24 GENNAIO 2020

Recensione a cure di Jonathan Rossetto

 

Nati nel 2016 dalla scissione di una precedente band, gli Slamina, i Cleisure pubblicano nel 2018 il loro primo disco, ovvero questo “Hydrogen Box” oggi sotto analisi.

Il trio composto da Terenzio Procaccino a chitarra e microfono, Mattia Procaccino dietro le pelli e Cristian Zicola al basso, vive di un sound sì “derivativo” ma dal risultato di certo molto particolare.
Detta in maniera becera si potrebbe riassumere il tutto sotto l’etichetta di alternative rock, però le influenze indie rock, punk, volendo il grunge, garage rock sono talmente forti ed intrecciate da rendere la catalogazione un compito assai arduo per molti, se non impossibile. Ciò che conta è il risultato e il breve viaggio di nemmeno mezz’ora che il disco prevede, di suo abbastanza solido e, strumentalmente parlando, decisamente di livello.
Saranno necessari diversi ascolti per assimilare le varie trame, spesso meno banali di quel che può sembrare ad un primo ascolto per via dei cambi di ritmo, le atmosfere a tratti psichedeliche ed un song writing intelligente.
Difatti ogni traccia è pensata per essere, ad un primo livello, di facile presa, per cui un ascoltatore distratto e abituato ad un contesto radiofonico magari sì, rimane stranito dal sound comunque inusuale per la musica mainstream, ma finisce con l’accettare il prodotto; mentre chi desidera qualcosa di più complesso cade comunque in piedi per i motivi in precedenza elencati.
Un altro dettaglio da non sottovalutare, sempre per quanto riguarda la brevità del lavoro, è una scaletta composta da brani quasi tutti abbastanza corti, solo un paio superano i quattro minuti ed uno soltanto i tre. Dove voglio andare a parare? Diciamo che il gioco di cambi di ritmo vive, e respira, anche nei passaggi tra una traccia e l’altra. E poi non è per nulla semplice creare complessità in shot molto brevi.
“Hydrogen Box”, mia opinione, non va visto come un’unica canzone di oltre venticinque minuti, ma come un lavoro dove ogni traccia, a modo suo, è complementare con l’altra.
Spulciando la tracklist non vi troviamo, a conti fatti, dei veri cedimenti, anche il pezzo meno riuscito raggiunge comunque una meritata sufficienza, ma è pur vero che non vi sono picchi da 8 su dieci.
Brani come la conclusiva “Across the Stormwalk”, i due singoli “Locked in a pocket” e “Broken tiles are attracting the mailbox” sono pezzi che fanno media ed incidono più che positivamente sul voto finale.
La copertina, non male, è parecchio coerente con quel che l’album trasmette.
Non ci sono dei veri e propri difetti dato che la produzione è buona, il disco non annoia e in genere il lavoro strumentale è di ottimo livello. Forse la voce di Terenzio può non piacere, ma questa è semplicemente una questione di gusti.
In ogni caso questo lavoro dei Cleisure è un bel biglietto da visita per il futuro, sia in un contesto musicale italiano che all’estero. Diciamo che “Hydrogen Box” merita di sicuro una possibilità, non stiamo parlando di un capolavoro, ma di certo di un buon album.
Da ascoltare.

 

71\100