21 FEBBRAIO 2020

Recensione a cura di Edoardo Goi

 

Addentrarsi in un album dei friulani Alba Caduca mi ha sempre fatto l'effetto di affacciarmi su spaccati di vita quotidiana (e quotidiane elucubrazioni) al contempo vividissimi e sfuggenti, ognuno racchiuso nel suo microcosmo-canzone e ognuno frammento inscindibile di un quadro più ampio, cui il dipanarsi del disco fa da tela e cornice.

E' infatti denominatore comune di tutti i loro lavori, fin dal debutto omonimo datato 1999, la capacità di creare ambientazioni sonore dalla grande presa emotiva, caratterizzate da una visualità concettuale spiccata e da un accentuato dinamismo nel flusso simbiotico delle tessiture musicali e degli intrecci vocali, come sempre appannaggio di Massimo Dubini, cantante nonché unico membro fondatore rimasto in seno alla formazione, attualmente completata dalla chitarrista Elena Feragotto, subentrata alla sei corde nell'ormai lontano 2005, dal bassista Massimo Cisilino (presente in formazione fin dal 2002) e dal nuovo entrato Mario Sabadelli alla batteria, per il quale questo è l'album di debutto.

Fieramente autoprodotto, registrato negli studi della band e mixato e masterizzato egregiamente da Riccardo Pasini presso gli Studio 73 di Ravenna, questo NIGREDO (termine che, dal punto di vista alchemico, identifica il primo passo della Grande Opera, la creazione della Pietra Filosofale, cioè la fase della putrefazione e della decomposizione) esce a cinque anni di distanza dal precedente album, Uomo Nuovo, e segna un nuovo, deciso, passo da parte del gruppo nell'esplorazione del proprio universo sonoro, passato da una prima incarnazione molto vicina a un certo rock italiano venato di alternative e new wave a un deciso appesantimento del suono dopo l'ingresso in formazione di Elena, di cui l'album Babele (datato 2010) è il più fulgido esempio, per poi aprirsi a un ventaglio di soluzioni più ampie che contemplasse anche alcuni passaggi meno plumbei e più immediati col già citato Uomo Nuovo del 2015 e giungere ai giorni nostri col presente tentativo di raggiungere l'essenza della propria musicalità, attraverso un linguaggio sonoro più crudo e diretto, ma senza rinunciare alla profondità espressiva che da sempre ne contraddistingue le gesta.

I numi tutelari del gruppo, nel corso della sua evoluzione come allo stato attuale, sono fondamentalmente sempre gli stessi:

molto indie-rock italiano anni 90, con nomi come C.S.I., primi Litfiba, La Crus, Afterhours e Marlene Kuntz a spadroneggiare, una discreta infatuazione per le contaminazioni elettroniche, con un ventaglio di influenze che va dai Depeche Mode, ai notturni Massive Attack fino ai più acidi Nine Inch Nails, una certa disillusione di fondo figlia del grunge più cupo e plumbee scansioni che rimandano a Tool e A Perfect Circle.

Quello che, nel corso degli anni, è cambiato, è l'approccio alla scrittura, con una band sempre volta alla ricerca di una via sempre più personale alla medesima che, se da un lato può aver rappresentato una sfida decisamente impegnativa tanto per i musicisti quanto per il loro pubblico, dall'altro ha assunto, nei risultati prodotti, i connotati di una necessità insopprimibile per mantenere vitale e sentito il proprio percorso musicale.

E sincerità è senza dubbio ciò che trasuda da questi solchi, insieme a una chiarezza di intenti mai prima d'ora così spiccata, tanto nell'esposizione quanto nella visione di insieme, a partire dalla splendida copertina, versione “virata al nero” dell'opera “UPS-Gruppo Di Continuità” dell'artista friulana Caterina Stefanutti.

Il compito di aprire le danze spetta alla breve e intensa BOMBER, costruita su un pulsante groove intessuto da basso deliziosamente distorto e da una batteria puntuale e potente su cui la chitarra tratteggia un riuscito gioco di vuoti e pieni, fra ottimi incisi elettrici, fraseggi più dilatati e vagamente psichedelici e aperture distorte di grande impatto, perfetto tappeto per le velenose quanto sarcastiche invettive (rigorosamente in italiano) di un Massimo Dubini in grande spolvero, come sempre impeccabile nel padroneggiare la sua vocalità penetrante come la sua capacità di scrivere liriche sempre molto ispirate, al contempo criptiche ma capaci di una estrema immediatezza, nell'indicare i bersagli verso cui sono dirette.

