noi. La sezione ritmica di Albi e Bruso tengono alta la tensione come sempre, e con il sempre ottimo apporto di Erik e Bond, la parte centrale del brano prima dell’assolo stupisce per l’idea ritmica quasi inaspettata.

Siamo ora a “Faithless Crusade” e la sua corsa a rotta di collo contro la fede cieca e la salvezza rappresentata dalla ragione e dal senso umano. Introdotta da un potentissimo suono di basso di Bruso, la canzone si svincola tra nuovo e vecchio, proponendo tanto classico quanto inusuale, mantenendo un equilibrio assai labile ma molto convincente ed interessante…probabilmente il pezzo più interessante dell’intero disc o dal punto di vista della costruzione ritmico/melodica.

E a proposito di labilità…quanto fugace può essere la nostra esistenza?
Ne parla la seguente “Misleading Promises”,con il suo andare oscuro e la voce di Thorne che da suadente si fa molto incalzante. Sebbene all’interno del pezzo si configuri una struttura simile alla precedente per un certo modo di usare i cambi ritmici, l’atmosfera che viene proposta è molto particolare e di effetto.

L’introduzione ritmica di Albi apre le danze alla macinatutto “Deathwish”, incentrata su un ottimo dialogo tra ritmica e voce. Le chitarre di Erik e Bond in questa song variano dall’oscurità alla penombra sino ad arrivare alla luce per un secondo per poi risprofondare nelle tenebre, senza dare respiro all’ascolto. ottime le voci di Thorne, che formano un ideale collegamento al tutto trascinando il pezzo in un turbinio di emozioni ispirato alla triste cronaca di Aokigahara, nota anche come ‘foresta dei suicidi’, il cui spunto svela una riflessione sul suicidio come atto estremo dell’impossibilità di uscire dall’oppressione della società ed ai suoi canoni estremi di conformazione.

Più classica, ma non meno efficace, è la seguente “The Eternal City”, ispirata all’impero Romano ed al suo declino (metafora del potere che è destinato, prima o poi, a finire). Ritmica serrata, cori decisi e un ritornello melodico di immediata presa fanno da sfondo a questo tema, con un assolo davvero ben congeniato e molto interessante.

E si arriva alla fine, con la conclusiva “Angels Die Too”, abbastanza epica da concludere degnamente un album ma non sfrontatamente power da eclissarsi rispetto alla personalità della band ottimamente mostrata sino ad ora. L’impotenza davanti alla morte di una persona cara, l’idea di dover trovare per forza una risposta (o un colpevole) per tutto questo ed il conseguente logorio interno si spalmano lungo una canzone davvero bella, con il basso in primo piano di Bruso a metà pezzo pronto ad accendere una parte abbastanza classica ma sicuramente efficace.

Insomma, seppur sia una prima opera, questo quintetto ha carte da giocare molto valide e lo fa con un prodotto ben riuscito (una produzione davvero ottimale) e con un bel bagaglio di tecnica e liriche che denotano una personalità molto forte e d’impatto.
Erik e Bond sono due chitarristi davvero intelligenti e capaci e hanno la forza di essere in grado di farsi da parte al momento giusto (senza la necessità spasmodica di essere ‘guitar heroes’) per lasciare respirare una sezione ritmica, quella di Bruso e Albi, che più compatta, quadrata e al contempo dinamica non si può.
Thorne, da parte sua, mostra capacità davvero notevoli nell’uso della voce (con uno sporcato, nelle parti più tese, che è assai particolare e che mi ricorda un po’ quel Whitfield Crane che tanto fece la fortuna di Ugly Kid Joe e poi Life of Agony, e con un grugnito che, nonostante la cattiveria, risulta sempre melodico e ben azzeccato).

La copertina, molto bella anch’essa, respira di novità rispetto ad un certo modo grafico di portare avanti il genere, e di sicuro rispecchia fortemente il contenuto di ciò che gli Aether Void hanno voluto portare all’interno di questa ottima prima prova.
Aspetto con interesse un secondo lavoro per una prova del nove che, sono convinto, non deluderà le aspettative.

 

VOTO : 88/100