24 AGOSTO 2019

Recensione a cura di

Enzo”Falc”Prenotto 

 

Gli anni 90’ furono importanti per molti aspetti in campo musicale e fra i tanti, specie verso la metà del decennio, ci fu un ritorno al power metal ovviamente riletto in chiave diversa, spesso più melodica delle dure espressioni degli anni passati. In Italia comparirono come funghi tantissime bands dedite al genere e fra queste nel 1995 a Torino nacquero gli Airborn. Dopo più di vent’anni tra album (cinque), un paio di comparsate in dischi tributo, una compilation ed un live si arriva al nuovo disco in studio ovvero Lizard Secrets – Part One, Land Of The Living (prima parte di una trilogia) che si abbevera alla fonte dell’heavy/power metal ottantiano piuttosto che le discutibili espressioni future.

La versione arrivata in redazione è quella giapponese e prevede tre tracce in più ovvero “Heavy Metal Wars” presente sull’album D-Generation più “The Hero” e “Return to the Sky” entrambi sul disco “Against The World” che in teoria dovrebbero essere delle nuove versioni ma per la mancanza di informazioni non vi è certezza. Andando al disco in questione basta l’intro metallona “Immortal Underdogs” talmente epico/tamarra per gasare e rievocare i fantasmi del passato specie per i metallers cresciuti a pane e metal. Andando poi ad ascoltare l’album emergono una moltitudine di influenze che ovviamente riportano a nomi grossi come Gamma Ray (“Meaning of Life”), Helloween (la pestata “My Country is the World”) o Freedom Call (l’happy metal di “Land of the Living”) ma fortunatamente ciò non si sente spesso ma più originalità non avrebbe guastato. Il problema purtroppo non è tanto la sensazione di già sentito ma un senso di carenza generale, forse anche voluta, ma che rende l’ascolto svogliato a meno che una persona non viva unicamente per il genere. In primis la produzione è simil Lo-Fi, scarna e grezza, ottantiana che privilegia la sezione strumentale ma stranamente ha degli sbalzi di mixaggio molto strani e la voce è purtroppo relegata in secondo piano tagliando parecchio potenza e virilità. Per ciò che concerne i brani bisogna dire che diversi coinvolgono come “Who We Are” con il suo coro epico e battagliero, la title track “Lizard Secret” con le sue melodie folkeggianti e saltellanti o la micidiale “Brace for Impact” con una chitarra corposa ed un ritornello convincente ed esplosivo. Oramai è difficile presentare un prodotto scadente per perizia esecutiva anche se i musicisti in questione nonostante il buon lavoro non spiccano particolarmente tranne un esecuzione solista sempre ispiratissima e di valore; stesso discorso poi per le vocals, intonate ma non particolarmente espressive e potenti come ci si aspetterebbe. Il resto dell’album vive tristemente di alti e bassi, molti bassi che via via che i minuti passano denotano un’ispirazione fiacca e poco decisa come in “We Realize” (sconclusionata senza una direzione precisa), “Wolf Child” che parte bene per poi perdere dinamicità o l’oscura “Here Comes the Claw” con quelle tragiche tastiere plasticose o la banale “Metal Haters” talmente true metal da risultare un cliché dentro al cliché e che nel 2019 appare troppo fuori dai suoi tempi. 

Il nuovo album degli Airborn ha dalla sua una qualità maggiore rispetto a moltissime bands attuali ma allo stesso tempo è troppo di mestiere e legato ad una musicalità boccheggiante che difficilmente attirerà nuovi adepti. Onesto e passionale quanto basta ma si ferma lì.

 

65/100