22 GENNAIO 2020

Recensione a cura di

Claudio Causio

 

Arcane Tales è una one-man band portata avanti dal polistrumentista e scrittore italiano Luigi Soranno ed è la riproposizione in musica, nella forma del symphonic power metal, dei racconti narrati nei suoi stessi libri.  Il progetto prende avvio nel 2008 con la pubblicazione di una serie di demo, seguite, dopo la firma con la Broken Bones Records, dal primo vero full-lengh: New Hope Bringer (2016). Il secondo album è datato 2017, rilasciato con il titolo Sapphire Stone Saga (prendendo le mosse dalla dilogia di romanzi La Pietra di Zaffiro), mentre l’anno successivo è stato il tempo di Legacy of the Gods e il 2019 quello di Power of the Sky, disco che sarà preso in analisi in questa sede. 

Prima di entrare nel merito dell’opera, è necessario sottolineare il fatto che Luigi Soranno si sia occupato della composizione e dell’esecuzione di tutti gli strumenti, voci e cori compresi, il che risulta un fattore importante nel giudizio finale, poiché il disco si inserisce in una tradizione ben specifica, in cui sono pochi ed illustri i nomi di figure individuali che siano riuscite in un progetto simile. 

L’altra faccia della medaglia, però, è che questa componente salva in extremis il disco dalla banalità, ripetitività e poca originalità. Poco fa avevamo accennato a quei pochi musicisti in grado di occuparsi da soli di un progetto fantasy metal e di tutte le sue componenti, dalla scrittura - sia della sezione strumentale più “canonica”, sia delle parti orchestrali - all’esecuzione, sebbene anch’essi siano stati in gran parte affiancati da altri musicisti di un certo spessore. I riferimenti non sono casuali, anzi, rispetto al veronese Luigi Soranno sono praticamente vicini di casa: già dal titolo dei pezzi e dal primo vero brano del disco, la title track Power of the Sky, l’associazione è immediata con il più celebre Luca Turilli, in particolare con il suo progetto solistico in cui si accompagnava con Olaf Hayer al microfono, ancor più nel dettaglio con l’album Kings of the Nordic Twilight. Risuonano infatti tutto ciò che il chitarrista triestino ha sempre ricondotto al suo “neoclassical metal con influenze barocche”, già ampiamente sviluppato, oltre che dai Rhapsody stessi, anche da molti ammiratori di quest’ultimi e da altri gruppi, tra cui anche coloro che sono riusciti ad evolvere il sound e portarlo su altri orizzonti, di fatto esplorando nel dettaglio quel che il genere aveva da offrire (si pensi a Twilight Force o Ancient Bards), il che appunto ha reso tutto ciò che si sarebbe accodato alla tradizione a rischio di non-originalità. È il caso di gran parte del lavoro in analisi: sebbene Sapphire Stone Saga recasse sprazzi di sound diversi dalle ispirazioni, Power of the Sky risuona del più classico fantasy metal (o cinematic metal, come a qualcuno piace definirlo). 

Andando per ordine, è necessario ora vedere qualcosa più nel dettaglio, perché naturalmente il discorso è più complesso di una mera divisione fra originalità e non-originalità. L’album si apre con Lux Lucet in Tenebris, intro orchestrale dal titolo chiaramente in latino. Non ci soffermiamo maggiormente, in quanto per questo primo pezzo è valido il discorso precedente, così come anche per le successive Power of the Sky e Fire and Shadow, brani potenti e gradevoli, ma purtroppo banali ed eccessivamente canonici per gli standard del power metal. Nulla che non avessimo già sentito, in sintesi. 

