2 SETTEMBRE 2020

Recensione a cura di

Edoardo Goi

 

Bruce, sei tu ? Scherzi a parte, è innegabile che la voce di Manuel Malini, cantante dei qui presenti BLACK PHANTOM, ricordi molto, per timbro e impostazione, quella di Bruce Dickinson, storico singer di Samson e, soprattutto, Iron Maiden. Non è tutto: anche la musica proposta, un roccioso heavy metal dai connotati classici, ma non privo di un taglio moderno e attuale, ricorda quanto proposto dal celebre cantante inglese nella fase più fortunata della sua carriera solista, quella a cavallo del potentissimo Accident Of Birth e del più cupo e introspettivo The Chemical Wedding. Nati a Milano nel 2014 come progetto solista di Andrea Tito, già bassista e principale compositore degli storici Mesmerize, i Black Phantom esordiscono nel 2017 col debutto “Better Beware !” su Punishment 18, trasformandosi in una band vera e propria con una formazione che vede, oltre ai già citati Andrea al basso e Manuel alla voce, Andrea Garavaglia alla batteria, Luca Belbruno alla chitarra (entrambi provenienti a loro volta dai Mesmerize) e Roberto Manfrinato alla chitarra. Ora, a distanza di tre anni, affilata ancor di più la propria proposta (e registrato l'ingresso in formazione di Ivan Carsenzuola alla batteria), i Black Phantom tornano sul mercato con il loro secondo full-lenght, intitolato ZERO HOUR IS NOW, sempre su Punishment 18 Records. Curatissimo fin dall'aspetto grafico, grazie alla splendida copertina affidata, come già accaduto in occasione del debut, al talentuoso artista moldavo Snugglestab, l'album si apre con la cromatissima dichiarazione di intenti di REDEMPTION, roccioso up-tempo metallico dallo spiccato senso melodico che farà subito palpitare il cuore dei fan dell'heavy metal più classico (ma capace di suonare al passo con i tempi, grazie a una produzione piena e potente, realizzata presso gli Octopus Studios di Magenta (MI)). Le chitarre sono corpose e molto consistenti, sia in fase di riffing che di fraseggio, e la sezione ritmica viaggia solida e compatta, ma è innegabile che sia la voce di Manuel l'aspetto che colpisce con maggiore impatto e immediatezza l'immaginario dell'ascoltatore, vista la pressoché totale venerazione (nonché la grande familiarità) che l'intero pubblico metal nutre nei confronti della voce del buon Bruce. Si badi bene, però: qui non si tratta di fare il verso o scimmiottare un artista di fama mondiale, quanto di sfruttarne la lezione e la pluridecennale tradizione per marchiare a fuoco un album (e una proposta) che fa del metal più classico (soprattutto di stampo europeo) il suo vessillo, sfruttando le doti di un cantante dotatissimo per costruire linee vocali efficacissime ed estremamente curate, con risultati assolutamente esplosivi. Certo, la sensazione di “già sentito” è inevitabile, con un'assonanza così forte, ma il gioco vale la candela, e questo primo, potentissimo, brano ne è la prova: potenza, melodia e arrangiamenti efficacissimi, uniti a progressioni vocali vincenti (si veda la splendida accoppiata pre-chorus/chorus), ne fanno un'opener a dir poco esplosiva. Se a questo aggiungiamo un'ottima verve delle chitarre in fase solista, direi che il gioco è fatto. Si continua a respirare vapori di acciaio fuso anche nella successiva HORDES OF DESTRUCTION, brano dalla spiccata epicità di fondo che ricorda un po' i migliori Iron Maiden del periodo “Brave New World” (anche grazie a una produzione che valorizza molto il lavoro del basso, altro elemento che rimanda senza dubbio alle produzioni della Vergine di Ferro) che ci da modo di constatare ancora una volta come la band sia capace di suonare convincente ed entusiasmante pur senza nascondere nulla delle proprie palesi influenze, cosa che traspare chiara anche nella successiva e più moderna SCHETTENJÄGER, brano frizzante in cui traspare l'amore della band anche per l'hard rock più roccioso e sanguigno, impreziosito da un refrain estremamente catchy ed efficace. I toni si fanno più cupi, e