7 AGOSTO 2019

Recensione a cura di

Edoardo Goi

 

Giunti al notevole traguardo dei vent'anni di attività, gli emiliani Albireon (da sempre impersonificati dalla figura di Davide Borghi, mastermind e compositore principale del progetto) decidono di regalarsi e di regalare ai loro estimatori una release antologica, intitolata LA BELLEZZA DI UN NAUFRAGIO (pubblicata sotto l'egida della Toten Schwan Records e della Torredei Records), che va molto oltre il semplice, classico, greatest hits.

Ci troviamo infatti tra le mani la bellezza di diciassette brani in grado di coprire l'intero percorso musicale della band (più un brano inedito), remixati, riarrangiati, riregistrati e reinterpretatati per l'occasione (tranne tre brani, qui presenti nella loro versione originale) con l'ausilio di una non trascurabile pletora di ospiti di grande prestigio, che vanno da Francesca Nicoli degli Ataraxia a Tony Wakeford dei Sol Invictus, passando per Oliver dei Sonne Hagal e Bard degli Oberon.

Benchè privi del benché minimo richiamo al metal o al rock in generale nelle loro sonorità, la presenza di band di band come questa, dedite a un sound che possiamo definire neo-folk sperimentale dai forti connotati dark, su testate generalmente dedicate a metal e affini è stata da tempo sdoganata grazie all'influsso che queste sonorità hanno avuto nella scena della musica pesante nel corso degli anni 90, con una contaminazione che ha toccato più di un sottogenere della scena di allora e che ha spinto molti metalheads ad interessarsi alle band dalle quali queste influenze provenivano, portando più di qualche nuovo fan alla corte di acts quali Death In June, Sonne Hagal, Sol Invictus o Hagalaz Runedance, per citarne solo alcuni e tacere dell'infinita lista di band dark note e meno note che hanno goduto dei medesimi benefici in termini di esposizione e riconoscimento.

Non stupisca quindi se ci troviamo qui su Insane Voices Labirynth a trattare di questa interessante release celebrativa, certi di trovare più di un orecchio interessato a tali lidi sonori fra i frequentatori abituali della web-zine nonché più di qualche fruitore che potrebbe trovarsi attratto e incuriosito dalla proposta sonora dei qui presenti Albireon.

Ma addentriamoci senza ulteriori induci tra le pieghe di questo corposo output, pronti a farci cullare dalle avvolgenti sonorità acustiche ma anche sperimentali che da sempre contraddistinguono l'operato del progetto, non prima però di aver approfondito la formazione del gruppo che vede, oltre al già citato Davide Borghi alla voce, chitarra ed effetti, Carlo Baja Guarienti alle tastiere, Stefano Romagnoli a suoni e loop e, nella maggior parte dei pezzi, Egidio Lista al basso.

La tracklist si apre con CANTO DEL VENTO LONTANO, brano che ci trasporta immediatamente nel mondo musicale degli Albireon, fatto di suoni eterei ed avvolgenti, permeato di malinconia, scarno ed essenziale nella forma quanto carezzevole all'ascolto.

Il pezzo, proveniente dal secondo album della band “Il Volo Insonne” del 2005, è breve e diretto,interamente giostrato su trame acustiche di chitarra e un discreto ma fondamentale uso di suoni ed elettronica e palesa, oltre alle influenze direttamente collegabili al genere proposto, anche elementi decisamente rivelatori dell'italianità del progetto, grazie a un delicato sostrato melodico che non può non richiamare alla mente riferimenti alla musica d'autore nel cui campo il nostro Paese vanta una lunga e qualitativamente eccelsa tradizione, il tutto gestito senza faciloneria o ampollosità alcuna.

Si prosegue con la più cupa NEL NIDO DEI RAGNI FUNAMBOLI, brano tratto dall'album “Le Fiabe Dei Ragni Funamboli” del 2013, che, pur non rinunciando alla sottile malinconia del pezzo precedente, si arricchisce di splendide trame di basso, intrecci di sax e lontani echi elettrici che richiamano vagamente alla mente quanto tentato dagli Opeth nel loro album Damnation del 2003, per un risultato allo stesso tempo umbratile e arioso dalla resa emotiva decisamente spiccata.

