25 OTTOBRE 2019

Recensione a cura di Edoardo Goi 

Una gestazione davvero lunga, quella che ha preceduto la pubblicazione di questo NATURAL BORN SINNERS, terzo full-lenght della heavy-doom band campana CIRCLE OF WITCHES.
Composto negli ultimi mesi del 2015, registrato nel gennaio del 2016 e mixato nel 2017 presso gli Alpha Omega Studios di Como da Alex Azzali e con la co-produzione del celebre drummer Nicholas Barker (celebre per la sua militanza in acts del calibro di Cradle Of Filth, Dimmu Borgir, Testament e Lock Up), l'album vede finalmente la luce nel maggio del 2019 sotto l'egida dell'etichetta lettone Sliptrick Records e, fin dalla splendida copertina (realizzata da Nikos Markogiannakis, noto ai più per i suoi lavori per i greci Rotting Christ), palesa l'assoluta professionalità di una band che, nata nel 2004, ha ormai accumulato un vasto bagaglio di esperienza tanto in studio quanto in sede live (oltre ai già citati tre full lenght, con il debutto The Holyman's Girlfriend del 2007 e Rock The Evil del 2014 a completare il trittico, la band ha al suo attivo anche alcuni demo, singoli ed ep, e si è distinta fin dai suoi esordi per una intensissima attività live che, dapprima concentrata sul territorio nazionale, ha visto poi la band espandere il suo raggio d'azione in tutta Europa, calcando anche palchi decisamente prestigiosi in tour di supporto ad acts quali Doro e U.D.O. In Russia e partecipando a festival underground importanti come il Metal Frenzy in Germania e il Rise Of The Spacelord Festival a Vienna, del quale sono stati headliner).
Forti di una line-up saldamente in pugno al membro fondatore Mario “Hell” Bove (chitarra e voce) e completata dai nuovi innesti Joey “Helmet” Coppola alla batteria, Tony “Faraway” Farabella al basso e cori e Joe “Wise Man” Dardano alla chitarra e cori, i Circle Of The Witches tornano quindi sul mercato con un concept album incentrato sul concetto di “ribellione” (con liriche riguardanti di volta in volta vari “ribelli” storici e non quali Lucifero, Giordano Bruno, Spartaco o Anton La Vey) e caratterizzato musicalmente da un heavy-doom feroce e roccioso, figlio dell'evoluzione che ha visto la band passare dell'iniziale infatuazione per sonorità stoner metal a territori più pesanti e grezzi con l'implementazione di influenze di band quali Motorhead, Judas Priest, Grand Magus e Candlemass; influenze che possiamo ritrovare in toto già dall'iniziale TONGUE OF MISERY, brano dal piglio stoner-rock opportunamente metallizzato e incupito a dovere, oltre che filtrato attraverso la personalità maturata dalla band nel corso della sua carriera.
Si tratta di un pezzo in cui la band lascia momentaneamente da parte la sua componente più doom per lanciarsi in una composizione travolgente e vivace (benché l'aura cupa che caratterizza la musica dei nostri non venga assolutamente meno), con una strofa più vicina allo stoner e al rock, come tiro, e un fraseggio centrale in odore di Judas Priest molto azzeccato, il tutto condito dalla voce evocativa e ottimamente amalgamata al costrutto musicale di Mario.
Un'opener decisamente riuscita.
Le cose si fanno più pesanti e sulfuree con la successiva THE BLACK HOUSE, con un approccio che fa trasparire tutto l'amore della band per acts quali Grand Magus e Candlemass (ma aggiungerei anche i Pentagram e gli immancabili Black Sabbath, per l'approccio blues-rock di alcuni riff), con un Mario Bove ancora una volta splendido cerimoniere grazie a un'interpretazione vocale sempre molto “dentro” il pezzo, sia nelle parti più metalliche e trascinanti, in cui mette in mostra un timbro solido e tagliente, che in quelle più cupe ed evocative, in cui palesa alcune peculiarità vicine a una certa dark wave assolutamente deliziose, come accade nella parte iniziale del brano.
La composizione funziona molto bene, mettendo in mostra l'assoluta solidità di un songwriting maturo e calibrato, oltre che indubbie capacità in fase di arrangiamento; la band sa quali sono le armi in suo possesso, e sa come usarle al meglio, sfornando pezzi in cui nulla appare poco rifinito o fuori posto, garantendo una spiccata fluidità d'ascolto e dando l'impressione di una grande professionalità nella presentazione della propria proposta; a questo contribuisce senza dubbio anche la produzione, molto curata, in grado di garantire all'album la necessaria pulizia in grado di far risaltare a pieno il lavoro dei vari musicisti, ma anche l'opportuna sporcizia di fondo capace di dare alla musica dei nostri il giusto “punch” e la giusta atmosfera, caratteristiche indispensabili per far rendere al massimo l'intero album nel suo connubio fra liriche e immagini evocate.
Si sfocia in territori epic-doom con la successiva GIORDANO BRUNO, evidentemente dedicata alla figura del filosofo italiano bruciato vivo dalla Chiesa nel 16° secolo per le sue idee ritenute eretiche; il brano è imperniato su un andamento più cadenzato rispetto ai pezzi che lo hanno preceduto, ma non per questo meno potente, e si bea di un riffing opportunamente massiccio e plumbeo e di una prova vocale nuovamente azzeccatissima, anche negli efficaci cori, lontani da ogni ridondanza ma capaci allo stesso tempo di donare spessore e stratificazione all'intera composizione.