i tempi meno incalzanti, con la successiva THE ROAD, brano dalla durata considerevole (si sfiorano gli otto minuti) in cui la band si dimostra capace di mantenere alta l'attenzione dell'ascoltatore anche su brani meno impetuosi e di più ampio respiro, grazie a una compattezza invidiabile e a una notevole qualità del riffing e della gestione atmosferica, con la voce di Manuel a fare il bello e il cattivo tempo lungo l'intera composizione proprio in virtù dell'indole più ariosa penetrante del brano. Non mancano i momenti più incalzanti, come nello splendido break centrale in odore di NWOBHM, ma qui è sicuramente l'introspezione a farla da padrone, per uno dei brani più emotivamente intensi dell'intero lotto. Si picchia più duro che mai nella successiva ABOARD THE RATTLING ARK, brano pesantissimo capace di coniugare in modo perfetto l'amore dei nostri per l'heavy metal classico di stampo britannico con la compattezza del miglior power metal di stampo americano (con rimandi all'operato di band quali Jag Panzer e Armored Saint), col la voce a risuonare velenosa come non mai sui quadratissimi riff costruiti dalle chitarre, salvo esplodere in tutta la sua magnificenza nello splendido refrain, mettendo ancora una volta in mostra la capacità della band nel saper partorire sempre ritornelli di grandissimo pregio e presa emotiva, caratteristica mai abbastanza sottolineata, nel genere. È tempo di power ballad con la cupa e al contempo abrasiva EITHER YOU OR ME, brano dalla costruzione piuttosto classica, fatta di strofe arpeggiate dai toni molto intimi e refrain distorti dalla grande efficacia e impreziosita da egregie evoluzioni melodiche dell'affiatatissima coppia d'asce Belbruno/Manfrinato, fra armonizzazioni azzeccatissime e assoli di gran gusto, capaci di donare l'adeguata profondità a una composizione che, per sua stessa tipologia, in mani meno esperte e capaci sarebbe stato facile affossare nella banalità. Qui, invece, tutto suona calibratissimo e ispirato, sicché, anche quando la band si gioca di nuova la carta della cupa e opprimente epicità come nella successiva BEGONE!, con i suoi bei riff rugginosi e le sue atmosfere penetranti, condite come sempre da schegge di hard rock di gran classe, il tutto suggellato dall'ennesima prova maiuscola di Manuel dietro al microfono e dalla consueta capacità di costruire linee vocali e refrain azzeccatissimi, ci si trova di fronte a un altro centro pieno realizzato con una facilità quasi irrisoria. Da rimarcare le chicche, tanto dal punto di vista strumentale quanto da quello degli arrangiamenti, di cui la composizione è disseminata. Arrivati quasi in fondo all'album, si torna a spingere sull'acceleratore con la trascinante HANDS OF TIME, brano decisamente accattivante che, fatte salve le consuete coordinate stilistiche già più volte enunciate nel corso della presente recensione, vede i Black Phantom lambire con alcune soluzioni il power metal melodico tipicamente anni 90 (nella sua accezione più quadrata, ovviamente: non si pensi a fughe infinite in doppia cassa, qui totalmente assenti). Il brano scorre in modo molto piacevole, grazie a un'indole catchy e a linee vocali e melodiche in grande evidenza (pur senza rinunciare al caratteristico riffing tagliente che contraddistingue la proposta dei nostri), e conclude in modo più che degno la parte inedita dell'album, che invece termina fisicamente con una versione cantata in tedesco della già precedentemente ascoltata “Schattenjäger”, curiosa e nulla più.

Quello che ci troviamo fra le mani è un lavoro di grande spessore, partorito da una band che padroneggia la propria proposta con evidentissima esperienza e indiscutibile professionalità e, cosa ancora più importante, con cristallina ispirazione. Se siete fan del metal più classico e non avete problemi a relazionarvi con le evidenti assonanze stilistiche e interpretative della band, questo album è un “must have” assoluto. Capacissimi e travolgenti. Promossi senza indugio.

 

85/100