Il brano si dipana in modo vibrante,arricchito da interventi di elettronica molto oculati e funzionali, contrassegnato da un ottimo refrain e da una parte centrale di grande impatto, nel suo alternare sapientemente aperture ariose e esplosioni di groove micidiali.

Decisamente un inizio con i fiocchi, con un brano che promette scintille in sede live.

Da rimarcare senza dubbio, fin da questo primo pezzo, la qualità del suono dell'album, con gli strumenti capaci di ritagliarsi ognuno il suo spazio vitale in modo estremamente organico e rifinito e un'amalgama generale quantomai ricca e definita.

Le cadenze si fanno più plumbee nella successiva S.O.C., di pari passo con la natura più introspettiva del brano che, introdotto da un bel pattern circolare di batteria, si dipana attraverso riff raccolti e sofferti di chiara matrice Tooliana ed esplosioni di spleen esistenziale a metà strada fra gli ultimi Katatonia e i migliori Smashing Pumpkins, marchiato a fuoco da un ritornello nuovamente molto incisivo, cantato in un inusuale inglese.

Un pezzo che mette in luce l'ottimo affiatamento della sezione ritmica, capace di prendersi il proscenio con autorità ed equilibrio, soprattutto all'altezza della strofa, così come la compattezza di fondo della band tutta, sciorinata attraverso una composizione estremamente focalizzata e una prestazione complessiva figlia di una visione musicale estremamente nitida.

Le partiture si fanno ancora più intime e introspettive nella successiva ASSASSINI, brano avvolgente e lattiginoso in cui la fanno da padrone splendide tessiture sonore tanto di chitarra quanto di elettronica che rimandano un po' ai migliori Klimt 1918 e ai Mogwai più notturni, splendidi intarsi di una ballata piuttosto sui generis magnificamente arrangiata e orchestrata, con una prestazione vocale ancora una volta sugli scudi, raccolta e sofferta quanto sentita, capace di seguire ed esaltare in modo fondamentale la splendida struttura in crescendo del brano.

Nei momenti più intensi del brano fanno la loro comparsa anche rimandi alla dark/wave più cupa e sontuosa, con i The Cure di Disintegration a stagliarsi, come influenza, nel tratteggio atmosferico di quello che si rivelerà, a conti fatti, come uno dei brani clou dell'album, da questo punto di vista.

Un pezzo gelidamente ammaliante.

Le cose si fanno oppressive e soffocanti nella successiva MARNERO, col suo incedere lento e implacabile contrassegnato da dolorose scudisciate elettriche e splendide aperture di isolazionismo sonico, implementate dal solito, accurato lavoro delle elettroniche (accreditate, qui come nel resto dell'album, al cantante Massimo Dubini), per un brano che trova il suo apice emotivo nello splendido ritornello, il cui testo richiama alla mente la famosa frase che chiude la celebre poesia “L'Infinito” di Giacomo Leopardi il cui significato, qui, è però virato al nero, in un abbandono che sa più di sconfitta che di reale pace.

Le atmosfere si fanno meno oppressive, almeno dal punto di vista prettamente musicale (visto che, tenendo fede al titolo scelto per l'opera, il comparto lirico dell'intero album regala ben pochi sprazzi di luce, per non dire nessuno, sia che Massimo, autore unico dei testi, si lanci in strali contro le storture dell'odierna società, sia che si addentri in riflessioni più intime e dalle più profonde implicazioni filosofiche) nella successiva IL FINE, col suo andamento figlio della migliore dark/wave anni 80 sapientemente incastonata da rimandi alla scena elettro-rock italiana più algida che vede nei Subsonica del periodo “L'Eclissi” i suoi esponenti di maggior fama, benché l'atmosfera di fondo dei nostri si mantenga sempre e comunque mediamente più pesante e concreta della media del riferimento musicale testé introdotto.

Sorretto da un lavoro di basso egregio, il pezzo di dipana fra momenti di quotidiana introspezione e sprazzi di rassegnata disillusione che la band è come sempre abilissima nel rendere tanto liricamente quanto musicalmente in modo quantomai tangibile ed incisivo.

