20 NOVEMBRE 2019

Recensione a cura di

Edoardo Goi

 

L'influenza che la potenza narrativa dell'universo creato da J.R.R. Tolkien, unitamente all'inesauribile quantità di personaggi e ambientazioni archetipiche in essa racchiusi, ha esercitato nel mondo del metal è un dato di fatto incontrovertibile, cui sono stati, nel tempo, dedicati fiumi di inchiostro, fra articoli e volumi a tema.

Fra le branche del metal maggiormente contagiate da questa influenza una menzione d'onore spetta certamente al black metal, che ha attinto fin dai suoi albori al pantheon Tolkieniniano per dare una rappresentanza evocativa imponente e immediatamente riconoscibile alle proprie istanze concettuali, fossero esse esplicitamente citazionistiche o anche solo come spunto di ispirazione primario.

All'interno del panorama black, soprattutto negli ultimi anni, la parte del leone, dal questo punto di vista, è stata senza dubbio recitata dal sottogenere atmospheric, col fiorire di una notevole quantità di progetti (spesso one-man band) che, prendendo spunto dall'operato di pionieri quali Summoning, Osculum Infame e Evilfeast, hanno dato sfogo alla propria vena creativa attingendo a piene mani dal modello “fantasy” del letterato inglese. A questa folta schiera appartiene senza dubbio anche il duo umbro degli ASHLANDS, atmospheric black metal band di recente creazione che, nelle persone di The Wanderer (all instruments,clean vocals, drums programming, orchestrations and lyrics) e The Vanguard (scream vocals, lyrics), si dichiara apertamente ispirata dall'opera dell'illustre professore Oxfordiano nel dare vita al proprio concept lirico e musicale, pur dando vita ad un immaginario proprio.

Ci troviamo quindi al cospetto di un ep d'esordio (intitolato ASHLANDS I e interamente autoprodotto) permeato da atmosfere smaccatamente fantasy (benché nell'accezione più cupa e introspettiva del termine) che, musicalmente, deve tanto ai maestri del genere quanto a realtà più recenti quali Moonsorrow, Enisum e Der Weg Einer Freiheit, con un bagaglio di influenze che si estende anche a realtà più borderline come Enslaved o il power intriso di folk dei connazionali Elvenking.

Basta infatti far partire la opener AN ENTRANCE BENEATH THE DUNES per trovarsi precipitati all'istante nel desolato immaginario ricreato dalla band, avvolti da orchestrazioni che devono molto tanto alla lezione del power-folk sinfonico sviluppatosi a partire dalla seconda metà degli anni 90 quanto alle più recenti derive dell'atmospheric black di stampo epico (sebbene qua e là si denoti qualche limite di inesperienza nella scorrevolezza di alcune parti) e da potenti sferzate elettriche ottimamente bilanciate fra solide cavalcate epic-power ed efficaci accelerazioni black, per un risultato finale che, sebbene certamente non originalissimo e certamente perfettibile, si rivela comunque efficace e decisamente godibile.

Il brano infatti rivela più di qualche spunto vincente dal punto di vista del riffing e della gestione melodica, tanto da parte degli strumenti “rock” quanto da parte di quelli orchestrali e, nel complesso, si dimostra estremamente efficace nell'evocare l'immaginario ricreato dalla band, grazi a uno sviluppo narrativo complessivo molto riuscito che gli consente di non far pesare la sua durata, superiore ai dieci minuti.

Il secondo brano, intitolato PYRE, mette fin da subito in mostra influenze di stampo più moderno e “dark”, tanto nel riffing quanto nell'atmosfera, laddove il precedente brano sembrava maggiormente ispirato da un certo mood old-school di concepire il genere.

Il mood del brano risulta di conseguenza più oscuro e claustrofobico, mettendo da parte (almeno parzialmente) i rimandi più immediati al folk e alle orchestrazioni di stampo fantasy per adagiarsi su un metal dai connotati piuttosto pesanti e asciutti, almeno nella sua prima parte.

Nella seconda parte del brano, infatti, introdotta da una ispirata chitarra acustica, ecco farsi largo l'indole più smaccatamente fantasy e folk dei nostri a dare nuovi colori a una porzione che, pur non rinunciando alle peculiarità della prima parte del pezzo, risulta decisamente meno opprimente e maggiormente in linea con quanto proposto nel primo brano, dando così un segno di continuità stilistica fondamentale alla coesione dell'intero lavoro.

Un brano decisamente più sperimentale e osato del precedente, ma comunque piuttosto coerente e ben realizzato.

L'ep si conclude sulle note della variegata AMBER, contraddistinta da un inizio pregno di sentori acustici e fraseggi di pianoforte innervati da gustose incursioni in territorio ambient su cui si staglia una voce pulita dai toni richiamanti una certa dark-wave anni 80 per nulla fuori luogo, prima che il brano prenda una piega maggiormente tradizionale, con fraseggi atmospheric-black molto evocativi ad alternarsi ad aperture dallo spiccato afflato melodico (da rimarcare la tendenza, niente affatto sgradita, di arricchire le trame dei brani con fraseggi di chitarra solista sempre molto azzeccati e pertinenti, oltre che realizzati con discreta tecnica, sebbene a volte meritevoli di una cura ancor maggiore) e a possenti cavalcate dai toni possentemente epic, per un brano nuovamente piuttosto sperimentale ma che si fa preferire al precedente per presa emotiva e dinamicità, ottima conclusione di un ep che, seppur non privo di alcuni difetti “di gioventù” rivela senza dubbio un progetto dal potenziale decisamente interessante, che tutti gli amanti del genere farebbero bene a tenere d'occhio.

Le premesse per poter fare bene ci sono tutte.

 

70/100