Segue però una Genesis la cui intro quasi richiama Il Volo del Calabrone e il cui ritornello risulta uno dei migliori del disco, sebbene si mantenga sempre sulle linee guida già tracciate. È un pezzo orecchiabile e al contempo deciso e mischia in sé il filone più tradizionalmente power metal e quello che si sposta sul versante sinfonico, riuscendo quindi a svariare leggermente rispetto al resto dell’album. Presto lascia però campo all’unica ballad presente, Wind of Doom, che non tradisce le aspettative della precedente: anche qui il ritornello è ben fatto, godibile ed emozionante, contornato da sezioni orchestrali e corali che ben si sposano con un pianoforte sempre presente e una potente chitarra che gli fa da contrasto. 

As a Phoenix invece è stata scelta come colonna sonora di un lyric video. Nel contesto del disco, riporta le ritmiche ad una velocità decisamente più sostenuta. Per un attimo, un synth dal sound più futuristico fa sperare di stare per ascoltare qualcosa di diverso, ma si tratta solo di un paio di note di passaggio, poiché per il resto del brano vale il discorso iniziale, per cui è possibile riassumere As a Phoenix nelle stesse tre righe con cui abbiamo congedato la title track. 

Arrivati a questo punto, ci è permesso di tralasciare Seed of Discord, in quanto facilmente assimilabile a quanto già ascoltato. Perciò, spostandoci sull’ottava traccia, ci imbattiamo in una strumentale di circa due minuti in cui è un bellissimo pianoforte a cantare al posto della voce di Luigi. Si tratta di The Magic Dance of the Snow ed è sicuramente qualcosa di piacevolmente inaspettato. La “magia” dura poco, perché presto la scena è assunta dalla lunga traccia di chiusura, Into The Cradle fo Sin. Gli otto minuti di canzone si aprono con lo stesso synth futuristico che precedentemente aveva lasciato ben sperare. Anche qui, però, si lascia presto campo al sound più classico per Soranno, che però riesce a modellarlo alla perfezione, giocando con orchestrazioni, batteria e chitarra, restituendo sicuramente il miglior brano del disco per fattura, sebbene poco si distacchi dal resto. Into the Cradle of Sin è riassumibile nel suo ritornello, potente e maestoso, ricco di suoni che riescono a sposarsi alla perfezione, in un brano degno del miglior album della Emerald Sword Saga. Il tutto si chiude con una outro che quasi fa da colonna sonora per i titoli di coda. 

Nel corso della disamina si è già detto tutto circa questo album. Si tratta di un lavoro sicuramente poco originale, fin troppo simile ai suoi predecessori già citati, quasi volesse essere un tributo a questi ultimi. I nomi sia del progetto che dei dischi (il presente come i precedenti), fino anche a quelli dei brani stessi, fanno il paio alla discografia dei Rhapsody, band di riferimento per chi volesse approcciarsi ad un simile genere musicale. Per chi un minimo si destreggia nel genere, infatti, non può non associare il disco di esordio della band triestina (Legendary Tales) al nome della one-man band di Soranno, come anche non può non cogliere tutta una serie di riferimenti anche nei titoli sia del suo full-lengh che dei brani stessi (basti pensare a Lux Lucet in Tenebris). 

Eppure, chi scrive non si sente di bocciare questo lavoro, perché ritiene che sia necessario contestualizzarlo: Luigi Soranno ha costruito una one-man band, aspetto fondamentale nel giudizio finale perché sposta la lancetta che indica gli obiettivi che si è prefisso nella stesura dei suoi lavori. Sembra chiaro, infatti, che il suo scopo non è semplicemente quello di fare musica, sarebbe bastato, e sarebbe stato meno faticoso, creare un gruppo vero e proprio anche per poter riproporre live le canzoni registrate. L’obiettivo di Soranno è lodevole perché è quello di dar voce alle sue stesse storie, per cui il symphonic power metal sembra il genere musicale più adatto. Infine, ancora una volta ci sentiamo in dovere di sottolineare il fatto che si sia occupato lo stesso Luigi di quel che concerne questo album, dai testi alle sezioni strumentali, cantando e suonando tutto ciò che in esso compare. Per il giudizio finale si è tenuto presente anche di questi aspetti.

 

70/100