La successiva KRONOS si muove su coordinate abbastanza simili a quelle del brano che l'ha preceduta, benché il tutto venga rivisto con un taglio maggiormente acido e rabbioso, fra esplosioni di frustrata consapevolezza e aneliti speranzosi destinati a rimanere insoddisfatti che la band riesce a veicolare in un brano dal groove estremamente efficace, le cui solide fondamenta poggiano su una sezione ritmica, come sempre, efficacissima e fantasiosa.

Vibrazioni elettriche disturbanti ci introducono alla sferzante LA RESA, col suo andamento lento e pulsante screziato da incalzanti chitarre distorte e magistralmente coronato da uno dei ritornelli più centrati dell'intero album, estremamente melodico e accattivante, a creare uno splendido contrasto con le asperità disseminate nel resto della composizione.

Il tono amaro e incazzato del brano, apparentemente privo di qualunque spiraglio di luce, a partire dal suo titolo, trova forza e, al contempo, la sua stessa smentita nella pervicacia artistica della band cui il testo sembra essere dedicato, sebbene applicabile anche a un livello di considerazione più generale.

E' ancora speranza, sebbene intravista attraverso un percorso di costruzione disseminato di sconfitte e cicatrici, quello che ci propone la band con la successiva WIDU, brano in cui i nostri esplorano il loro lato più melodico e diafano, con porzioni non lontane da un certo pop ma sempre rese pertinenti dall'ormai consolidata personalità del gruppo, frutto di un processo di affinamento giunto ormai al suo quarto lustro, e i cui frutti si vedono tutti.

Dopo una fase centrale decisamente introspettiva, l'album ha un'impennata di vigore con l'esuberanza ritmica, non lontana da certi Faith No More, della successiva SI MUOVE, sulla quale Massimo si diverte a tratteggiare linee vocali a tratti frenetiche e velenose, a tratti più morbide e carezzevoli, in uno splendido gioco di contrasti che trova il suo culmine nel ritornello dai tratti quasi psichedelici (benché vigorosi, dal punto di vista della sezione ritmica: un po' alla Ozric Tentacles, ma anche alla Killing Joke, tanto per capirci), per un pezzo tanto breve quanto incisivo.

L'intro della successiva VIOLENTO sembra evocare in modo quasi tangibile l'incubo urbano tratteggiato dalle liriche all'inizio del brano, che si dipana su coordinate non eccessivamente spigolose, a differenza di quanto il titolo potrebbe far pensare, foriere di un abbandono sensoriale frutto di un'anestesia forzatamente indotta che la band è perfetta nel rendere in musica, fra cupi incedere di basso e batteria, splendide schegge di chitarra ed elettronica e riuscitissimi crescendo emotivi che hanno il loro apice naturale nell'avvolgente refrain, punto focale di un altro brano estremamente centrato al pari dello splendido finale, intriso di un lirismo sinceramente da pelle d'oca, prima che la travolgente AFGHANO (brano scelto come singolo apripista dell'album e del quale è stato girato anche un bel videoclip) giunga a concludere l'opera, col suo andamento vibrante e ritmato, guidato da un basso deliziosamente Maroccoliano e da una batteria nervosa e ficcante su cui Massimo da sfogo a tutto il veleno accumulato nel corso di un album cupo come non mai attraverso liriche taglienti e un'interpretazione di rara intensità, con la chitarra di Elena abilissima a districarsi fra riff distorti di grande impatto e tratteggi più liquidi e diluiti in grado di creare un'ambientazione sonora quantomai appropriata, unitamente a un lavoro di elettronica come sempre dosatissimo ed efficace.

Splendido lo stacco centrale, preludio al meraviglioso crescendo finale che, fra echi arabeggianti e liriche al vetriolo, va a concludere questo “j'accuse” finale e con esso, il “j'accuse” implicito ed esplicito dell'intero lavoro, nella migliore tradizione degli Alba Caduca.

Un album dai molteplici spunti di interesse, capace di rinnovare la tradizione di un genere come quello dell'alternative/indie italiano, che da troppo tempo ha perso ogni contatto con le sue radici, salvo sporadiche quanto splendide eccezioni, nonché di attualizzarne la lezione attraverso una rilettura personale e moderna, frutto di un percorso di ricerca e autocritica incessante quanto fruttuoso.

Da ascoltare e vivere.

Promossi senza riserve.

 

 

VOTO: 85/100