È in brani come questi che, per chi scrive, l'heavy-doom dei Circle Of The Witches tocca le sue massime vette espressive, mettendo le influenze rock-stoner del gruppo al servizio di un'atmosfera cupa e apocalittica di grande presa emotiva.
Davvero un ottimo pezzo.
Si rimane in territori cupi, benché resi vibranti da ottime sferzate rock, con la successiva THE ORACLE, brano dalle atmosfere notturne e occulte splendidamente in bilico fra l'anima più pesante ed atmosferica e quella più trascinante della band, che si rivela qui maestra nel gestire questi due aspetti con grande equilibrio, sfornando uno degli highlights assoluti dell'album tutto.
Spicca su tutto, in questo pezzo, la capacità della band di tessere ottime trame melodiche in grado di rendere immediatamente accattivante la composizione senza risultare stucchevoli o ampollose, grazie ad un approccio alle stesse di chiara derivazione “old-school” unicamente incentrato sulla resa atmosferica del brano, senza bisogno di appesantire il tutto con inutili orpelli o sovrastrutture inconsistenti.
Si torna a spingere sull'acceleratore con lo stoner slabbrato e cupo della successiva FIRST BORN SINNER, brano dal piglio rock accattivante, reso ancor più trascinante dall'approccio metallico col quale la band affronta ogni aspetto del suo songwriting e dalla capacità di costruire linee vocali assolutamente incisive, tanto nelle strofe quanto nei refrain, dei quali quello di questo brano risulta uno dei più riusciti e impattanti.
Ottimo anche il lavoro in fase solista, qui caratterizzato da fraseggi dai rimandi quasi psichedelici, prima di sfociare in passaggi dall'impronta classicamente rock più spiccata.
Si torna in territori più cadenzati e pesanti con la successiva SPARTACUS (PROPHECY OF RIOT), splendidamente intarsiata di venature epic-metal d'antica memoria, con rimandi a Manilla Road e primi Manowar ottimamente attualizzati dall'operato di band quali i già citati Grand Magus; lezione che i Circle Of Witches fanno propria ammantandola con la propria personalità e la propria sensibilità vicine al doom e ai grandi precursori del metal che imperversavano negli anni 70, mettendo parzialmente da parte, anche se non del tutto, le proprie peculiarità stoner, comunque presenti, a latere, nell'approccio “grasso” e avvolgente tanto al riffing quanto al suono.
Ciò nonostante, è senza dubbio l'anima più puramente epic metal quella a risaltare in questo brano, anche grazie all'uso piuttosto trionfalistico dei cori e a un approccio generale nettamente “di genere” che nulla toglie (tutt'altro) alla bellezza della composizione né alla sua resa finale, che è splendida e fa finire questo pezzo dritto dritto tra i migliori del lotto.
Il rock-stoner (unitamente a splendidi rimandi alla nwobhm) si riprende la scena nella successiva YUOR PREDATOR, brano dall'approccio spigliato e accattivante in cui la band da fondo a tutte le sue caratteristiche più impattanti per dare vita a una composizione tanto potente quanto fresca e piacevole all'ascolto.
Ecco quindi che ci troviamo fra le mani una cavalcata metallica innervata di grezzitudine stoner dal peso specifico notevole, oltre che decisamente catchy (relativamente al genere proposto) nel suo risultato finale, aiutata in questo dalla ormai nota capacità della band di impreziosire i propri brani con linee vocali e refrain dalla grande incisività ed immediatezza, che si rivelano qui una volta di più il valore aggiunto della proposta dei nostri.
Introdotta dai canti gregoriani di DEUS VULT, ecco quindi esplodere l'elettricità della travolgente e catchy DEATH TO THE INQUISITOR, caratterizzata da un riff iniziale quasi heavy-boogie e da un successivo, deflagrante, sviluppo heavy-rock cromato che lascia parzialmente da parte le atmosfere cupe tipiche della band per sfornare un inno metallico in piena regola, centrando pianamente l'obbiettivo, peraltro.
Brano da cantare a squarciagola durante in concerti.
Ancora heavy-rock di impatto, benché decisamente più cupo, opprimente e pesante, con la successiva, autocelebrativa YOU BELONG TO WITCHES, brano splendidamente a metà strada fra le pulsioni più “in your face” e quelle più evocative della band, grazie a porzioni di grande impatto alternate a stacchi decisamente più pesanti e opprimenti, questi ultimi caratterizzati da intarsi cupamente melodici di grande presa, che si rivela come un ennesimo inno da cantare facendo headbanging ai concerti della band, impreziosito peraltro da un lavoro nuovamente azzeccatissimo della chitarra solista.
Si tratta dell'ultimo vero brano dell'album, che si conclude sulle cupe note dell'occulta outro CULT OF BAPHOMET, azzeccato epitaffio di un album travolgente e accattivante, che non potrà non piacere agli amanti delle atmosfere heavy-doom più classiche innervate da un approccio rock-stoner grezzo e incisivo e caratterizzato in modo fondamentale dalla capacità della band di scrivere davvero delle ottime canzoni.
Una caratteristica da non sottovalutare mai, soprattutto in questi tempi in cui la vanagloria di suonare in una band e avere il proprio nome stampato su un booklet sembrano spesso più importanti delle effettive capacità artistiche di un progetto.

Ecco:
qui di questa vanagloria non c'è traccia;
qui troverete solo sostanza, e scusate se è poco.
Promossi senza indugio.
Da ascoltare.

 

80/100