 

Con la successiva CELEBRAZIONE DI UN OBLIO ci troviamo tra le mani l'unico brano inedito dell'album, nonché la prima ospitata dello stesso, qui concretizzata nella persona e nella voce di Mauro Berchi (già con Canaan e Neronoia, oltre che boss della Eibon Records). Il pezzo è intimamente cupo e opprimente, costruito su trame scarne, guidate da un basso pulsante e penetrante, arricchite da tristi fraseggi di chitarra e pianoforte e da una gestione dei suoni pregna di spleen esistenziale, e ci ricorda alcune cose di Douglas Pearce con i suoi Death In June. L'interpretazione vocale, splendidamente profonda, è la ciliegina sulla torta di un pezzo che raggiunge, nella sua riuscita rappresentazione sonora di totale vuoto esistenziale ed abbandono, toni quasi apocalittici, per quanto tratteggiati con serena rassegnazione. Con la successiva GLI AIRONI facciamo un piccolo passo indietro, più precisamente al 2016 e all'album “L'Inverno e L'Aquilone”. Ci troviamo di fronte a un brano tipicamente Albireon nella loro versione più soffusa e carezzevole, nonché intima ed eterea, con la voce a insinuarsi su soffici trame acustiche impreziosite da riuscite quanto discrete orchestrazioni di tastiere ed effettistica, per un pezzo costantemente in bilico fra malinconia e visioni di pace contemplativa. È un ospite di peso quello che presta la sua voce alla successiva SNOWFLAKE (brano originariamente contenuto nel 7'' realizzato in collaborazione coi celebri Sol Invictus nel 2014); si tratta infatti proprio del cantante dei sunnominati Sol Invictus, Tony Wakeford, chiamato qui a prestare la sua stentorea e caratteristica voce a un brano costruito su splendidi arpeggi incrociati di chitarra, tastiere tanto ariose quanto introspettive e splendide parti di basso, reso disturbante sul finale da un uso dell'effettistica perfettamente adatto allo scopo, per una ballata tanto ammaliante quanto ossessivamente penetrante. Si prosegue con CHAOSINSOMNIA, uno dei tre brani presenti in versione originale e originariamente pubblicato sul demo cd del 2001 intitolato “Disincanto”. Si tratta di un brano decisamente sperimentale che palesa più di un'influenza dal classico sound neo-folk nella sua versione più opprimente e apocalittica, dai toni quasi folk-industrial, con un uso del doppio idioma italiano e inglese che, nei suoi momenti più stranianti, ricorda anche il lavoro degli italiani Dismal. Il pezzo ci permette di ascoltare la band in una veste piuttosto diversa da quella più acustica ed eterea che avremmo conosciuto poi, e si rivela molto interessante proprio per la possibilità che ci da di conoscere le radici del sound Albireon a venire. L'ospite presente sulla successiva NINÈTA, tratta dal già citato album “Le Fiabe Dei Ragni Funamboli”, non ha certo bisogno di presentazioni: si tratta infatti di Francesca Nicoli, splendida voce dei celeberrimi Ataraxia, chiamata qui a duettare con Davide in una splendida ballata/cantilena in dialetto dai lugubri toni folcloristici quantomai inserita nella tradizione dei canti rurali italiani, qui resa ancora più malinconica e angosciante dal classico tocco sonoro della band. Il brano è riuscitissimo e toccante, e l'interpretazione a due voci è semplicemente da applausi. Pura emozione in musica. Con la successiva LIU' DORME ci addentriamo senza indugi nell'anima più sperimentale del sound Albireon, con un brano tratto dall'album “I Passi Di Liù” del 2008, qui profondamente rivisitato. Inaugurato da una lugubre cantilena dai tratti quasi da ninna-nanna intonata su suoni acidi e disturbanti intrecciati da chitarre elettriche e effetti stratificati e stranianti, il brano prosegue con linee vocali declamate su un sostrato lattiginoso, tanto onirico quanto distorto ed inquietante, che ci ricorda un po' i Manes più recenti in alcune soluzioni, per quanto le linee vocali siano inequivocabilmente Albireon.

Un brano senza dubbio osato e coraggioso, che ci da una volta di più modo di constatare l'ampiezza del ventaglio di esplorazioni sonore compiute dal gruppo nel corso della sua carriera musicale.

Con la successiva IMBRUNIRE torniamo su territori più cantautorali e suadenti, con pezzo tratto dall'album “L'Inverno e L'Aquilone” qui presente in una nuova versione affidata alla voce di Gianni Pedretti (già con Colloquio). Se musicalmente il brano ricalca gli stilemi di altri brani simili presenti nella raccolta, nondimeno risulta comunque avvincente e riuscito in virtù non solo della splendida interpretazione vocale di Gianni, ma anche dello splendido tocco malinconico e agrodolce tanto delle melodie quanto delle liriche, come da tradizione farina del sacco di Davide, da sempre autore unico dei testi del progetto.

MR. NIGHTBIRD HATES BLUEBERRIES, tratta dall'omonimo album pubblicato nel 2010, ci riporta al cospetto degli Albireon più intimisti e notturni, con un brano costruito su intense pennellate di basso e lontani echi di tastiere ed effettistica. Originariamente interpretato da David E. Williams (celebre musicista statunitense dedito a un folk-pop alquanto istrionico e particolare del quale ricordiamo anche collaborazioni con altri artisti piuttosto sopra le righe come, ad esempio, Rozz Williams dei Christian Death), in questa nuova versione troviamo alla voce il mastermind del progetto Davide, autore di una prova convincente e appassionata nel rendere al meglio i toni ombrosi e avvolgenti del brano, nelle cui melodie vocali riemergono anche schegge deviate e opportunamente immalinconite di influenze dello stile portato al successo, ai tempi, dai Beatles come dai Jefferson Airplane più cantautorali (so che sembra strano, ma funziona dannatamente bene). Con la successiva IL DESERTO DEI TARTARI torniamo all'album “Le Fiabe Dei Ragni Funamboli” del 2013, con una nuova versione lasciata all'interpretazione di Corrado Videtta (proveniente dagli Argine) e Daniele Landolfi (Istant Lakes). Il brano scorre tanto suadente quanto carico d'angoscia, elemento imprescindibile per rendere giustizia alla celebre narrazione di Dino Buzzati cui il testo del brano attinge, con ricami sottilmente psichedelici di grande presa e un flavour che rimanda, sia nell'atmosfera generale del brano che nello specifico dell'interpretazione vocale, al lavoro del maestro Franco Battiato dei suoi momenti più eterei e intimistici. Davvero un grande pezzo, superbamente interpretato dai musicisti come dei cantanti che vi hanno prestato la voce. Con LIKE STARS IN WINTER RAPTURE facciamo una capatina sull'ultimo album di inediti della band, intitolato “A Mirror For Ashes Ghosts Part One” e pubblicato nel 2018.

 Si tratta di un brano interamente strumentale, remixato e parzialmente riregistrato per l'occasione, costruito su un tappeto di tastiere ed effettistica estremamente etereo su cui si stagliano accattivanti quanto emozionanti arpeggi di chitarra acustica, per un risultato finale di grande presa nonché dalla spiccata visualità sonora. Con la più lunga e stratificata ALA DI FALENA torniamo al secondo album della band, “Il Volo Insonne” del 2005. Ospite illustre alla voce troviamo Oliver dei Sonne Hagal che, innamoratosi del brano, ha finito addirittura per interpretarlo dal vivo con la band in più di una occasione. Se da un lato la pronuncia di Oliver può risultare un po' strana a primo impatto, trattandosi di un musicista tedesco chiamato qui a cimentarsi con un testo in italiano, richiamando giocoforza alla mente alcuni tentativi simili già fatti in passato nella storia della musica leggera italiana, è fuori di ogni possibile dubbio lampante la partecipazione e l'entusiasmo profusi in questa senza dubbio probante interpretazione, che proprio dall'evidente coinvolgimento emotivo del cantante trova la sua linfa vitale, oltre che la chiave per la sua straordinaria riuscita. I tratteggi notturni e suadenti del pezzo trovano infatti piena sublimazione nell'accorata prova di Oliver, elevando questo pezzo come uno dei più toccanti e particolari della presente opera. Con la successiva INQUIETUDINE ci troviamo al cospetto dell'unico estratto dall'album di debutto della band, “Le Stanze Del Sole Nero”, qui presente in una versione remixata cui sono stati aggiunti tastiere e basso, assenti nella versione originale. Troviamo qui la band alle prese con un brano intimo e a tratti recitato che, pur palesando alcuni tratti acerbi e ingenuità frutto dell'inesperienza, dall'altro ci presenta una band assolutamente viva e desiderosa di sperimentare ambientazioni e soluzioni diverse, in un brano che, fatti salvi gli onnipresenti connotati malinconici ed esistenzialistici alla base del progetto, risulta frutto di una vivacità e di un entusiasmo artistico palpabili, fra intrecci acustici, passaggi spiccatamente dark, parti più teatrali ed altre in cui la musicalità e lo spirito sperimentale della band prendono il sopravvento. Una profonda malinconia ci coglie all'istante fin dall'attacco della successiva THROUGH WINTER FIRES, impreziosita dalla presenza dell'ospite Bard degli Oberon e originariamente contenuta nell'album “L'Inverno e L'Aquilone”, qui presente in una nuova versione denominata Medieval Mix. La denominazione risulta senza dubbio calzante, visto che è senza dubbio l'afflato medievaleggiante quello che risulta prominente in questa nuova versione del brano, con richiami tanto agli Ataraxia quanto ai Death In June più “arcaici”, per arrivare ai Dead Can Dance più “antichi” e meno interessati alla world music (influenza questa che fa capolino qua e là anche nel resto dell'album, peraltro). Il pezzo risulta atmosfericamente vincente e di gran presa emotiva proprio in virtù delle sensazioni arcane e viscerali che riesce a smuovere nell'ascoltatore, anche grazie all'utilizzo di semplici quanto efficaci arrangiamenti percussivi. Semplice e incisivo. La lunga BALLATA DELLE ROVINE, originariamente pubblicata sull'album “Il Volo Insonne” e presente anche sulla compilation Honi Soit Qui Mal Y Pense del 2006, è una ballata anti-bellica dai toni decisamente apocalittici impreziosita e resa ancora più inquietante dall'uso di samples ad hoc e da percussioni tanto scarne quanto penetranti, il tutto a supportare la chitarra e la voce di Davide, intente a tratteggiare scenari di abbandono e desolazione cui opportuni interventi di fisarmonica donano connotati “storicamente pertinenti” semplicemente perfetti per donare al brano l'adeguata quadratura del cerchio. Davvero toccante ed emozionante.

Con la successiva SPIGHE ci troviamo al cospetto di una cover in italiano del brano “Eismahd” dei Sonne Hagal, originariamente pubblicata sullo split 10'' condiviso dagli Albireon proprio con i Sonne Hagal nel 2007 e qui presente nella sua versione originale. Si tratta di una ballata acustica impreziosita da riusciti interventi di tastiere ed effettistica che palesa in modo evidente il rispetto e l'amore che la band nutre verso i colleghi tedeschi, qui omaggiati con una versione quantomai sentita e toccante del loro brano la cui versione originale si trova sull'album “:Helfhart:” del 2002, qui riproposta in modo piuttosto fedele, benché spogliata dai primigeni arrangiamenti di archi. Questa lunga cavalcata nel mondo musicale e poetico degli Albireon si conclude con l'outro FALENE, tratta dal pluri-citato album del 2013 “Le Fiabe Dei Ragni Funamboli” e qui presente anch'essa, come il brano precedente, nella sua versione originale. Si tratta di un toccante affresco strumentale splendidamente costruito attorno a splendide chitarre acustiche, ottime orchestrazioni di tastiere ed effetti e reso splendido da toccanti fraseggi di flauto dalla grande presa emotiva, degno finale di un lavoro che, esattamente come il progetto di cui rappresenta un esaustivo compendio, fa della capacità di suscitare emozioni e dell'urgenza espressiva diretta e priva di fronzoli la sua chiave di lettura principale (benché nulla, nella costruzione di questi quadri sonori, sia abbozzato o lasciato al caso) oltre che obbiettivo primario imprescindibile. Un'opera che, ascoltata nel corretto stato mentale e con la dovuta predisposizione e rilassatezza, è in grado di donare un flusso emotivo costante e quantomai appagante. Per ascoltatori dalla mente aperta e privi di pregiudizi. Emozionante.

 

80/100